Siamo sicuri che se chiedessimo ad uno dei nostri politici, fra quelli più in vista, quale pianista e/o direttore d'orchestra conosca, escludendo ovviamente Riccardo Muti per i direttori, e dando per scontato che egli, neanche per sentito dire, conosca Maurizio Pollini fra i pianisti (forse Lang Lang che ha visto agitarsi in tv?), la risposta più frequente sarebbe Giovanni Allevi, che non è nè l'uno nè l'altro, anche se si dà tanto da fare nell'uno come nell'altro campo, come anche in quello della composizione della 'musica classica contemporanea', secondo la sua profondissima definizione.
Se, andando avanti nelle richieste, osassimo voler conoscere chi fra i professionisti della musica candiderebbero, in rappresentanza del settore, nel caso in cui la richiesta fosse rivolta direttamente a Grasso, capo di 'Liberi e Uguali', costretto a fare il leader della nuova formazione di sinistra, senza averne la stoffa e le caratteristiche, sappiamo già quale sarebbe la sua risposta: Gianna Fratta. E chi è , si domanderebbero in molti, anche esponenti del settore musicale? E Grasso pronto a rispondere leggendo il fogliettino che già in altra occasione gli prepararono, quando ospitò un concerto 'natalizio' al Senato: direttrice d'orchestra; e aggiungerebbe: notissima!
Notissima, solo per Grasso che non conosce altro, e che l'ha vista dirigere al Senato in occasione di quel concerto natalizio, addobbata come dovesse andare in arena ad affrontare il toro, e che lui ha - così sembra - candidato a Foggia, che è la patria della direttrice.
Lei è la compagna (moglie, fidanzata, non sappiamo) del Litfiba Piero Pelù , ma Grasso ne conosce il nome per la carriera internazionale, a suo dire.
Noi che un pò seguiamo, da tempo, la vita musicale del nostro paese, pur avendo, negli ultimi anni, visto scorrere sotto i nostri occhi tanti nomi di 'direttrici', anche italiane, non ci siamo mai imbattuti in Gianna Fratta, per occasioni importanti. Ciò non vuol dire che non sia una brava direttrice ( a noi, se vi interessa, non ci è parso lo fosse, a giudicare da quel suo concerto trasmesso in tv), mentre sembra esserlo per Grasso che, per questo e solo per questo, ritiene giusto candidarla.
venerdì 12 gennaio 2018
A quando l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia al Teatro Mariinsky di San Pieroburgo?
Per la serie di concerti che Gergiev dirige a Roma, nella stagione sinfonica dell'Accademia di Santa Cecilia, con un repertorio monografico: Jolantha e le Sei sinfonie di Ciaikovsky, i giornali hanno sottolineato la compresenza di due orchestre, a seguire nel calendario: l'Orchestra di casa prima per l'opera e quella di Gergiev a San Pietroburgo, e cioè l'Orchestra del Mariinsky, per le sinfonie, come fosse una novità, mentre novità non è.
Quasi sempre, per il suo ritorno a Roma, Gergiev s'è portato appresso la 'sua' orchestra, anche per sottolineare la particolare qualità di essa nel repertorio di 'elezione', quello russo, che esegue regolarmente: sinfonico operistico e di balletto, oltre che la sua caratteristica, mantenuta e difesa strenuamente, sia stilistica che proprio di 'suono': il suono 'russo' si potrebbe dire.
Esattamente come viene riconosciuto, e lo ha sottolineato lo stesso Gergiev anche in questa occasione, all'Orchestra di Santa Cecilia il suo suono 'italiano' - diciamo così, per il cui carattere la presenza da oltre dieci anni di Pappano ha avuto un peso.
Anche il tirarsi dietro sempre la 'sua' orchestra da parte di Gergiev non è una sua esclusiva, perchè fa altrettanto anche Pappano. Chi lo invita a dirigere fuori dal Covent Garden e dall'Accademia romana, sa che può invitarlo solo a condizione che diriga la 'sua' orchestra Ad onor del vero, Gergiev gira molto di più di Pappano anche senza la sua orchestra.
