Dobbiamo confessare che negli anni in cui abbiamo frequentato teatri e sale da concerto, oltre che per piacere ed interesse, per ragioni professionali - e fra breve saranno quaranta - non ci è mai accaduto di vedere spettatori vistosamente addormentati, a causa della musica. Semmai, sempre fra gli spettatori, ne abbiamo contati più disturbati e indispettiti da certa musica - inutile dire quale. Addormentati, veramente, assai meno, se togliamo quelli che dopo una giornata di lavoro stancante hanno voluto rischiare entrando in una sala da concerto o in teatro; la qual cosa, un paio di volte non più in quarant'anni, è capitato anche a noi.
Mentre, invece, ci è accaduto di notare un nostro collega, tuttora attivo su più fronti, nonostante l'età avanzata, dormire e russare contemporaneamente dall'inizio alla fine del concerto, o quasi, per svegliarsi di soprassalto appena la musica finiva. In un caso lo avevamo seduto al nostro fianco, nella sala grande del Festival di Salisburgo, parecchi anni fa, quando non era ancora in età avanzata, con grande imbarazzo nostro e degli altri vicini di poltrona, i quali - per fortuna del nostro collega - non sapevano del suo mestiere.
Negli anni lo abbiamo incontrato parecchie altre volte, ed abbiamo notato anche che partecipava, dove gli era possibile, anche alle prove di un concerto o di un'opera. Il perchè lo abbiamo capito dopo, riflettendo sulla circostanza. Egli sperava, fra un sonno e l'altro di ascoltare per intero il concerto o l'opera, mettendo insieme le sensazioni delle pause dal sonno e scrivere poi.
Inutile dirvi di chi si tratta. Chi legge e conosce un pò il nostro mondo, sa bene di chi parliamo.
Ora a lui lo sleep concert non servirebbe, perchè lui dormirebbe sempre e comunque e non v'è musica che possa tenerlo sveglio per un paio ore di seguito, figuriamoci per una intera notte. Lui comunque per dormire, sceglierebbe non un sacco a pelo eil pavimento di un teatro - ma la più comoda poltroncina. E dunque lui a Bergamo, l'altra sera, per seguire da vicino la trovata del regista Francesco Micheli, che voleva così salutare il pubblico ed il teatro che va in restauro, non sarebbe mai andato.
Per chi l'ha fatto Micheli? Per il pubblico più provinciale della Bergamo alta? Per un
gruppo di suoi fedelissimi ammiratori? Magari per Gori e signora soltanto per vedere l'effetto che faceva - perché loro, quasi certamente, ad un normale concerto non sarebbero stati mai interessati? O soltanto per i giornali che, puntualmente, sono caduti nella trappola e ne hanno scritto come l'ottava 'stranezza', dopo le sette canoniche registrate?
L'esperimento non è nuovo. E' di importazione. Viene da Berlino, dove nel 2015 l'aveva voluto un compositore sperimentale, allievo di Berio, che di nome fa Max Richter, noto per aver vampirizzato ogni sorta di musica e musicista, primo fra tutti Vivaldi. Aveva riunito in una fabbrica dismessa alla periferia di Berlino un gruppo di persone - immaginiamo giovani in prevalenza, perchè quelli che hanno un pò d'anni sulle spalle sanno già come vanno simili baggianate - consigliando loro di portarsi appresso il necessario per passarvi la notte, ma di arrivare già mangiati, perchè la cena non era prevista nel prezzo. A Bergamo, per inciso, si pagava un biglietto di 38 Euro,con il quale si riceveva la dotazione notturna.
Cosa sia accaduto, a Berlino, durante tutta la notte non sappiamo dirvi con precisione; sappiamo solo -perché lo abbiamo appreso dalla cronache - che all'indomani, quando è suonata la sveglia, si sono levati di gran lena, lavati i denti, vestiti e fuggiti per andare al lavoro. Quel che di memorabile avrebbe dovuto avere, ma che certamente non ha avuto, nelle intenzioni del musicista, quella notte a suon di musica, ha consigliato chiunque nei due anni successivi a lasciar perdere, a non ripetere quell'inutile - ed anche stupido - esperimento. E tutto sarebbe finito a Berlino - giusta fine - se Micheli e gli organizzatori del Concertgebouw non avessero pensato di importarlo, in queste settimane. A Bergamo c'era l'extra di Micheli e di Elio ( quello delle Storie Tese, con sopracciglio a carico), sul quale lo stesso Micheli contava molto sia per far addormentare dolcemente chi soffriva dei disturbi del sonno, che per svegliare gli assonnati perenni.
