L'abbiamo scritto che non tolleriamo che vengano raccontate balle come quelle raccontate dall'Opera di Roma che fa sapere che tutto va bene, che le serate di questa estate a Caracalla sono tutte esaurite e che gli incassi sono alle stelle, quando si sa che molte cose ancora non vanno; mentre noi vorremmo che tutto si appianasse in nome di una normalità mai tanto desiderata, e che e si pensasse a lavorare con dedizione.
Ieri e oggi due diversi giornali tornano a cantare l'Opera di Roma, dove si vede che c'è un corpo tecnico ed artistico che non ha eguali. Ma con quale faccia? Solo perché occorre riaffermare che con la cura Muti - seppure a distanza e saltuaria - il teatro è irriconoscibile? Irriconoscibile lo è, ma forse nel senso opposto. Ieri la protagonista femminile del Barbiere, scoperta da Muti, che elogia il teatro nel suo insieme- si vede, diceva, che ha una tradizione artistica preziosa che conserva gelosamente e mostra in ogni occasione; oggi lo dicono il regista del Barbiere, Mariani, e, se non andiamo errati anche Livermore, regista di Bohème, e perfino Rustioni, finalmente sul podio dell' opera pucciniana, dopo scioperi e cancellazioni. Sembra quasi che nei contratti di ciascuno degli artisti scritturati - non in quello generale dei dipendenti interni che ne dicono ad ogni occasione peste e corna - sia stata inserita la clausola 'parlar bene dell'Opera ad ogni costo'. Condividiamo il giusto spirito di corpo ( fra parentesi: molti anni fa noi che facevamo diverse trasmissioni per Radio 3 mettemmo in piazza alcune cose disdicevoli nella gestione di quella rete - c'era di mezzo, come al solito, la politica dei favoritismi; il nostro capo ci chiamò per dirci che condivideva, ma che 'i panni sporchi di casa non si lavano in piazza'. E da quel momento -metà degli anni Ottanta - e fino ad oggi non abbiamo mai più lavorato a Radio 3; e neppure messo più piede neanche come ospite), ma quando lo si vuole esercitare per inneggiare ad una realtà che sembra più un carrozzone che un teatro, allora, forse, è esagerato.
P.S. Se ogni volta che parliamo dell'Opera di Roma, non scriviamo 'Teatro dell'Opera di Roma Capitale', scusateci. Lo facciamo solo perché quel nome è troppo lungo, non perché l'Opera della Capitale non lo meriti o non ne sia all'altezza.
Visualizzazione post con etichetta barbiere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta barbiere. Mostra tutti i post
sabato 2 agosto 2014
venerdì 25 luglio 2014
La corda è sul punto di spezzarsi al Teatro dell'Opera di Roma Capitale
Tira e tira, la corda anche la più solida alla fine si spezza. Ieri ennesimo incontro senza nulla di fatto, domani la Bohème andrà in scena a Caracalla per la terza volta senza orchestra, con l'accompagnamento del solo pianoforte, tra la protesta generale del pubblico. Martedì, se i rivoltosi ed anche facinorosi - chiamiamoli con il loro nome - non recederanno dai loro proposti sfascisti, il teatro dell'Opera darà via libera, con il consiglio di amministrazione convocato per quel giorno, al fallimento coatto. E...buonanotte ai suonatori.
Si chiude per ricominciare, naturalmente tutti fuori anche quegli oltre trecento che non sono d'accordo con gli scioperanti.
Riccardo Muti tace, non prende posizione quando forse una sua parola potrebbe avere peso per la soluzione che tutti auspicano. Ma forse lui lascia che si scornino fra di loro!
Fuortes, che dopo appena un semestre ha capito quanto sia difficile reggere un (quel) teatro - il suo la voro all'Auditorium o al Petruzzelli sono al confronto una passeggiata di salute - ha già messo le mani avanti. Se fallimento ci sarà, con l'affido del teatro ad un commissario, lui non vuole essere il commissario che deve liquidare e rifondare una nuova struttura. Ha dichiarato che non vuole farlo anche perché è un lavoro che non a fare. Mani alzate di Fuortes di fronte alle difficoltà.
La ragione per cui non ha lasciato l'Auditorium - come avrebbe dovuto fare - è proprio l'aver immediatamente intuito che la sfida all'Opera era grandissima e rischiava di travolgere lui e la sua fama di bravo amministratore. Come sta per accadere.