Ora viene da chiederci, e fossimo stati presenti all'incontro con il direttore russo, amico di Putin, lo avremmo chiesto al diretto interessato: perchè come Lei viene a Roma con la sua orchestra, non succede anche che l'Orchestra del'Accademia con il suo direttore, sia ospitata, da Lei, a San Pietroburgo?
La faccenda non è di poco conto, ed una qualche spiegazione la meriterebbe, anche se dubitiamo che arrivi dai diretti interessati.
Proviamo, intanto, a formulare qualche ipotesi, la principale delle quali può essere ricondotta ai costi dell'uno e dell'altro complesso. Ameremmo sapere se una tournée dell'Orchestra del Mariinsky a Roma, costa all'incirca quanto costerebbe una dell'Accademia di Santa Cecilia a San Pietroburgo. Sarebbe interessante, se così fosse, per valutare se lo stesso appeal che ha l'Orchestra di San Pietroburgo nell'Europa occidentale, l'ha quella dell'Accademia in Russia; se i costi, quali che siano, non sono coperti interamente dalle rispettive istituzioni, ma anche da sponsor e da interventi governativi; e perchè, con criterio di reciprocità, non si procede a scambi di 'tournée' fra le due orchestre.
Perchè se persistesse tale situazione, senza spiegazione di sorta, uno potrebbe pensare anche ad altre ragioni, magari di 'agenzie', che in questi casi hanno un gran peso.
Ad esempio, Gergiev è rappresentato dalla Columbia, Pappano da IMG, che rappresenta anche Temirkanov, divenuto direttore 'onorario' dell'Accademia, il quale , pure lui, ogni volta che viene a Roma, viene sempre per due settimane - come fa anche Gergiev. L'Orchestra di Santa Cecilia a quale agenzia si appoggia? A quella di Pappano ( IMG) visto che senza di lui la nostra orchestra non compie tournée all'estero, salvo rarissime occasioni, dovute a cause di forza maggiore ( impegni londinesi di Pappano?), o ad altra, o non ha agenzia?
L'Orchestra del Mariinsky, diretta da Gergiev, è rappresentata in Italia dell'Agenzia di Baldrighi. Perchè l'Accademia non fa altrettanto, affidandosi allo stesso Baldrighi ( dal quale prende parecchi artisti, alcuni anche tutti gli anni, come il violinista Kavakos, tanto per citare il nome più ricorrente); questo potrebbe facilitare uno scambio di tournée, sempre che non vi siano altre ragioni per non favorirlo e promuoverlo.
Chi sa ci aiuti a capire.
Quasi sempre, per il suo ritorno a Roma, Gergiev s'è portato appresso la 'sua' orchestra, anche per sottolineare la particolare qualità di essa nel repertorio di 'elezione', quello russo, che esegue regolarmente: sinfonico operistico e di balletto, oltre che la sua caratteristica, mantenuta e difesa strenuamente, sia stilistica che proprio di 'suono': il suono 'russo' si potrebbe dire.
Esattamente come viene riconosciuto, e lo ha sottolineato lo stesso Gergiev anche in questa occasione, all'Orchestra di Santa Cecilia il suo suono 'italiano' - diciamo così, per il cui carattere la presenza da oltre dieci anni di Pappano ha avuto un peso.
Anche il tirarsi dietro sempre la 'sua' orchestra da parte di Gergiev non è una sua esclusiva, perchè fa altrettanto anche Pappano. Chi lo invita a dirigere fuori dal Covent Garden e dall'Accademia romana, sa che può invitarlo solo a condizione che diriga la 'sua' orchestra Ad onor del vero, Gergiev gira molto di più di Pappano anche senza la sua orchestra.
Ora viene da chiederci, e fossimo stati presenti all'incontro con il direttore russo, amico di Putin, lo avremmo chiesto al diretto interessato: perchè come Lei viene a Roma con la sua orchestra, non succede anche che l'Orchestra del'Accademia con il suo direttore, sia ospitata, da Lei, a San Pietroburgo?
