mercoledì 7 gennaio 2015

E 'grande e grosso' Nastasi continuerà a fare il buono e cattivo tempo.

L'autonomia di Scala e Santa cecilia prevede che il finanziamento statale, cioè il suo ammontare, sia triennale.La sua determinazione la  decide il direttore generale, 'grande e grosso', sentita la Commissione Musica che lui steso ha fatto nominare scegliendo fra i candidati quelli più malleabili ed ubbidienti. In questa commissione che dovrebbe essere composta prevalentemente da esperti, con libertà ed autorevolezza ed indipendenza di giudizio, siedono Valerio Toniolo - lunga carriera all'ombra del Ministero, da Rutelli in poi, passando per tutte le Copmmissioni, finito negli ultimi anni ad amministrare l'Auditorium Conciliazione di proprietà della famiglia Cesa... inutile cotinuare - Silvia Colasanti, brava compositrice ma forse a digiuno delle storie relative alla vita musicale italiana ed alle sue principali istituzioni, e Angelo Licalsi , siciliano, maestro di coro, che vede la sua cooptazione in Commissione musica come un miracolo dal ciel piovuto.
 E poi ci sono i rappresentanti  istituzionali, Filippo Bianchi e Antonio Princigalli.
 I membri delle Commissioni, chi non lo sa, negli anni passati, da oscuri  ed insignificanti personaggi della vita musicale italiana, si imponevano alla attenzione ed al rispetto generale per quel loro ruolo, per il quale osavano anche pretendere favori in cambio di chissà quale  millantato intervento  a favore di questa o quella istituzione. E, comunque, nulla si faceva per niente.
Nastasi prosegue sulla medesima linea per avere mano libera su tutto, anche dal Ministro che invece di comandarlo si fa comandare da Nastasi, perché deve necessariamente credere a tutto quello che gli dice, non avendo nessun elemento proprio per giudicare, senza suggerimenti.
 Ecco il marcio della politica, sul quale prospera 'grande e grosso' che continua  a fare il buono e cattivo tempo.

Che razza di CDA è quello dell'Accademia di Santa Cecilia?

Ieri i giornali riferivano della concessione da parte del ministro Franceschini dell'attesa e sospirata autonomia alla Scala e a Santa Cecilia. Autonomia che ora dovrebbe essere concessa anche agli altri enti musicali importanti che sanno ben amministrarsi, artisticamente e finanziariamente, e sono in grado di procurarsi  non irrilevanti risorse proprie attraverso botteghino e sponsor, per aggiungerle a quelle del sovvenzionamento statale e pubblico in genere.
 Altra la logica sottintesa a queste concesse autonomie, secondo il teorema di 'grande e grosso' (Nastasi) che vorrebbe ridotte di numero le fondazioni lirico sinfoniche in Italia; lasciando in una zona franca Scala e Santa Cecilia e declassando tutte le altre, alcune delle quali chiudendole del tutto. In tale progetto di ristrutturazione, al quale anche 'mezzo disastro' ( Franceschini) ha qualche volta, seppure timidamente, accennato, non verrebbero salvate alcune fondazioni storiche ed importanti quanto quelle salvate - pensiamo al San Carlo, alla Fenice, al Maggio fiorentino - e neanche l'Opera della Capitale, che non gode evidentemente  più di tanta attenzione dopo la fuga di Muti. E così va in scena la lenta ma inesorabile  distruzione della musica in Italia, nel fracasso della riconosciuta autonomia a Scala e Santa Cecilia.
 A proposito di Santa  Cecilia, se si dà un'occhiata al suo consiglio di amministrazione, si ha l'impressione di avere sotto gli occhi il CDA di una grande azienda industriale del nostro paese.
 Infatti tolti i membri istituzionali ed i quattro/cinque accademici - tutti della consorteria Cagli - gli altri sono presi dal mondo industriale: Luigi Abete ( BNL), Paolo Astaldi ( Astaldi) Giuseppe Cornetto Bourlot, Vittorio Di Paola, Gianni Letta, Maurizio Tarquini ( direttore generale di Unindustria, dove é vice presidente Gianpaolo Letta, figlio del patriarca Gianni).
 Alcuni di loro sono presenti nel CDA perchè rappresentano aziende  che all'Accademia danno soldi nella misura prevista dallo statuto. pochi in verità, forse due appena, gli altri sono stati fatti entrare per 'cooptazione', come recita lo Statuto. E cioè, quando non ci sono istituzioni od enti in grado di assicurare all'Accademia entrate consistenti,  aventi diritto, in conseguenza di ciò, a sedere nel CDA, il Consiglio, su proposta del Presidente, chiama personalità del mondo della cultura o di altri mondi e ve li fa sedere.
Perchè? Che c'entrano? Tutti musicofili? No, ma tutti d'accordo con il Presidente che perciò ha mano libera su tutto avendo dalla sua oltre gli accademici - quelli a lui invisi non siedono, solitamente, nel CDA - ha anche la  quasi totalità degli alti membri.
 Ma che possono fare questi ultimi, se non hanno soldi da dare?  Beh possono ricambiare all'occorrenza in vario modo. Ad esempio intervenendo politicamente in casi di emergenza (è inutile che facciamo per l'ennesima volta i nomi), salvo poi a venire ricompensati alla bisogna, e a loro volta, a ricambiare, con uno scambio di non tanto 'amorosi' sensi, fra i membri.
 Ora fra una settimana sapremo chi sarà il successore di Cagli. E forse sapremo anche della nuova composizione del CDA - ammesso che lo Statuto dell'autonomia contempli anche per Santa Cecilia, la trasformazione del CDA in Consiglio di Indirizzo e la riduzione dei suoi membri, perchè 13, scaramanzia  a parte, sono onestamente, troppi.
 Su qualche scambio di favori si legga con attenzione il bilancio dell'Accademia, ed anche l'organigramma di qualche istituzione non romana, dove alcuni nomi del CDA  di Santa Cecilia compaiono uno dopo l'altro.
P.S. Sul CDA di Santa Cecilia, causa il suo statuto speciale, la concessa autonomia non inciderà affatto. I suoi membri saranno il doppio di quelli delle altre fondazioni liriche8 che ne avranno 7) - una specie di esercito di varia estrazione, dai soci fondatori agli accademici ai soci privati - in pratica potrebbe restare quello di oggi, dove le tre categorie sono  distribuite così come prevede la autonomia. E forse non cambierà neppure la sua denominazione, o forse sì, da Consiglio di amministrazione in Consiglio di indirizzo.