L'Auditorium è una casa d'appuntamenti offerta ogni volta al miglior offerente, chiavi in mano, a cifre non tanto modiche - una sala costa più dell'intero Circo Massimo! Naturalmente l'Auditorium ha una sua programmazione, ma la cosa non cambia, perchè, comunque, non ha una struttura produttiva con personale artistico e tecnico proprio, come un teatro d'opera. Ciò non toglie che nel decennio ormai trascorso la sua gestione abbia prodotto buoni risultati.
Oggi il Corriere ha battuto tutti. Richiamo in prima pagina; articolone in cronaca, intervento nelle 'opinioni', e terzo articolone nella 'romana', con il solito pastone sulla recente storia del teatro. Che si dà gloriosa a partire dal dopoguerra. Sbagliato. Si veda la storia da prima della guerra ed anche durante la guerra stessa, e si resterà stupefatti per il livello di produttività e la qualità stessa delle produzioni. Un esempio per tutti il 'Wozzeck' di Berg, in piena occupazione nazista, nel 1942.
Poi si tira in ballo, nel suddetto pastone, anche lo spettro di Sinopoli che ebbe una sua esperienza all'Opera, nella quale trascinò Sergio Sablich che poi, non ottenuto il risultato sperato, abbandonò a se stesso. (A proposito di Sablich, abbiamo notato, sfogliando il libriccino 'il mio Wagner' che nell'introduzione alle conversazioni di Sinopoli, Cappelletto, all'epoca assunto come 'drammaturgo' all'Opera - A FARE CHE? - non nomina neppure una volta Sablich, che pure era il Sovrintendente e di conseguenza gli aveva fatto il contratto ben compensato, naturalmente su richiesta di Sinopoli, suo amico).
Sinopoli paragonò Roma, a causa dell'Opera, a Tunisi. Durante quell'esperienza, Sinopoli di danni ne combinò - ampliò il personale tirando dentro tanti suoi amici, una vergogna! - e forse il più grosso gli fu impedito di compierlo: formare un'orchestra 'internazionale' che si sarebbe aperta e chiusa, all'occorrenza, con la quale che fare? Non l'ha mai spiegato bene. Un direttore che si assume la responsabilità di un teatro lavora con l'orchestra stabile e la porta ai livelli che egli desidera - Sinopoli poteva farlo. Perchè non lo fece? Allora evitiamo di santificarlo per miracoli che non ha fatto. Non dimentichiamo che lui le sue cose se le aggiustava come voleva. Ricordate quell'altra sparata sull'Auditorium di via della Conciliazione? Quello non è un auditorium, e fino a quando Roma non avrà un auditorium non tornerò a dirigervi. E infatti ebbe un incarico a Londra, certamente più interessante e per il quale fece quella sparata contro Roma. poi però a Roma tornò a dirigere, prima ancora che fosse pronto l'Auditorium - morì prima, ma avrebbe avuto senz'altro da ridire, magari, a ragione, per i problemi acustici, specie della sala grande - ma al Teatro Olimpico, un cinema, diciamo la verità un grande garage la cui acustica lasciava a desiderare alle orecchie di tutti, ma non del sofisticato Sinopoli. Formò a Roma un'orchestra da camera, con la quale prese a fare il repertorio sinfonico, Schubert, se ricordiamo bene all'Olimpico, il cui palcoscenico per l'orchestra aveva dimensioni ridotte. Un' Orchestra troppo piccola anche per Schubert, ma lui acutissimo trovò la scappatoia ideologica. Schubert è un autore cameristico, dunque con una formazione ridotta le linee delle sue composizioni emergono con maggiore evidenza. E tutti i giornalisti suoi amici lo seguirono. E, infine, le sue operazioni wagneriane senza rappresentazione: la musica da sola è sufficiente. Non sappiamo cosa avrebbe opposto Wagner.
Infine, torniamo a Carlo Fuortes che continua a sparare cifre di biglietti venduti e incassi; ma forse lo fa per incoraggiare i soldati alla lotta, come qualunque generale. Perchè dal 'Messaggero' apprendiamo che al 'Barbiere' di Caracalla andato in scena con orchestra ( la stessa che sciopera in 'Bohème') c'era 'molta gente'. Non era tutto esaurito,?allora come ha fatto l'incasso sbandierato? E poi ci volete dire una volta per tutte quanti posti ha Caracalla? anche per capire dove poggia quella astrusa pretesa degli scioperanti ( sfascisti!!!, che c'entrano loro con i posti?) che avrebbero voluto 5000 posti a Caracalla contro gli attuali 4000 agibili.
Si chiude per ricominciare, naturalmente tutti fuori anche quegli oltre trecento che non sono d'accordo con gli scioperanti.
Riccardo Muti tace, non prende posizione quando forse una sua parola potrebbe avere peso per la soluzione che tutti auspicano. Ma forse lui lascia che si scornino fra di loro!