Se Micheli voleva sapere che effetto avrebbe fatto sui cittadini bergamaschi l'esperienza di una 'notte a teatro', perchè non l'ha chiesto ai suoi colleghi palermitani del Teatro Massimo ( il duo Pizzo-Giambrone) che l'hanno già sperimentato con i ragazzi, richiamati più che dal teatro in sè, dalla storia del 'fantasma' del teatro? Non sarà che un secondo fantasma si aggira, di notte, anche al Teatro Donizetti di Bergamo, e Micheli, ma solo lui, lo sapeva?
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lunedì 19 giugno 2017
Chi riesce a dormire, fuori casa, a suon di musica, ora ha anche un concerto dedicato: lo SLEEP CONCERT, sbarcato in Italia , a Bergamo
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martedì 15 settembre 2015
Festival di Pompei 2015. Il Festival che non c'è. Che roba è questa?
Le
seguenti repliche di "Tosca" sono state annullate: 4,16,23
e 30 agosto; 6 settembre
Le seguenti repliche de "La traviata" sono state annullate: dal 5 al 29 agosto; 2,5, e 12 settembre
Le seguenti repliche di "Nabucco" sono state annullate: Dal 4 al 27 agosto; 3 settembre
Tutte le repliche di "Carmen Suite" in programma dal 7 agosto al 18 settembre sono state annullate
Tutte le repliche di "Carla Fracci Stars" in programma dall'11 agosto all'11 settembre sono state annullate
Tutte le repliche di "Il lago dei cigni" in programma dal 14 agosto al 14 settembre sono state annullate
Tutte le repliche di "Il barbiere di Siviglia" in programma dal 10 agosto al 18 settembre sono state annullate
Il rimborso dei biglietti potrà essere richiesto presso il Punto Vendita in cui è stato effettuato l'acquisto entro e non oltre il 30 settembre.
Lo spettacolo "Le 4 stagioni di Vivaldi " in programma a Pompei (Quadriportico) il 16 agosto è stato annullato, causa avverse condizioni meteo.
I biglietti già acquistati rimangono validi per le date in programma il 23 o il 27 agosto.
Il rimborso dei biglietti potrà essere richiesto presso il Punto Vendita in cui è stato effettuato l'acquisto entro e non oltre il 30 settembre.
P.S.
Si tratta di una ulteriore impresa fallimentare del ministro Franceschini, del suo direttore ( per fortuna ex) Nastasi e del sovrintendente di Pompei, Osanna.
Le seguenti repliche de "La traviata" sono state annullate: dal 5 al 29 agosto; 2,5, e 12 settembre
Le seguenti repliche di "Nabucco" sono state annullate: Dal 4 al 27 agosto; 3 settembre
Tutte le repliche di "Carmen Suite" in programma dal 7 agosto al 18 settembre sono state annullate
Tutte le repliche di "Carla Fracci Stars" in programma dall'11 agosto all'11 settembre sono state annullate
Tutte le repliche di "Il lago dei cigni" in programma dal 14 agosto al 14 settembre sono state annullate
Tutte le repliche di "Il barbiere di Siviglia" in programma dal 10 agosto al 18 settembre sono state annullate
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Lo spettacolo "Le 4 stagioni di Vivaldi " in programma a Pompei (Quadriportico) il 16 agosto è stato annullato, causa avverse condizioni meteo.
I biglietti già acquistati rimangono validi per le date in programma il 23 o il 27 agosto.
Il rimborso dei biglietti potrà essere richiesto presso il Punto Vendita in cui è stato effettuato l'acquisto entro e non oltre il 30 settembre.
P.S.