La faccenda non è di poco conto, ed una qualche spiegazione la meriterebbe, anche se dubitiamo che arrivi dai diretti interessati.
Proviamo, intanto, a formulare qualche ipotesi, la principale delle quali può essere ricondotta ai costi dell'uno e dell'altro complesso. Ameremmo sapere se una tournée dell'Orchestra del Mariinsky a Roma, costa all'incirca quanto costerebbe una dell'Accademia di Santa Cecilia a San Pietroburgo. Sarebbe interessante, se così fosse, per valutare se lo stesso appeal che ha l'Orchestra di San Pietroburgo nell'Europa occidentale, l'ha quella dell'Accademia in Russia; se i costi, quali che siano, non sono coperti interamente dalle rispettive istituzioni, ma anche da sponsor e da interventi governativi; e perchè, con criterio di reciprocità, non si procede a scambi di 'tournée' fra le due orchestre.
Perchè se persistesse tale situazione, senza spiegazione di sorta, uno potrebbe pensare anche ad altre ragioni, magari di 'agenzie', che in questi casi hanno un gran peso.
Ad esempio, Gergiev è rappresentato dalla Columbia, Pappano da IMG, che rappresenta anche Temirkanov, divenuto direttore 'onorario' dell'Accademia, il quale , pure lui, ogni volta che viene a Roma, viene sempre per due settimane - come fa anche Gergiev. L'Orchestra di Santa Cecilia a quale agenzia si appoggia? A quella di Pappano ( IMG) visto che senza di lui la nostra orchestra non compie tournée all'estero, salvo rarissime occasioni, dovute a cause di forza maggiore ( impegni londinesi di Pappano?), o ad altra, o non ha agenzia?
L'Orchestra del Mariinsky, diretta da Gergiev, è rappresentata in Italia dell'Agenzia di Baldrighi. Perchè l'Accademia non fa altrettanto, affidandosi allo stesso Baldrighi ( dal quale prende parecchi artisti, alcuni anche tutti gli anni, come il violinista Kavakos, tanto per citare il nome più ricorrente); questo potrebbe facilitare uno scambio di tournée, sempre che non vi siano altre ragioni per non favorirlo e promuoverlo.
Chi sa ci aiuti a capire.
giovedì 11 gennaio 2018
Vogliamo eliminare certe espressioni dal giornalismo musicale?
Non parliamo di quelle espressioni pittoresche che in passato abbiamo spesso segnalato apparire anche nei comunicati di importanti istituzioni musicali, la stessa Accademia di Santa Cecilia, come ' affonda le sue mani nel pianoforte' o 'l'archetto nel violino' ecc.... E neanche quelle altre ormai in voga per cui non si legge più il nome dell'interprete e, a seguire, quello dello strumento che suona, bensì: Giovanni Rossi, alla tromba, al posto del più preciso, semplice ed appropriato. giovanni Rossi, tromba - senza doppi sensi, ovviamente.
Come pure quelle altre espressioni idiote, perchè improprie e meno chiare, che vogliono mettere in chiaro che il giornalista che le usa conosce anche le lingue straniere, meglio di quella italiana, quando scrive, soprattutto a proposito del direttore d'orchestra, 'conduttore', e del regista di un'opera 'direttore' In questo si è spesso distinto fino ad oggi, L'Espresso.
No. Di questo uso barbaro e inadatto delle espressioni linguistiche o degli stessi termini musicali abbiamo scritto tante volte.
Ora , da un pò di tempo a questa parte, leggiamo su importanti quotidiani un altro genere di espressioni che sono ancora più imprecise, oltre che brutte. Come nel caso in cui per indicare il repertorio di un concerto, si usa l'espressione: 'sulle note di...', invece del più semplice ed appropriato: musica di... Se si deve scrivere che il tale direttore o il tale strumentista deve suonare Bach o Haydn che senso ha scrivere :'dirigerà o suonerà sulle note di...', quando è molto più chiaro: dirigerà musica di dì Bach o Haydn". Semmai sarebbe più corretto scrivere 'dirigerà note di Haydn' , ma in tal caso tanto vale usare l'espressione più corretta, precisa e sintetica: 'dirigerà musiche di ...