martedì 6 gennaio 2015

Pino Daniele. Di tutto di più.Per carità cristiana e umana, lasciatelo in pace

Pino Daniele è morto, colpito da un infarto ed anche dalla sfortuna che ha consigliato, a lui ed ai suoi, di trasferirlo in macchina dalla sua residenza toscana a Roma, che nel corso del viaggio  gli ha bucato una ruota , facendolo arrivare praticamente  cadavere all' Ospedale Sant'Eugenio, dal suo cardiologo di fiducia che ha curato il cantautore per molti tanti, avendo egli seri problemi cardiaci.
 Ora però riposi in pace. Lasciamolo riposare.
 Ieri la solita carovana di profittatori che ne hanno fatto il più grande musicista del secolo, l'emblema della napoletanità, l'uomo mite e buono. Insomma Pino Daniele 'santo subito' ed intitoliamogli anche una strada, una piazza, un teatro e magari anche il Palazzo reale di Napoli.
 Nei soli giornali che abbiamo letto - come si fossero messi d'accordo - quattro intere pagine su ognuno ( Repubblica, Corriere, Messaggero) che fanno dodici pagine - una buona metà inutili; e, in due dei tre anche una ripresa sulle pagine locali per raccontare il suo rapporto con i cittadini romani. Naturalmente non abbiamo letto nè Il Mattino di Napoli e neppure il Corriere del mezzogiorno che, immaginiamo, ieri si saranno presentati ai lettori con numeri  quasi monografici.
 Poi l'annuncio dei funerali al Santuario del Divino Amore, a Roma, la città che aveva scelto per vivere, oltre la Toscana, dopo l'abbandono di Sabaudia e prima ancora di Napoli; l'offesa per Napoli dove ieri sera - sono notizie di oggi - s'è svolta a Piazza del Plebiscito una manifestazione spontanea di cittadini - e l'annuncio del secondo funerale, in una basilica napoletana. Per Pino daniele uno era troppo poco.
 Dopo la sepoltura o la cremazione. E basta. Per carità basta con Pino Daniele. Riposi in pace. E a noi risparmiateci ancora  ulteriori pagine sulla sua vita e le sue canzoni. Neanche per  Beethoven.

Imitare Palermo. Pizzo e Ferro lavorano gratis al Massimo.