Si tratta di una ulteriore impresa fallimentare del ministro Franceschini, del suo direttore ( per fortuna ex) Nastasi e del sovrintendente di Pompei, Osanna.
mercoledì 15 luglio 2015
I soliti colpi di sole estivi e le solite inchieste di una rivista di musica italiana
Il Corriere della Sera di oggi, ancora a firma di Giuseppina Manin, torna a parlare di melodramma, per riferire della puntuale inchiesta mensile di 'Classic Voice' che questa volta con grande acume giornalistico e ricchezza di dati prende di mira il repertorio dei teatri. Concludendo, in base alla sua iricerca, che i teatri italiani vivono di 'repertorio'- peccato che dimentica quelli stranieri che vivono più o meno come quelli italiani di repertorio - dimenticando anzi ignorando le 'opere originali' ( che vuol dire 'originali, che quelle di verdi e Puccini originali non sono?) - e qui ci ha messo le mani il solito asino del titolista che in tre giorni toppa solennemente almeno due volte.
Non più tardi di tre anni fa, un'altra rivista di musica, edita dal Conservatorio aquilano, Music@, dimostrava che il repertorio italiano, che secondo Classic Voice si vuole dominante in Italia, era ancor più dominante all'estero. Dati alla mano, con tabelle, titoli e teatri, in Italia e nel mondo risultava che Traviata o Butterfly e Bohème erano rappresentati con più frequenza e regolarità all'estero di quanto non accadesse in Italia. E' successo forse che nel giro di due anni le cose sono completamente capovolte? Allora? Tutti idioti? Tutti che voltano le spalle alle novità?
No, semplicemente i classici del melodramma sono i più rappresentati e più amati e perciò anche quelli più richiesti e seguiti. E' un peccato se Traviata riempie i teatri più di Co2 di Battistelli che nelle poche recite scaligere di quest'anno il teatro non l'ha mai riempito?
Se il medesimo discorso si facesse per i classici di altri ambiti artistici, come la letteratura o il teatro, noi dovremmo bandire i grandi capolavori in nome della modernità. Non è possibile.
Se poi un tempo si facevano a teatro più novità di oggi, non è detto che sia la strategia migliore, forse occorrerebbe, ma senza intenti punitivi, farsi coraggio e presentare una qualche novità ogni stagione od ogni due, che moltiplicata per i teatri, vuol una trentina circa di novità a biennio. sarebbe un bel traguardo. Va anche aggiunto che le più frequenti novità di un tempo miravano ad attirare i contributi specifici del ministero destinati ai titoli nuovi.
Con aria snob, infine, la Manin e i suoi suggeritori di Classic Voice che, evidentemente, con il Corriere ha un filo diretto - chissà per quale ragione o quale tramite in carne ed ossa - afferma che il teatro d'opera italiano, dal punto di vista del repertorio, si sta 'arenizzando', sta virando cioè velocemente verso il 'popolare', come se fosse una offesa. No, cara Manin, le opere più popolari - ci vogliamo mettere fra queste anche il teatro di Shakespeare - sono tali perchè rappresentano le vette della umana creatività nei secoli. Si deve semmai esigere che la riproposta delle opere popolari non diventi occasione per 'spedizioni punitive' come può accadere anche nei teatri a danno del pubblico più affezionato.
Secondo il suo (della Manin) ragionamento e quello dei capoccioni della sua rivista di riferimento, dovremmo farla finita anche con Bach e Vivaldi ed anche Beethoven, meglio sostituirli con le 'quattro stagioni' di Max Richter o con quelle di Piazzolla o Glass ( ma perchè, sia detto per inciso, hanno bisogno di attaccarsi a Vivaldi; facciano qualcosa di nuovo e lascino in pace Vivaldi che, di suo, ancora funziona!).
Nicola Sani, sovrintendente a Bologna, impegnato anche su molti altri fronti a lui totalmente estranei, in chiusura di inchiesta, si augura che l'Italia abbia 'manager culturali capaci di unire COMPETENZA GESTIONALE ED ARTISTICA'; che è poi l'augurio che noi abbiamo fatto all'Italia, dopo aver letto delle nomine di Sani oltre che a Sovrintendente a Bologna, a Direttore artistico a Siena e Direttore dell' Istituto di Studi verdiani di Parma ecc... Da dove prende tanta energia oltre che tanta competenza, ci è venuto da chiederci?