Simili cose si leggono in certi giornaloni (Corriere) e a firma di certi cronistelli, ai quali evidentemente nessuno fa notare tale linguaggio improprio, quando non anche scorretto, ed impone di correggerlo.
A proposito di giornaloni e di espressioni idiote ed imprecise, ve ne è una che sta prendendo piede, in questo caso, per colpa di un titolista, il quale, quale che sia la musica di cui sta titolando, sia essa strumentale o vocale o di qualunque altro genere, la indica sempre con l' espressione ' arie di...' Beethoven, come è accaduto anche ieri su Repubblica dove, annunciando i concerti di Gergiev a Roma , si è letto: 'Valery Gergiev e le arie russe', quando sarebbe stato più opportuno scrivere: 'Gergiev e la musica russa'. E, se proprio voleva sbizzarrirsi, quel titolista, poteva anche scrivere: Gergiev porta a Roma l'aria russa' o ' Gergiev fa respirare o sentire l'aria russa', espressioni certamente più appropriate e corrispondenti anche al contenuto dell'intervista del noto direttore, il quale ha difeso le identità 'stilistiche ed anche sonore' delle orchestre, difendendole dalla omologazione della globalizzazione che tende a renderle tutte 'perfette'- si fa per dire - o migliori, ma tutte uguali. Dunque Gergiev facendo ascoltare la sua orchestra dimostra come si possa mantenere uno standard qualitativo e tecnico alto, senza perdere la propria identità.
Servirà a qualcosa o a qualcuno questa lunga lezioncina? Noi speriamo di sì, altrimenti ce la saremmo risparmiata.
Come pure quelle altre espressioni idiote, perchè improprie e meno chiare, che vogliono mettere in chiaro che il giornalista che le usa conosce anche le lingue straniere, meglio di quella italiana, quando scrive, soprattutto a proposito del direttore d'orchestra, 'conduttore', e del regista di un'opera 'direttore' In questo si è spesso distinto fino ad oggi, L'Espresso.
No. Di questo uso barbaro e inadatto delle espressioni linguistiche o degli stessi termini musicali abbiamo scritto tante volte.
Ora , da un pò di tempo a questa parte, leggiamo su importanti quotidiani un altro genere di espressioni che sono ancora più imprecise, oltre che brutte. Come nel caso in cui per indicare il repertorio di un concerto, si usa l'espressione: 'sulle note di...', invece del più semplice ed appropriato: musica di... Se si deve scrivere che il tale direttore o il tale strumentista deve suonare Bach o Haydn che senso ha scrivere :'dirigerà o suonerà sulle note di...', quando è molto più chiaro: dirigerà musica di dì Bach o Haydn". Semmai sarebbe più corretto scrivere 'dirigerà note di Haydn' , ma in tal caso tanto vale usare l'espressione più corretta, precisa e sintetica: 'dirigerà musiche di ...
Simili cose si leggono in certi giornaloni (Corriere) e a firma di certi cronistelli, ai quali evidentemente nessuno fa notare tale linguaggio improprio, quando non anche scorretto, ed impone di correggerlo.
A proposito di giornaloni e di espressioni idiote ed imprecise, ve ne è una che sta prendendo piede, in questo caso, per colpa di un titolista, il quale, quale che sia la musica di cui sta titolando, sia essa strumentale o vocale o di qualunque altro genere, la indica sempre con l' espressione ' arie di...' Beethoven, come è accaduto anche ieri su Repubblica dove, annunciando i concerti di Gergiev a Roma , si è letto: 'Valery Gergiev e le arie russe', quando sarebbe stato più opportuno scrivere: 'Gergiev e la musica russa'. E, se proprio voleva sbizzarrirsi, quel titolista, poteva anche scrivere: Gergiev porta a Roma l'aria russa' o ' Gergiev fa respirare o sentire l'aria russa', espressioni certamente più appropriate e corrispondenti anche al contenuto dell'intervista del noto direttore, il quale ha difeso le identità 'stilistiche ed anche sonore' delle orchestre, difendendole dalla omologazione della globalizzazione che tende a renderle tutte 'perfette'- si fa per dire - o migliori, ma tutte uguali. Dunque Gergiev facendo ascoltare la sua orchestra dimostra come si possa mantenere uno standard qualitativo e tecnico alto, senza perdere la propria identità.
