Atene, Maria Callas Museum: la Divina oltre il mito
È il principio più felice del Maria Callas Museum di Atene, il primo museo al mondo interamente dedicato alla Divina, aperto nel cuore della città, in via Mitropoleos, nell’edificio che fu l’hotel Royal. Nato nel 2023, nel centenario della nascita, prova a raccontare Maria Callas come fenomeno artistico prima ancora che biografico: testi, oggetti, fotografie, filmati e rare registrazioni sonore compongono un percorso immersivo che ha ottenuto una Special Commendation agli European Museum of the Year Awards 2025. La collezione municipale, avviata nel 2000 con acquisti a un’asta parigina e poi cresciuta grazie a donazioni e prestiti, supera oggi i 1.200 pezzi; il museo ha accolto oltre 40 mila visitatori da almeno 35 Paesi.
Dopo Norma, Tosca e Traviata, Maria Callas continua a parlare e a cantare. Una sezione richiama le celebri masterclass alla Juilliard School, quella pedagogia severa e lucidissima dell’ultima parte della sua parabola pubblica; altrove scorrono altre interpretazioni – “O mio babbino caro”, Carmen, Il trovatore – a ricordare l’ampiezza di un repertorio che nessuna selezione di tre titoli potrebbe contenere.
Poi arriva Maria. Ed è qui che il museo diventa quasi indiscreto, nel senso migliore. Libri, francobolli, film, interviste, medaglie commemorative, fotografie, costumi e abiti; persino una ciocca dei suoi capelli, conservata dal parrucchiere e finita all’asta. C’è il vestito blu e verde indossato al ricevimento seguito alla leggendaria Traviata scaligera del 1955; e quello verde chiaro della tournée 1973-74 con Giuseppe Di Stefano, ultimo viaggio artistico di una voce ormai ferita ma ancora capace di trasformare ogni apparizione in evento. Ci sono lettere: quella del padre del 1950 e quella di Maria al padre del 1957; e una lettera di Elvira de Hidalgo, scritta in italiano da Ankara nel 1949, colma di affetto e ammirazione per l’allieva.
Ci sono gli spartiti sui quali studiò – Poliuto, Andrea Chénier, Carmen – e le tracce di un apprendistato che rimette al centro il lavoro, troppo spesso oscurato dalla leggenda. Accanto alle maestre affiorano Tullio Serafin, Antonino Votto, Gianandrea Gavazzeni. E poi gli uomini che, in modi diversissimi, ne segnarono la vita e l’immagine pubblica: Giovanni Battista Meneghini e Aristotele Onassis, naturalmente, ma anche Luchino Visconti e Pier Paolo Pasolini, decisivi nella costruzione scenica e cinematografica del mito Callas.
Una rubrica telefonica vale più di molte biografie: tra i contatti compaiono i duchi di Windsor, Ranieri di Monaco e Grace Kelly, Greta Garbo, Laurence Olivier, Charlie Chaplin. È la mappa di un mondo nel quale la cantante greco-americana diventò qualcosa di più di una cantante: una figura del Novecento. Lo conferma l’album fotografico 1947-1959: Callas nella casa milanese, in cucina, con i cani amatissimi; bionda a cena con Mario Del Monaco; in costume da bagno a Venezia; elegantissima a Edimburgo nel 1957; a un ballo in maschera con Elsa Maxwell; e poi Sirmione, la villa di Meneghini, una parentesi italiana di apparente normalità.
Il museo, però, non vive soltanto di reliquie. Al terzo piano uno spazio affacciato verso l’Acropoli ospita concerti, conferenze, presentazioni, laboratori e masterclass; programmi per scuole e famiglie intrecciano musica, teatro, arti visive e danza. È probabilmente questa la scelta più intelligente: non conservare Callas sotto vetro, ma usarla come porta d’ingresso all’opera.









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