Non più tardi di tre anni fa, un'altra rivista di musica, edita dal Conservatorio aquilano, Music@, dimostrava che il repertorio italiano, che secondo Classic Voice si vuole dominante in Italia, era ancor più dominante all'estero. Dati alla mano, con tabelle, titoli e teatri, in Italia e nel mondo risultava che Traviata o Butterfly e Bohème erano rappresentati con più frequenza e regolarità all'estero di quanto non accadesse in Italia. E' successo forse che nel giro di due anni le cose sono completamente capovolte? Allora? Tutti idioti? Tutti che voltano le spalle alle novità?
No, semplicemente i classici del melodramma sono i più rappresentati e più amati e perciò anche quelli più richiesti e seguiti. E' un peccato se Traviata riempie i teatri più di Co2 di Battistelli che nelle poche recite scaligere di quest'anno il teatro non l'ha mai riempito?
Se il medesimo discorso si facesse per i classici di altri ambiti artistici, come la letteratura o il teatro, noi dovremmo bandire i grandi capolavori in nome della modernità. Non è possibile.
Se poi un tempo si facevano a teatro più novità di oggi, non è detto che sia la strategia migliore, forse occorrerebbe, ma senza intenti punitivi, farsi coraggio e presentare una qualche novità ogni stagione od ogni due, che moltiplicata per i teatri, vuol una trentina circa di novità a biennio. sarebbe un bel traguardo. Va anche aggiunto che le più frequenti novità di un tempo miravano ad attirare i contributi specifici del ministero destinati ai titoli nuovi.
Con aria snob, infine, la Manin e i suoi suggeritori di Classic Voice che, evidentemente, con il Corriere ha un filo diretto - chissà per quale ragione o quale tramite in carne ed ossa - afferma che il teatro d'opera italiano, dal punto di vista del repertorio, si sta 'arenizzando', sta virando cioè velocemente verso il 'popolare', come se fosse una offesa. No, cara Manin, le opere più popolari - ci vogliamo mettere fra queste anche il teatro di Shakespeare - sono tali perchè rappresentano le vette della umana creatività nei secoli. Si deve semmai esigere che la riproposta delle opere popolari non diventi occasione per 'spedizioni punitive' come può accadere anche nei teatri a danno del pubblico più affezionato.
Secondo il suo (della Manin) ragionamento e quello dei capoccioni della sua rivista di riferimento, dovremmo farla finita anche con Bach e Vivaldi ed anche Beethoven, meglio sostituirli con le 'quattro stagioni' di Max Richter o con quelle di Piazzolla o Glass ( ma perchè, sia detto per inciso, hanno bisogno di attaccarsi a Vivaldi; facciano qualcosa di nuovo e lascino in pace Vivaldi che, di suo, ancora funziona!).
Nicola Sani, sovrintendente a Bologna, impegnato anche su molti altri fronti a lui totalmente estranei, in chiusura di inchiesta, si augura che l'Italia abbia 'manager culturali capaci di unire COMPETENZA GESTIONALE ED ARTISTICA'; che è poi l'augurio che noi abbiamo fatto all'Italia, dopo aver letto delle nomine di Sani oltre che a Sovrintendente a Bologna, a Direttore artistico a Siena e Direttore dell' Istituto di Studi verdiani di Parma ecc... Da dove prende tanta energia oltre che tanta competenza, ci è venuto da chiederci?
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mercoledì 29 aprile 2015
Accademia chigiana. Vivaldi ieri e domani, secondo Nicola Sani, vulcanico rivoluzionario direttore artistico
Quando solo da qualche mese è uscito il nuovo libro di Federico Maria Sardelli dedicato a Vivaldi nel quale si ripercorre il cammino della riscoperta del grande musicista italiano, avvenuta agli inizi del Novecento con la scoperta e la acquisizione del Fondo Foà-Giordano della Nazionale di Torino, viene presentato il rivoluzionario cartellone della prossima stagione estiva della Chigiana, firmato da Nicola Sani. Il quale cartellone, articolato in diversi canali, tutti denominati in lingua inglese, e trasmessi dai canali di Classica di Sky, come pure in lingua inglese si propone l'intera manifestazione (ecco la superiorità di chi conosce le lingue!) curiosamente si aprirà il prossimo 10 luglio nel nome di Vivaldi. A ricordo del fatto che fu proprio una delle prima Settimane musicali senesi ( a firma Casella, non ricordiamo esattamente la data, fra gli anni Trenta e Quaranta) a far riascoltare, trascritto, il grande musicista veneziano. Nell'operazione fu coinvolto anche il poeta/musicista Pound e la sua compagna Rudge che già sulla scorta dei manoscritti conservati a Dresda, avevano cominciato il lavoro di trascrizione( lavoro che secondo Sardelli, dal punto di vista tecnico era pessimo!).