Servirà a qualcosa o a qualcuno questa lunga lezioncina? Noi speriamo di sì, altrimenti ce la saremmo risparmiata.
Il finale cambiato della CARMEN fiorentina resta pur sempre una SCEMA MADRE, però...
Ciò che stiamo per raccontarvi sulla pazza idea di cambiare il finale della Carmen di Bizet ad opera del drammaturgo Chiarot, al momento sovrintendente dell'Opera, non cambia il giudizio unanime di condanna dell'operazione, ma può illustrarne - forse - i contorni.
Riguarda la coppia Carmen-Don José, il mezzosoprano Veronica Simeoni ed il tenore Roberto Aronica, nella vita moglie e marito, che ha interpretato tante volte Carmen ed altre opere con finale simile sul medesimo palcoscenico, prefigurando nella finzione un vero e proprio 'femminicidio', al quale avrebbe potuto attaccarsi il drammaturgo fiorentino, invece che sventagliare il 'politico corretto' e l'idea che il teatro debba avere anche funzione etica, quando ha messo in atto l'insano progetto.
Meglio, riguarda il tenore Roberto Aronica, cui esattamente una decina di anni fa, accadde in famiglia un fatto drammatico. Suo fratello Angelo, che aveva quarant'anni, venne ucciso a coltellate dalla convivente. Quella tragedia segnò profondamente Roberto, al punto che ancora due anni dopo, nel 2009, durante la 'generale' della Lucia di Donizetti al Regio di Parma, abbandonò precipitosamente la scena al momento in cui era previsto che lui, Edgardo, impugnasse un pugnale che utilizzerà contro se stesso. Aronica spiegò: "ogni volta che ho fra le mani un pugnale, ma anche un semplice coltello (non in cucina, naturalmente, ndr), sono preso da crisi di panico, non riesco a respirare, non ce la faccio a prendere l'arma del delitto anche se so bene che è finta".
Quel trauma famigliare segnò per lungo tempo anche la vita in palcoscenico di Aronica. Ma la ferita nel cuore del tenore continua?
Non sembrerebbe, perchè non più tardi di un anno fa, Aronica e sua moglie Simeoni interpretarono i protagonisti di Carmen alla Fenice ( il Teatro da dove viene Chiarot, e forse nel periodo in cui lui era ancora sovrintendente), con la regia di Bieito, il quale, nella scena finale, volle che Aronica/Don Josè tagliasse la gola a Simeoni-Carmen. E lui non si tirò indietro ( abbiamo visto le immagini in rete). Non sappiamo se anche a distanza di tanto tempo, a Venezia, ebbe bisogno del supporto di uno psicologo per superare il blocco. Sicuramente Chiarot, nelle sue vesti di sovrintendente-drammaturgo, era a conoscenza del fatto.
E forse, a Firenze, temendo che potesse accadere di nuovo, ha pensato di porvi rimedio preventivamente. Non nascondendosi neanche il fatto che quella coppia nella vita, in palcoscenico mimava proprio un delitto che oggi chiamiamo 'femminicidio' ma che con altro nome - omicidio - è antico quanto il mondo, sia che lo compia l'uomo sulla donna sia che la donna infierisca sull'uomo.
Leggendo di questa storia abbiamo riflettuto sulla scelta fiorentina. Ma alla fine non abbiamo trovato nessuna ragione per giustificare quella idiozia, voluta da Chiarot, che ha pensato di mettersi in vetrina ( non importa se per farsi ridere dietro dal mondo intero),non essendo ancora riuscito ad emergere dalle nebbie dei bilanci fiorentini. Altra ragione non v'è; e perciò gli insulti e
le ironie del mondo intero, ad eccezione del suo compare, l'intellettuale Nardella, se li è meritati tutti.