La Sicilia dei miracoli. Sessanta persone a guardia della casa natale di Pirandello e, di contro, direttore artistico e direttore musicale del Teatro Massimo di Palermo, ambedue con incarico triennale, che  prestano la loro opera, preziosissima, GRATUITAMENTE. Gli eroi della cultura si chiamano rispettivamente Oscar Pizzo e Gabriele Ferro, ambedue insediatisi solo qualche mese fa, chiamati dal grande bravissimo sovrintendente Francesco Giambrone, che per tali risparmi, notevoli, viene compensato con 170.000 Euro l'anno. Tutti meritati.
E che ora, con un colpo da maestro, s'è assicurato , in apertura di stagione, la prima italiana, di 'Gisela', ultima composizione di Hans Werner Henze, opera che parla di una tedesca che fugge dalla cupa Germania e si stabilisce a Napoli, per amore di un 'pulcinella' ( regia di Emma Dante) che certamente non piacerà alla cancelliera Merkel.
Ma perchè Pizzo e Ferro non pesano  sulle casse del Massimo  per l'incarico nell'isola? Perchè  Pizzo,  è fuggito dalla provinciale Roma per riparare nella capitale Palermo, e perciò, grato di tale asilo,  ripaga il Massimo con la sua opera di direttore artistico.
E Ferro, siciliano come Pizzo, contento finalmente di tornare alla terra delle sue origini, si fa pagare solo per i concerti o le opere che dirige, come del resto fa Pappano (così ci sembra) a Roma, e sempre a Roma faceva Muti all'Opera, che per il suo prestigiosissimo incarico di 'direttore onorario a vita' non percepiva neppure un Euro, come compenso simbolico; lo aveva rifiutato quando glielo avevano proposto, limitandosi a pretendere solo il compenso per le sue presenze sul podio. Solamente quelle.

La cultura non si mangia? In Italia, la cultura se la stanno mangiando

 E' o no un paese attento ai valori della cultura quello in cui a vigilare e custodire la casa natale di un grande drammaturgo e scrittore, Pirandello, in Sicilia, vi sono sedici persone più una quarantina di altri impiegati - per il necessario turno negli affollatissimi orari di lavoro, per un totale di una sessantina di persone, pagati dalla regione Sicilia? Il prossimo che verrà a dirci che ai beni culturali in Italia non si presta la dovuta attenzione gli  consigliamo una visita dall'oculista e la visita alla casa di Pirandello;  perché lì ad ogni visitatore si dà in dotazione un custode che lo guida  e lo molla dopo la visita ai quasi cento metri quadri della casa ( la biblioteca con i suoi 25 mila volumi appartenuti a Pirandello si trova in un altro luogo sempre di Agrigento, non sappiamo se altrettanto supercustodita, ma temiamo di sì), ed alla fine gli offre un caffè e dei santini del drammaturgo, in segno di riconoscenza perché  senza la sua visita, lui e tutti gli altri, quel giorno, si sarebbero annoiati.
Ecco come in Italia ci si mangia la cultura. Se un giorno  si dovesse rompere una tubatura dell'acqua in quella casa natale dello scrittore, forse non saprebbero dove trovare i soldi per l'immediata riparazione. Ma quei sessanta, fra custodi ed impiegati, restano lì, magari a guardare l'idraulico costretto a fare  la riparazione gratis, in onore il suo concittadino Pirandello.
 Certamente i soldi necessari per quella riparazione non potrebbero prenderli dalle casse degli scavi di Pompei. Sono rimasti chiusi a Natale e Capodanno, perchè in fondo in tutto il mondo ci sono giorni in cui i musei e siti archeologici sono chiusi, ma anche perchè due o tre mila visitatori quanti ce ne sarebbero stati al giorno, per  Natale e Capodanno, in fondo non sono una entità di cui preoccuparsi. Sarebbero costati di più i custodi, perchè le entrate sarebbero state di gran lunga inferiori al costo della manutenzione e vigilanza giornaliera. Ecco perchè il ministro 'mezzo disastro' ne  ha decretato la chiusura.
La cultura e tutto ciò che la riguarda in Italia, complice il Ministero, se la stanno mangiando o, come si dice a Roma, se la stanno 'ciucciando', un giorno dopo l'altro,  con questa o quella disposizione in apparenza dettata dalla economicità, ma di fatto improntata allo spreco dissennato di risorse di cui, con ogni mezzo, si va  poi a caccia. Mentre la cultura se la stanno davvero mangiando, anzi spolpando fino all'osso.

ANCORA SULL'ACCADEMIA DI DANZA DI ROMA.Stefania Giannini, ministro 'cuor di leone'.

