martedì 23 giugno 2026

Riscrivere il Novecento, curare con la musica di Francesco Lotoro

 Quando i suoi parenti riuscirono a parlargli nel carcere di Regina Coeli e lo rincuorarono che sarebbe tornato a cantare, il tenore Nicola Ugo Stame rispose che comunque non avrebbe potuto più farlo dato che i militari tedeschi gli avevano fracassato la scatola toracica. Stame fu prelevato all’indomani dell’attentato di via Rasella e ucciso alle Fosse Ardeatine.

A Sachsenhausen i medici delle SS compirono per ben tre volte esperimenti sull’ingegnere e cantante polacco dalla memoria prodigiosa Aleksander Kulisiewicz ma, non appena i medici si allontanavano, un infermiere polacco gli iniettava l’antidoto; questi esperimenti, uniti a percosse e torture, proseguirono sino a quando le corde vocali di Kulisiewicz non rimasero a lungo danneggiate.
Pupillo di Alois Hába, Štěpán Lucký era un pianista con una brillante carriera dinanzi ma nel 1941 i tedeschi lo trasferirono a Ilava, Auschwitz e infine Buchenwald dove gli storpiarono la mano destra; a Birkenau una kapò fracassò i denti con una spranga alla cantante ebrea livornese Frida Misul la quale comunque cantò con la bocca insanguinata Mamma son tanto felice di C.A. Bixio e Ave Maria di F. Schubert al comandante tedesco che desiderava ascoltarla (la sera stessa la kapò che le aveva fracassato i denti, forse colta dal rimorso, le portò pane e della carne); al saxofonista statunitense Earl Whaley, che si trovava a Shanghai mentre Pearl Harbor era sotto attacco aereo i giapponesi, dopo averlo condotto a Weihsien, gli spezzarono entrambe le mani e ancora nel settembre 1973 presso lo stadio di Santiago del Chile i golpisti di Pinochet massacrarono le mani del poeta e cantante Victor Jara con le quali si accompagnava alla chitarra nei suoi concerti, la vedova Joan Turner dichiarò che le mani di Victor pendevano con una terribile angolatura, erano distorte e maciullate.
La lista continua con strumentisti dalle dita frantumate mentre trasportavano enormi pietre a Gusen, dita di virtuosi della tastiera che si aprirono per i geloni sino a perderne l’uso per congelamento; dissenteria e polmonite ridusse a scheletro vivente il grande compositore cecoslovacco Rudolf Karel (foto 1) il quale morì lasciato all’addiaccio la notte tra il 5 e 6 marzo 1945 nella Kleine Festung di Theresientadt, il figlio Ivan Karel oggi centenario (foto 2) ha donato tutte le opere di suo padre (incluse quelle scritte con carbone vegetale durante la prigionia) alla Fondazione ILMC di Barletta.


In onore del famoso musicista ebreo polacco Artur Gold giunto a Treblinka il comandante Kurt Franz fece assemblare un’orchestra di alto livello, dispose l’acquisto di strumenti musicali nuovi di zecca e uniformi da concerto, assicurò a Gold e all’orchestra razioni supplementari di cibo; fece persino giungere da Varsavia una ballerina, cantanti e artisti per quella che probabilmente fu il più importante ensemble musicale polacco di quel periodo e che, guarda caso, si trovava in un campo di sterminio.
Infine, i musicisti dell’orchestra e Gold furono uccisi durante la rivolta di Treblinka dell’agosto 1943.
Viene da pensare all’animale da macello fatto prima ingrassare e dopo abbattuto, non si potrebbe descrivere altrimenti il comportamento di alcuni comandanti di lager che hanno prima assecondato i desiderata dei musicisti deportati fornendogli strumenti e un mucchio di agevolazioni salvo poi sopprimerli come se ciò fosse normale, consuetudinario; un perverso meccanismo mentale spingeva l’autorità del lager a far suonare i musicisti, procurare loro carta e strumenti e allo stesso tempo comprometterne il talento fisico (dalle mani alla voce) indispensabile ai fini della carriera: comunque fosse andata a finire il musicista non avrebbe più praticato poiché ucciso o infortunato.


All’indomani della famigerata Notte dei Cristalli, il 9-10 novembre 1938, grazie ai visti forniti da un omonimo di New York, il compositore e pianista ebreo austriaco Erich Zeisl (foto 3) riparò a Parigi con la moglie, la suocera e il fratello Wilhelm ma lasciò a Vienna i propri genitori, troppo avanti in età per seguirlo nell’esilio; giunto in seguito negli Stati Uniti, Zeisl apprese che il padre Sigmund (al quale era molto legato) fu deportato a Theresienstadt e infine a Treblinka dove fu ucciso mentre la madre Kamilla Feitler era già deceduta a Vienna nell’aprile 1940.
Il dolore di Zeisl per non aver potuto salvare il suo papà fu devastante e lo accompagnò per il resto della sua vita; chissà, forse avrebbe potuto far qualcosa per suo padre, una lettera all’ufficiale amante della musica di sua conoscenza, un ultimo disperato imbarco su un treno per Amsterdam…
Molti di noi hanno memoria di quel dolore, il nostro popolo ne è letteralmente intriso nel profondo dell’anima; quell’ultima frase non detta alla madre prima di lasciarla a Berlino, quell’abbraccio non dato all’anziano papà per la fretta di fuggire da Vilnius, l’ultimo sguardo al di là del filo spinato alla sorella e alla mamma che non rivedrai più, come si fa a sopravvivere a tutto ciò?
Con la musica, l’unica forza universale in grado di guarire il passato e redimere il futuro.
Nel 1945 Zeisl scrisse Requiem Ebraico per soli, coro misto e orchestra su testo del Salmo 92 in memoria del caro papà e di tutte le vittime della Shoah; il Requiem fu eseguito l’8 aprile 1945 presso la Hollywood First Methodist Church di Los Angeles sotto la direzione di Hugo Strelitzer.
La musica ricostruisce mani spezzate e corde vocali deteriorate, lenisce sofferenze inconsolabili, asciuga lacrime; come in un gioco esistenziale da farsi con le carte della vita e della morte, il musicista conosce mille risorse, rimescola e imbriglia le carte affinché a fine partita vinca la vita.
Il modo migliore di riprendersi il Novecento sfuggito dalle mani è riscriverlo; sul pentagramma.



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