Riguarda la coppia Carmen-Don José, il mezzosoprano Veronica Simeoni ed il tenore Roberto Aronica, nella vita moglie e marito, che ha interpretato tante volte Carmen ed altre opere con finale simile sul medesimo palcoscenico, prefigurando nella finzione un vero e proprio 'femminicidio', al quale avrebbe potuto attaccarsi il drammaturgo fiorentino, invece che sventagliare il 'politico corretto' e l'idea che il teatro debba avere anche funzione etica, quando ha messo in atto l'insano progetto.
Meglio, riguarda il tenore Roberto Aronica, cui esattamente una decina di anni fa, accadde in famiglia un fatto drammatico. Suo fratello Angelo, che aveva quarant'anni, venne ucciso a coltellate dalla convivente. Quella tragedia segnò profondamente Roberto, al punto che ancora due anni dopo, nel 2009, durante la 'generale' della Lucia di Donizetti al Regio di Parma, abbandonò precipitosamente la scena al momento in cui era previsto che lui, Edgardo, impugnasse un pugnale che utilizzerà contro se stesso. Aronica spiegò: "ogni volta che ho fra le mani un pugnale, ma anche un semplice coltello (non in cucina, naturalmente, ndr), sono preso da crisi di panico, non riesco a respirare, non ce la faccio a prendere l'arma del delitto anche se so bene che è finta".
Quel trauma famigliare segnò per lungo tempo anche la vita in palcoscenico di Aronica. Ma la ferita nel cuore del tenore continua?
Non sembrerebbe, perchè non più tardi di un anno fa, Aronica e sua moglie Simeoni interpretarono i protagonisti di Carmen alla Fenice ( il Teatro da dove viene Chiarot, e forse nel periodo in cui lui era ancora sovrintendente), con la regia di Bieito, il quale, nella scena finale, volle che Aronica/Don Josè tagliasse la gola a Simeoni-Carmen. E lui non si tirò indietro ( abbiamo visto le immagini in rete). Non sappiamo se anche a distanza di tanto tempo, a Venezia, ebbe bisogno del supporto di uno psicologo per superare il blocco. Sicuramente Chiarot, nelle sue vesti di sovrintendente-drammaturgo, era a conoscenza del fatto.
E forse, a Firenze, temendo che potesse accadere di nuovo, ha pensato di porvi rimedio preventivamente. Non nascondendosi neanche il fatto che quella coppia nella vita, in palcoscenico mimava proprio un delitto che oggi chiamiamo 'femminicidio' ma che con altro nome - omicidio - è antico quanto il mondo, sia che lo compia l'uomo sulla donna sia che la donna infierisca sull'uomo.
Leggendo di questa storia abbiamo riflettuto sulla scelta fiorentina. Ma alla fine non abbiamo trovato nessuna ragione per giustificare quella idiozia, voluta da Chiarot, che ha pensato di mettersi in vetrina ( non importa se per farsi ridere dietro dal mondo intero),non essendo ancora riuscito ad emergere dalle nebbie dei bilanci fiorentini. Altra ragione non v'è; e perciò gli insulti e
le ironie del mondo intero, ad eccezione del suo compare, l'intellettuale Nardella, se li è meritati tutti.
mercoledì 10 gennaio 2018
Solo nel centrodestra nessuno dei tre leader pensa alle poltrone, in previsione delle Regionali
Litigano tutti, discutono su tutto, questo a me questo a te e questo... seguito dal gesto dell'ombrello, come nella risaputissima barzelletta sugli aiuti alle popolazioni povere dell'India.
Solo il centrodestra, unificato dal pacificatore Berlusconi, non ha come primo pensiero quello di spartirsi le poltrone.Loro vogliono solo continuare a stare insieme; se non per sempre - chi può dirlo? - almeno fino al 4 marzo, quando oltre le elezioni politiche vi saranno le Regionali, nelle due più importanti regioni del paese: Lombardia e Lazio, dopo la vittoria, uniti, in Sicilia.