Il concerto del 10 luglio non si propone - attenzione! - come celebrativo. Tutt'altro.
Sani ricomincia da Vivaldi per dare una dimostrazione più banale - e, secondo noi, abbastanza dozzinale - di quel che diceva Stravinsky, e cioè che Vivaldi aveva scritto 5-600 volte lo stesso concerto. E lo fa proponendo al pubblico internazionale della Chigiana, che d'estate riunisce giovani musicisti di tutto il mondo assieme ai loro docenti, alcuni dei quali autentici monumenti della musica mondiale, un suo compagno di novità stilistiche che si chiama Max Richter - berlinese, seguace/allievo di Berio - il quale ha riscritto Vivaldi, dichiarando che l'ha fatto, perchè non sopporta Vivaldi.
Abbiamo ascoltato una breve registrazione dell'inizio dei due primi movimenti delle Stagioni vivaldiane nella sua revisione. Richter crea un tappeto sonoro per orchestra, aggiungendovi anche dell'elettronica preregistrata, sul quale fa volare ( senza che mai riesca a farlo librare in volo veramente!) l'incipit dell'uno come dell'altro movimento, che però non arriva mai alla fine. Insomma il primo inciso di ogni movimento ripetuto per tutto il movimento.
Richter parte dalla boutade di Stravinsky, per renderla ancora più assoluta: non uno stesso concerto ripetuto 5-600 volte; ma un solo concerto che però non prende mai vita, quota, volo. Insomma nulla.
Nella casa in cui Vivaldi tornò ad esistere, ora se ne celebra il ridicolo, inutile funerale.
Ma il festival internazionale di Siena piacerà tanto, ne siamo sicuri, perchè Nicola Sani ha i suoi gazzettieri preferiti, alcuni dei quali già scritturati per stenderne il panegirico, dietro compenso; e poi sbandiera anche contatti internazionali con tutto il mondo conosciuto e non, creati con grande abilità e senso degli affari e scambi internazionali, negli anni della sua presidenza della Fondazione Scelsi. Come ad esempio quello con Markus Hinterhauser che si riproporrà, nelle vesti di pianista, egli allievo della Chigiana molti anni fa ed ora intelligente direttore artistico sulla cresta dell'onda ( dal 2016 tornerà a Salisburgo) per far riascoltare Schubert corredato di immagini ( provenienza Aix en Provence, coprodotto con Wiener Festwochen, di cui Hinterhauser è attualmente direttore artistico) che secondo noi è come dire ' Schubert non ci basta più.
E il teatro Comunale di Bologna chi lo governa, se il suo sovrintendente/ direttore artistico è tanto impegnato a Siena?
Il concerto del 10 luglio non si propone - attenzione! - come celebrativo. Tutt'altro.
Sani ricomincia da Vivaldi per dare una dimostrazione più banale - e, secondo noi, abbastanza dozzinale - di quel che diceva Stravinsky, e cioè che Vivaldi aveva scritto 5-600 volte lo stesso concerto. E lo fa proponendo al pubblico internazionale della Chigiana, che d'estate riunisce giovani musicisti di tutto il mondo assieme ai loro docenti, alcuni dei quali autentici monumenti della musica mondiale, un suo compagno di novità stilistiche che si chiama Max Richter - berlinese, seguace/allievo di Berio - il quale ha riscritto Vivaldi, dichiarando che l'ha fatto, perchè non sopporta Vivaldi.
Abbiamo ascoltato una breve registrazione dell'inizio dei due primi movimenti delle Stagioni vivaldiane nella sua revisione. Richter crea un tappeto sonoro per orchestra, aggiungendovi anche dell'elettronica preregistrata, sul quale fa volare ( senza che mai riesca a farlo librare in volo veramente!) l'incipit dell'uno come dell'altro movimento, che però non arriva mai alla fine. Insomma il primo inciso di ogni movimento ripetuto per tutto il movimento.