Fuortes, che dopo appena un semestre ha capito quanto sia difficile reggere un (quel) teatro - il suo la voro all'Auditorium o al Petruzzelli sono al confronto una passeggiata di salute - ha già messo le mani avanti. Se fallimento ci sarà, con l'affido del teatro ad un commissario, lui non vuole essere il commissario che deve liquidare e rifondare una nuova struttura. Ha dichiarato che non vuole farlo anche perché è un lavoro che non a fare. Mani alzate di Fuortes di fronte alle difficoltà.
La ragione per cui non ha lasciato l'Auditorium - come avrebbe dovuto fare - è proprio l'aver immediatamente intuito che la sfida all'Opera era grandissima e rischiava di travolgere lui e la sua fama di bravo amministratore. Come sta per accadere.
L'Auditorium è una casa d'appuntamenti offerta ogni volta al miglior offerente, chiavi in mano, a cifre non tanto modiche - una sala costa più dell'intero Circo Massimo! Naturalmente l'Auditorium ha una sua programmazione, ma la cosa non cambia, perchè, comunque, non ha una struttura produttiva con personale artistico e tecnico proprio, come un teatro d'opera. Ciò non toglie che nel decennio ormai trascorso la sua gestione abbia prodotto buoni risultati.
Oggi il Corriere ha battuto tutti. Richiamo in prima pagina; articolone in cronaca, intervento nelle 'opinioni', e terzo articolone nella 'romana', con il solito pastone sulla recente storia del teatro. Che si dà gloriosa a partire dal dopoguerra. Sbagliato. Si veda la storia da prima della guerra ed anche durante la guerra stessa, e si resterà stupefatti per il livello di produttività e la qualità stessa delle produzioni. Un esempio per tutti il 'Wozzeck' di Berg, in piena occupazione nazista, nel 1942.
Poi si tira in ballo, nel suddetto pastone, anche lo spettro di Sinopoli che ebbe una sua esperienza all'Opera, nella quale trascinò Sergio Sablich che poi, non ottenuto il risultato sperato, abbandonò a se stesso. (A proposito di Sablich, abbiamo notato, sfogliando il libriccino 'il mio Wagner' che nell'introduzione alle conversazioni di Sinopoli, Cappelletto, all'epoca assunto come 'drammaturgo' all'Opera - A FARE CHE? - non nomina neppure una volta Sablich, che pure era il Sovrintendente e di conseguenza gli aveva fatto il contratto ben compensato, naturalmente su richiesta di Sinopoli, suo amico).
Sinopoli paragonò Roma, a causa dell'Opera, a Tunisi. Durante quell'esperienza, Sinopoli di danni ne combinò - ampliò il personale tirando dentro tanti suoi amici, una vergogna! - e forse il più grosso gli fu impedito di compierlo: formare un'orchestra 'internazionale' che si sarebbe aperta e chiusa, all'occorrenza, con la quale che fare? Non l'ha mai spiegato bene. Un direttore che si assume la responsabilità di un teatro lavora con l'orchestra stabile e la porta ai livelli che egli desidera - Sinopoli poteva farlo. Perchè non lo fece? Allora evitiamo di santificarlo per miracoli che non ha fatto. Non dimentichiamo che lui le sue cose se le aggiustava come voleva. Ricordate quell'altra sparata sull'Auditorium di via della Conciliazione? Quello non è un auditorium, e fino a quando Roma non avrà un auditorium non tornerò a dirigervi. E infatti ebbe un incarico a Londra, certamente più interessante e per il quale fece quella sparata contro Roma. poi però a Roma tornò a dirigere, prima ancora che fosse pronto l'Auditorium - morì prima, ma avrebbe avuto senz'altro da ridire, magari, a ragione, per i problemi acustici, specie della sala grande - ma al Teatro Olimpico, un cinema, diciamo la verità un grande garage la cui acustica lasciava a desiderare alle orecchie di tutti, ma non del sofisticato Sinopoli. Formò a Roma un'orchestra da camera, con la quale prese a fare il repertorio sinfonico, Schubert, se ricordiamo bene all'Olimpico, il cui palcoscenico per l'orchestra aveva dimensioni ridotte. Un' Orchestra troppo piccola anche per Schubert, ma lui acutissimo trovò la scappatoia ideologica. Schubert è un autore cameristico, dunque con una formazione ridotta le linee delle sue composizioni emergono con maggiore evidenza. E tutti i giornalisti suoi amici lo seguirono. E, infine, le sue operazioni wagneriane senza rappresentazione: la musica da sola è sufficiente. Non sappiamo cosa avrebbe opposto Wagner.