Intanto in questo clima di riappacificazione, con nel CUORE solo gli interessi del paese e non quelli delle diverse componenti del centrodestra, incarnate in Meloni ( Fratelli d'Italia), Salvini ( Lega), e Berlusconi ( Forza Italia e mister del centrodestra), i candidati della triade sono stati già indicati, senza nessuna lite o contesa fra i tre leader, seduti attorno ad un tavolo ad Arcore, dopo aver 'mangiato e ben bevuto' - come dice, giustamente, la canzone
Regione Sicilia: Musumeci (Fratelli d'Italia), già eletto;
Regione Lombardia: Fontana (Lega), in sostituzione di Maroni che ha deciso (?) di ritirarsi (?);
Regione Lazio: Gasparri ( Forza Italia).
D'accordo e senza spartizione di poltrone.
Solo il centrodestra, unificato dal pacificatore Berlusconi, non ha come primo pensiero quello di spartirsi le poltrone.Loro vogliono solo continuare a stare insieme; se non per sempre - chi può dirlo? - almeno fino al 4 marzo, quando oltre le elezioni politiche vi saranno le Regionali, nelle due più importanti regioni del paese: Lombardia e Lazio, dopo la vittoria, uniti, in Sicilia.
Intanto in questo clima di riappacificazione, con nel CUORE solo gli interessi del paese e non quelli delle diverse componenti del centrodestra, incarnate in Meloni ( Fratelli d'Italia), Salvini ( Lega), e Berlusconi ( Forza Italia e mister del centrodestra), i candidati della triade sono stati già indicati, senza nessuna lite o contesa fra i tre leader, seduti attorno ad un tavolo ad Arcore, dopo aver 'mangiato e ben bevuto' - come dice, giustamente, la canzone
Regione Sicilia: Musumeci (Fratelli d'Italia), già eletto;
Regione Lombardia: Fontana (Lega), in sostituzione di Maroni che ha deciso (?) di ritirarsi (?);
Regione Lazio: Gasparri ( Forza Italia).
D'accordo e senza spartizione di poltrone.
martedì 9 gennaio 2018
Variazioni sulla CARMEN di Chiarot da Bizet e Merimée
La SCEMA MADRE conclusiva dell'opera di Bizet che Chiarot ha suggerito al regista non è piaciuta, come si aspettava. Non è piaciuta a gran parte del pubblico, non è piaciuta alla critica, non è piaciuta affatto a giornalisti ed intellettuali (da Facci a Mattia Feltri, a Massini, a Gramellini,a Sgarbi rispettivamente su Libero, La Stampa, Repubblica,Corriere, Giornale) che hanno ironizzato e sbeffeggiato il sovrintendente - improvvisatosi drammaturgo e letterato. E piaciuta oltre che a Chiarot, a Muscato ed anche a Nardella. Direte che c'entra Nardella? C'entra appunto come il cavolo all'opera, ma c'entra. Loro hanno rappresentato la triade felice della trovata e del risultato sul pubblico che ha già mandato esaurite tutte le recite (senza incidenza alcuna della notorietà e popolarità dell'opera?); ma per questo aspettiamo che vengano resi noti i biglietti venduti e di incassi. Contano i numeri, le chiacchiere propagandistiche stanno a zero
Chiarot, gongolante di gioia per il chiasso, perfino di alcuni giornali stranieri, noncurante degli sberleffi, sta già pensando a come far parlare dell'Opera di Firenze in futuro, qualora altro argomento non ci fosse per farlo. Pensa già alla fine di stagione quando ha assoldato il regista fantasista Francesco Micheli, provenienza Sferisterio di Macerata e stabile a Bergamo, per Donizetti, per la cosiddetta 'trilogia' verdiana
(Traviata, Rigoletto, Trovatore). Sicuramente ne vedremo delle belle, e già qualche indiscrezione sulle future riletture è venuta fuori. Ne riparleremo.
Intanto sta pensando alla Variazione n.2 sulla Carmen, con o senza Muscato, alle prossime repliche che torneranno regolarmente, in questa e nelle prossime stagioni fiorentine, visto il successo presente.