Richter parte dalla boutade di Stravinsky, per renderla ancora più assoluta: non uno stesso concerto ripetuto 5-600 volte; ma un solo concerto che però non prende mai vita, quota, volo. Insomma nulla.
Nella casa in cui Vivaldi tornò ad esistere, ora se ne celebra il ridicolo, inutile funerale.
Ma il festival internazionale di Siena piacerà tanto, ne siamo sicuri, perchè Nicola Sani ha i suoi gazzettieri preferiti, alcuni dei quali già scritturati per stenderne il panegirico, dietro compenso; e poi sbandiera anche contatti internazionali con tutto il mondo conosciuto e non, creati con grande abilità e senso degli affari e scambi internazionali, negli anni della sua presidenza della Fondazione Scelsi. Come ad esempio quello con Markus Hinterhauser che si riproporrà, nelle vesti di pianista, egli allievo della Chigiana molti anni fa ed ora intelligente direttore artistico sulla cresta dell'onda ( dal 2016 tornerà a Salisburgo) per far riascoltare Schubert corredato di immagini ( provenienza Aix en Provence, coprodotto con Wiener Festwochen, di cui Hinterhauser è attualmente direttore artistico) che secondo noi è come dire ' Schubert non ci basta più.
E il teatro Comunale di Bologna chi lo governa, se il suo sovrintendente/ direttore artistico è tanto impegnato a Siena?
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mercoledì 8 aprile 2015
'L'affare Vivaldi' secondo Federico Maria Sardelli per Sellerio
Federico Mari Sardelli, direttore barocco e studioso del medesimo periodo musicale può considerarsi - come egli stesso si considera - Vivaldi reincarnato. E' innegabile che Sardelli sia oggi uno dei massimi studiosi di Vivaldi. Di Sardelli, come di altri studiosi del medesimo barocco, non ci piace quando, calatisi nella persona del loro oggetto di studio, pretendono con sicumera di ricrearne alcune opere in buona parte perdute, sulla base di pochissimi schizzi pervenutici. Addirittura qualcuno s'è arrischiato perfino a ricostruire opere intere partendo dal libretto, l'unica traccia dell'opera pervenuta fino a noi e di qualche noterella storica o di cronaca, oppure di considerazioni metriche o stilistiche. A noi, modestamente, ciò sembra troppo. perché, per quanto uno studioso possa conoscere a fondo il musicista studiato, ogni singola nota, difficilmente potrà dirci quali soluzioni il musicista avrebbe adottato qui o là, semplicemente perchè Sardelli, ma potremmo anche citare i casi di Malgoire e di altri specialisti, geniale quanto si vuole e massimamente competente, non è Vivaldi. Qui sta il punto.
Con grande interesse abbiamo, invece, letto d'un fiato l'affascinante ed agile sua ricostruzione della riscoperta vivaldiana, dalla costituzione, agli inizi del Novecento, del famoso fondo vivaldiano ' Foà-Giordano' della Biblioteca Nazionale di Torino. Che è la seguente; e Sardelli assicura che ciò che ha raccontato è, in massima parte, la verità documentaria e che, solo in pochi casi, particolarmente nella narrazione di fatti e persone, immediatamente dopo la morte di Vivaldi, ha lavorato anche di fantasia.
Cominciamo dagli anni Venti del Novecento, e da un salesiano che fa sapere di possedere un lascito di partiture musicali di vari autori del quale, volendo disfarsene, chiede il valore al direttore della Nazionale di Torino (Luigi Torri) ed al musicologo Alberto Gentili. Il quale Gentili, aprendo un faldone dopo l'altro, scopre quali tesori quelle carte custodissero, valutandolo economicamente intorno alle 300.000 lire. La Nazionale di Torino non aveva i soldi per acquistarlo - le Biblioteche in Italia sono sempre vissute in ristrettezze - ma Torri e Gentili si mettono alla ricerca di un benefattore che voglia acquistarlo per farne dono alla Biblioteca. Alla fine lo trovano nella persona dell'agente di cambio Roberto Foà, il quale lo acquista 'in memoria' del suo figlioletto deceduto in tenerissima età.
