Il senso politico di questo G7 a guida francese sta probabilmente in una specie di scambio tra Donald Trump e i quattro leader europei, il francese Emmanuel Macron, il tedesco Friedrich Merz, il britannico Kier Starmer, l’italiana Giorgia Meloni, cui possiamo aggiungere la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
Trump si è presentato a Evian con lo schema di un accordo con l’Iran ancora da firmare e, soprattutto, ancora da analizzare negli aspetti più importanti. Tuttavia, le diplomazie europee al completo considerano sufficienti le poche informazioni disponibili per giudicare quell’intesa come un netto peggioramento della situazione in Medio Oriente. A cominciare dall’aspetto più importante: praticamente nessuno si illude che la navigazione dello Stretto di Hormuz riprenderà rapidamente e in piena libertà come avveniva prima dell’attacco israelo-americano all’Iran. Certo, era fondamentale chiudere al più presto la guerra. Ma da qui a celebrare questo risultato come un grande successo americano ce ne passa. Eppure nel comunicato finale del vertice, si legge: «Quest’accordo offre l’opportunità storica di impedire che l’Iran disponga di armi nucleari». Così la sconfitta strategica subita da Trump diventa nel documento un segnale di «forte leadership». Perché gli europei hanno sottoscritto un passaggio così generoso nei confronti del presidente americano? La risposta si trova nel paragrafo che precede il capitolo dedicato al Medio Oriente. Quello sull’Ucraina.
Macron e gli altri sono riusciti a convincere Trump a sottoscrivere un’affermazione niente affatto scontata alla vigilia: «Noi leader del G7 siamo uniti nell’incrollabile sostegno all’Ucraina nel difendere la sua libertà, la sovranità e l’integrità territoriale». E soprattutto i sette capi di Stato e di governo concordano sull’urgenza di accelerare la consegna di nuovi sistemi di difesa area, di adottare altre sanzioni, in modo da costringere Vladimir Putin ad accettare il negoziato. C’è, infine, un punto che chiama in causa in modo specifico, pur senza citarli, gli Stati Uniti. Nel bilaterale di martedì 16 giugno, Zelensky aveva chiesto a Trump le licenze per costruire in proprio i Patriot, le batterie essenziali per intercettare i missili balistici scagliati da Putin sulle città ucraine. Evidentemente il leader americano deve avergli detto «sì», perché quella concessione è data per acquisita nel comunicato.
Ecco allora perfezionato lo scambio politico. Gli europei apprezzano la mediocre performance trumpiana sull’Iran e, come contropartita, ottengono il ritrovato impegno americano a sostegno di Kiev. Tutto sulla carta, però.Il risultato più concreto riguarda, ancora una volta, le armi per l’Ucraina. Ma bisognerà vedere se la Casa Bianca sarà in grado di superare le resistenze del Pentagono e della Lockheed Martin, l’azienda costruttrice dei Patriot, contrarie a concedere a chiunque il permesso di costruire i missili più richiesti al mondo. Il primo a invitare alla cautela è proprio Zelensky, che l’altro ieri ha scolpito su «X» la sintesi del vertice: «È fondamentale che tutto ciò di cui si è discusso venga messo in pratica».
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