Giannini ed il direttore generale dell'AFAM, Mancini, decidono di non decidere sull'Accademia Nazionale di Danza di Roma, confermando l'idea di 'coraggiosi' che si aveva dei due nel mondo scolastico.
Mentre a Palazzo Chigi, in riunione con Renzi, la Giannini discute dei massimi sistemi scolastici, annunciando una riforma di portata epocale, quando si tratta di assumere decisioni in linea con tanto coraggio teorico, la Giannini, stremata per lo sforzo del lavoro sulla riforma, decide di non decidere. Nella  penosa vicenda, da noi già segnalata su questo blog, relativa all'Accademia di Danza - dove l'elezione, a larghissima maggioranza, a direttore del commissario m. Bruno Carioti,  è stata contestata da un insegnante dell'Accademia, votato da pochi intimi, che ricorre al TAR , il quale deciderà non prima di aprile -   il ministro Giannini, invece che confermare, vista l'ottima  gestione del 2014, a commissario il m. Carioti, in attesa che il TAR decida sul ricorso, per non scontentare Forza Italia che, evidentemente,  ha appetiti sull'Accademia di Danza anzi sulla Fondazione, la cassaforte che fa gola ai politici che  vorrebbero invece farci credere che sono interessati alle sorti della formazione dei ballerini in Italia, pur essa da ricommissariare,  lo mette da parte in attesa di conferirgli un nuovo incarico magari al Ministero, e nomina commissario la prof. Cassese, fino a luglio prossimo ( una durata anomala, di soli sei mesi, forse perchè anche il ministro crede che Carioti dovrà essere nominato direttore, perchè eletto regolarmente dalla stragrande maggioranza degli insegnanti), la commissaria dell'Accademia di Belle Arti dell'Aquila.
Ora anche la Giannini dovrebbe capire che se  qualcuno ha osato contestare la nomina di Carioti, perchè estraneo al mondo della danza, ma comunque attivo in quello contiguo della musica,  e che comunque ha fatto tornare alla normalità della sua attività di formazione l'Accademia, che senso ha mettere a capo, seppure per un semestre, dell'Accademia di danza in continua ebollizione a causa di tali vicende,  un commissario che ha retto una Accademia di Belle Arti che  dista dal mondo della danza quanto la terra dalla luna?
Ma forse  questo la Giannini non lo capisce,  come non lo capisce neppure il suo direttore generale AFAM, Mancini, anch'egli imprestato dall'Università e dunque ancor più estraneo al mondo dell'Istruzione artistica, la cosiddetta AFAM, della quale è stato messo a capo non si sa per quali competenze o meriti, oltre quelli politici.
 E così mentre si discute della riforma della scuola, definita da Renzi 'epocale', l'Accademia di Danza per l'irresponsabilità del Ministero, rischia di andare a rotoli.

Battistelli o dall'Ongaro? Chi dei due sarà sovrintendente di Santa Cecilia? Per la sostituzione dell'uno o dell'altro nei numerosi incarichi attuali si accettano candidature.

Poco più di una settimana ci separa dalla tornata di votazioni, decisiva, per la successione a Bruno Cagli che  dopo vent'anni, FINALMENTE, lascia la Sovrintendenza dell'Accademia di Santa Cecilia. Contendenti sono Giorgio Battistelli, compositore ma non solo, e Michele dall' Ongaro, manager di lungo corso ed anche autore di musica.
 Noi, pur non richiesti, abbiamo espresso il nostro voto. Preferiremmo dall'Ongaro, non perchè nutriamo sulla sua possibile gestione  dell'Accademia chissà quali aspettative. Anzi non ne nutriamo affatto, conoscendolo e seguendo la sua attività da anni. Bensì perchè, eletto in Accademia, lascerebbe molti posti vacanti che oggi occupa, e la conseguente possibilità per molti di trovare lavoro.  Insomma una allargamento  del mercato del lavoro musicale, sperando che non si intromettano consorterie e logge che sempre si intrufolano in  queste occasioni. Mentre Battistelli dovrebbe, pur lasciando anche lui tanti posti occupati, allentare la sua attività idi compositore che è  prevalente, a differenza di dall'Ongaro.
 Per i posti lasciati liberi dall'uno o dall'altro si accettano candidature.
 Battistelli, dovrebbe lasciare:
- il CDA dell'Opera di Roma;
-la Direzione artistica dell'Orchestra della Toscana;
-la Presidenza della 'Barattelli' a L'Aquila;
-la Candidatura a sindaco di Albano ... ed altri incarichi che ora non ci sovvengono.
Dall'Ongaro dovrebbe lasciare:
-la Sovrintendenza dell'Orchestra nazionale della RAI;
- la Direzione della musica a Radio Tre;
- la Direzione dei 'Concerti del Quirinale;
-il Direttivo artistico dell'Accademia Filarmonica romana;
-la Missione di divulgatore su RAI 5; ed altri ancora che non ricordiamo.
 Solo per questi incarichi  potremmo avere almeno cinque possibili aspiranti, sia che vinca Battistelli, sia che  venga eletto sovrintendente dall'Ongaro, come vorrebbe Cagli che in questi anni lo ha proposto ed imposto in tutti i modi in Accademia, anche attirandosi le critiche di molti accademici - non dimentichiamo quelle durissime lettere di noti accademici contro Cagli, comprese quelle del defunto cardinale Bartolucci - che male hanno digerito la vorticosa ascesa di dall' Ongaro dovuta, a detta di Cagli stesso, al suo potere in RAI che sarebbe tornato di utilità all'Accademia. O a dall'Ongaro?
Tempo una settimana e vedremo.