Gentili si mette, allora, a studiare quel lascito prezioso, in previsione di una futura catalogazione e ripubblicazione. Ma si accorge che mancano alcuni faldoni, quelli che sul dorso riportavano un numero pari. Risale al donatore del fondo ai salesiani, la nota famiglia Durazzo. Dopo un lavoro diplomatico sopraffino riesce ad incontrare il marchese Marcello Durazzo, di un altro ramo della famiglia patrizia, a Genova, il quale nella sua vasta biblioteca, ha proprio i faldoni 'pari' mancanti al fondo già acquisito dalla Nazionale.
Gentili fa di nuovo una valutazione del secondo fondo, Torri e Gentili cercano un nuovo compratore, che trovano nella persona dell'industriale tessile Filippo Giordano, il quale elargisce la somma di 130.000 Lire necessaria per il secondo acquisto e così l'intero ricchissimo fondo vivaldiano viene costituito presso la Nazionale di Torino, assumendo il doppio nome delle famiglie dei benefattori acquirenti: 'Foà-Giordano'. Ed arriviamo agli anni Trenta.
Il regime esulta per l'acquisto, salvo poi a perseguitare in seguito i protagonisti della riscoperta, perchè ebrei.
Prima che Gentili, padre della notissima clavicembalista italiana, Gabriella Gentili Verona, sia costretto a fuggire all'estero, diventa il curatore del fondo che Ricordi avrebbe dovuto poi pubblicare, man mano che lo studioso andava trascrivendolo in notazione moderna. La notizia, che si era sparsa fra gli studiosi del barocco musicale, giunse anche alle orecchie di Ezra Pound e della sua compagna dell'epoca, Olga Rudge - che lavorava all'Accademia Chigiana di Siena - i quali allora stavano trascrivendo Vivaldi, utilizzando i manoscritti conservati a Dresda.
I due andarono a Torino per incontrare Gentili ed avere acceso ai manoscritti vivaldiani. Sardelli descrive con molti particolari - alcuni presumiamo di fantasia - l'incontro vivacissimo fra i tre. Pound chiedeva a gran voce i manoscritti, Gentili opponeva che c'era un contratto di esclusiva con Ricordi e che egli aveva già cominciato a studiarli e tarscriverli. Bastava attendere. Non solo. Quando vide le trascrizioni di Pound e della Rudge, non potè non far notare ai due gli errori grossolani nei quali erano incorsi, il più evidente dei quali era l'aver ritenuto che i pentagrammi vuoti, nel corso di una composizione volevano indicare sempre che gli strumenti interessati tacevano. Gentili fece loro notare che quei pentagrammi molte volte stavano a dire che gli strumenti suonavano all'unisono quel che era indicato sul pentagramma notato e che perciò non c'era necessità alcuna di riscrivere quella parte dal compositore.
Pound telefonò a Roma, da dove fece arrivare un duro richiamo a Torri. Il regime funzionava. Poi i concerti a Rapallo ad opera di Pound e Rudge, e la riscoperta vivaldiana a Siena,, nel corso di una memorabile 'Settimana musicale senese', nella quale una parte considerevole ebbe anche Alfredo Casella, auspice il conte Guido Chigi Saracini.
La fine della storia è triste, anzi tragica, ma non per Vivaldi che da allora ha ricominciato a risplendere. Per gli eroici fautori della sua riscoperta, ai quali si deve la costituzione del 'fondo Vivaldi' torinese, tutti perseguitati dal folle regime fascista per le nefaste sue leggi razziali.
Con grande interesse abbiamo, invece, letto d'un fiato l'affascinante ed agile sua ricostruzione della riscoperta vivaldiana, dalla costituzione, agli inizi del Novecento, del famoso fondo vivaldiano ' Foà-Giordano' della Biblioteca Nazionale di Torino. Che è la seguente; e Sardelli assicura che ciò che ha raccontato è, in massima parte, la verità documentaria e che, solo in pochi casi, particolarmente nella narrazione di fatti e persone, immediatamente dopo la morte di Vivaldi, ha lavorato anche di fantasia.