Infine, torniamo a Carlo Fuortes che continua a sparare cifre di biglietti venduti e incassi; ma forse lo fa per incoraggiare i soldati alla lotta, come qualunque generale. Perchè dal 'Messaggero' apprendiamo che al 'Barbiere' di Caracalla andato in scena con orchestra ( la stessa che sciopera in 'Bohème') c'era 'molta gente'. Non era tutto esaurito,?allora come ha fatto l'incasso sbandierato? E poi ci volete dire una volta per tutte quanti posti ha Caracalla? anche per capire dove poggia quella astrusa pretesa degli scioperanti ( sfascisti!!!, che c'entrano loro con i posti?) che avrebbero voluto 5000 posti a Caracalla contro gli attuali 4000 agibili.
Etichette:
auditorium,
barbiere,
berg,
bohème,
caracalla,
corriere,
Fuortes,
londra,
Messaggero,
muti,
Petruzzelli,
roma,
sablich,
sinopoli,
tunisi,
Wagner,
wozzeck
giovedì 20 marzo 2014
Perchè 'Les Troyens' di Berlioz per il debutto alla Scala?
Un direttore del suo livello doveva muovere spavaldo incontro alle difficoltà, ammesso che ve ne siano, come anche alle possibili trappole, alle contestazioni anche quelle provocate ad arte, in occasione del suo debutto operistico alla Scala, nei prossimi giorni. Pappano, in realtà, alla Scala ha già diretto l'Orchestra sua romana e quella del teatro milanese, riscuotendo sempre consensi generali ed unanimi. Perchè ora si presenta con un repertorio tipico di chi, di fronte ad un possibile inciampo, va avanti con cautela, come fa pensare la scelta di un'opera di Berlioz, ineseguita, seppure consigliatagli da Lissner? Un direttore del suo livello, acclamato e richiesto dappertutto, con una esperienza di 'buca' vastisssima, vent'anni ed oltre fra Londra e Bruxelles, con un repertorio che spazia in tutti i secoli, avrebbe dovuto dire a Lissner che lui a Milano ci andava sì, ma con Trovatore o Traviata o Barbiere o Elisir o Norma. Che importa che Lissner voleva altro? Quell'altro ( Berlioz) doveva e poteva chiederlo ad un direttore meno coraggioso e conosciuto di lui. E Pappano doveva dirglielo a brutto muso. Certo che a Londra come a Bruxelles era normale che Pappano, che comunque fa tutto il repertorio, facesse anche Berlioz, ma alla Scala doveva esigere un titolo del grande repertorio e non il Berlioz che aveva già diretto a Londra, una coproduzione in vista del suo debutto milanese.
Le sue sortite europee con la sua orchestra romana ci costringono a queste riflessioni. Le prime volte che andò in Europa, Pappano portò un repertorio per il quale il confronto con le orchestre del resto del mondo gli risultava facile e vincente. Ma alle seconde e terze uscite, saggiamente, s'è presentato con il repertorio sinfonico europeo per accreditare se stesso e la sua orchestra come una delle compagini ammesse nel ristretto giro delle grandi orchestre. Ora è come se tornasse indietro, con questo inutile Berlioz. Ora il titolo non può essere mutato, Pappano sta già lavorando per il debutto milanese con l'impegno che gli si riconosce da tutti. Ma con quel Berlioz che sicuramente farà benissimo, forse non sapremo mai se l'applauso - che gli auguriamo sinceramente - arrivi perchè se lo è meritato in toto, oppure con la complicità di un titolo sconosciuto ai più, per il quale il confronto con la grande tradizione direttoriale italiana è troppo facile per un direttore del suo rango.
Le sue sortite europee con la sua orchestra romana ci costringono a queste riflessioni. Le prime volte che andò in Europa, Pappano portò un repertorio per il quale il confronto con le orchestre del resto del mondo gli risultava facile e vincente. Ma alle seconde e terze uscite, saggiamente, s'è presentato con il repertorio sinfonico europeo per accreditare se stesso e la sua orchestra come una delle compagini ammesse nel ristretto giro delle grandi orchestre. Ora è come se tornasse indietro, con questo inutile Berlioz. Ora il titolo non può essere mutato, Pappano sta già lavorando per il debutto milanese con l'impegno che gli si riconosce da tutti. Ma con quel Berlioz che sicuramente farà benissimo, forse non sapremo mai se l'applauso - che gli auguriamo sinceramente - arrivi perchè se lo è meritato in toto, oppure con la complicità di un titolo sconosciuto ai più, per il quale il confronto con la grande tradizione direttoriale italiana è troppo facile per un direttore del suo rango.
Iscriviti a:
Post (Atom)