Cominciamo dagli anni Venti del Novecento, e da un salesiano che fa sapere di possedere un lascito di partiture musicali di vari autori del quale, volendo disfarsene, chiede il valore al direttore della Nazionale di Torino (Luigi Torri) ed al musicologo Alberto Gentili. Il quale Gentili, aprendo un faldone dopo l'altro, scopre quali tesori quelle carte custodissero, valutandolo economicamente intorno alle 300.000 lire. La Nazionale di Torino non aveva i soldi per acquistarlo - le Biblioteche in Italia sono sempre vissute in ristrettezze - ma Torri e Gentili si mettono alla ricerca di un benefattore che voglia acquistarlo per farne dono alla Biblioteca. Alla fine lo trovano nella persona dell'agente di cambio Roberto Foà, il quale lo acquista 'in memoria' del suo figlioletto deceduto in tenerissima età.
Gentili si mette, allora, a studiare quel lascito prezioso, in previsione di una futura catalogazione e ripubblicazione. Ma si accorge che mancano alcuni faldoni, quelli che sul dorso riportavano un numero pari. Risale al donatore del fondo ai salesiani, la nota famiglia Durazzo. Dopo un lavoro diplomatico sopraffino riesce ad incontrare il marchese Marcello Durazzo, di un altro ramo della famiglia patrizia, a Genova, il quale nella sua vasta biblioteca, ha proprio i faldoni 'pari' mancanti al fondo già acquisito dalla Nazionale.
Gentili fa di nuovo una valutazione del secondo fondo, Torri e Gentili cercano un nuovo compratore, che trovano nella persona dell'industriale tessile Filippo Giordano, il quale elargisce la somma di 130.000 Lire necessaria per il secondo acquisto e così l'intero ricchissimo fondo vivaldiano viene costituito presso la Nazionale di Torino, assumendo il doppio nome delle famiglie dei benefattori acquirenti: 'Foà-Giordano'. Ed arriviamo agli anni Trenta.
Il regime esulta per l'acquisto, salvo poi a perseguitare in seguito i protagonisti della riscoperta, perchè ebrei.
Prima che Gentili, padre della notissima clavicembalista italiana, Gabriella Gentili Verona, sia costretto a fuggire all'estero, diventa il curatore del fondo che Ricordi avrebbe dovuto poi pubblicare, man mano che lo studioso andava trascrivendolo in notazione moderna. La notizia, che si era sparsa fra gli studiosi del barocco musicale, giunse anche alle orecchie di Ezra Pound e della sua compagna dell'epoca, Olga Rudge - che lavorava all'Accademia Chigiana di Siena - i quali allora stavano trascrivendo Vivaldi, utilizzando i manoscritti conservati a Dresda.
I due andarono a Torino per incontrare Gentili ed avere acceso ai manoscritti vivaldiani. Sardelli descrive con molti particolari - alcuni presumiamo di fantasia - l'incontro vivacissimo fra i tre. Pound chiedeva a gran voce i manoscritti, Gentili opponeva che c'era un contratto di esclusiva con Ricordi e che egli aveva già cominciato a studiarli e tarscriverli. Bastava attendere. Non solo. Quando vide le trascrizioni di Pound e della Rudge, non potè non far notare ai due gli errori grossolani nei quali erano incorsi, il più evidente dei quali era l'aver ritenuto che i pentagrammi vuoti, nel corso di una composizione volevano indicare sempre che gli strumenti interessati tacevano. Gentili fece loro notare che quei pentagrammi molte volte stavano a dire che gli strumenti suonavano all'unisono quel che era indicato sul pentagramma notato e che perciò non c'era necessità alcuna di riscrivere quella parte dal compositore.
Pound telefonò a Roma, da dove fece arrivare un duro richiamo a Torri. Il regime funzionava. Poi i concerti a Rapallo ad opera di Pound e Rudge, e la riscoperta vivaldiana a Siena,, nel corso di una memorabile 'Settimana musicale senese', nella quale una parte considerevole ebbe anche Alfredo Casella, auspice il conte Guido Chigi Saracini.
La fine della storia è triste, anzi tragica, ma non per Vivaldi che da allora ha ricominciato a risplendere. Per gli eroici fautori della sua riscoperta, ai quali si deve la costituzione del 'fondo Vivaldi' torinese, tutti perseguitati dal folle regime fascista per le nefaste sue leggi razziali.
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