La Variazione n.1, in scena in questi giorni, prevede che Carmen, braccata dal suo vecchio spasimante che la perseguita, onde evitare un femminicidio ante litteram, gli spara e lo fa secco (non importa se alla 'prima' la pistola ha fatto cilecca con grande divertimento del pubblico, che ha dovuto fino alla fine dell'opera l'annunciata ma ormai famosa 'SCEMA MADRE').
Chiarot, nella rilettura di Bizet volendo essere corretto oltre misura, non si è accorto che la signora, anzi sigaraia, meglio zingara, aveva una pistola con la quale ha capovolto l'esito finale, precedendo Don Josè, nell'atto criminoso contro di Lei. Qualcuno, sommessamente, glielo ha fatto notare al neo drammaturgo fiorentino: la signora, pardon: sigaraia ( una zingara assunta al monopolio? solo a Firenze, in teatro, si può) e zingara ( ovvio, con la pistola in tasca), per evitare un omicidio sì è resa Lei colpevole di altrettanto misfatto. E allora il neo drammaturgo intende correre ai ripari, ipotizzando la Variazione n.2 della SCEMA MADRE, che andiamo a raccontarvi.
Innanzitutto viene confermato che la SCEMA MADRE sarà la scena finale e resterà quella, per far godere al pubblico per intero l'opera e per lasciare forte la suspence di come finirà la prossima volta, volendo eliminare l'omicidio del quale si macchia Carmen e non Don Josè, come voleva quell'idiota di Bizet.
Allora raccontiamola questa Variazione n.2 . Mentre nell'Arena il toreador Escamillo s'è fatto incornare dal toro - e dunque fuori un amante di Carmen - nei paraggi dell'Arena Don Josè, tenta ancora una volta di far tornare Carmen da lui. L'abbraccia, la stringe forte, la bracca letteralmente, Lei tenta in tutti i modi di liberarsi dalla stretta, lui allora estrae la pistola dalla foderina e nella colluttazione con la sua ex, invece di uccidere Lei parte un colpo e lui cade a terra morto. Suicidato.
Lei non contenta, tira fuori il coltello a serramanico, dotazione di base di ogni zingara professionista, si avventa su Don Josè, e gli infila la lama nel petto, gridando di fronte alla folla, che uscita dall'Arena aveva fatto capannello intorno a i due;' Muori scellerato cadavere!". E questa sarebbe la prima delle due varianti del libretto da introdurre a seguito della Variazione n.2. Poi, muovendo i fianchi come solo Lei sapeva, si fa largo fra i curiosi e va via, mentre questi - e qui sarebbe la seconda variante del libretto - gridano: "Scemi, Scemi".
Resta da spiegare all'indirizzo di chi quel grido d'insulto. Secondo il drammaturgo, all'indirizzo dei protagonisti. Starebbe a dir loro, specie al defunto Don Josè: come si può ancora oggi uccidere o uccidersi per un donna, quando di donne libere ve ne è tantissime? Questa l'interpretazione del drammaturgo. Secondo il pubblico, invece, 'SCEMI, SCEMI' era per Chiarot, Muscato e Nardella - mettiamoci pure lui, altrimenti nessuno lo prende in considerazione - rispettivamente suggeritore/impositore, realizzatore e utilizzatore finale ( per i benefici che porterà alle casse del teatro) della SCEMA MADRE. Chiarot fa capire che la metterà in atto, a sorpresa, senza preavviso.
Ci sarebbe anche una Variazione n.3 per la Carmen 'da Bizet', di Chiarot, che però Muscato ha solo
ipotizzato senza intenzione di verificarne l'efficacia. E cioè rispondere alla proposta del sovrintendente, come avrebbe potuto e non ha voluto, senza mezzi termini: 'ma che c... dici?'.
Bene ha fatto a non metter in atto tale Variazione n.3, perchè la risposta del sovrintendente possiamo brevemente dargliela noi, che quando ci siamo opposti alla sua proposta, al tempo della nostra consulenza, per conto della Rai, per il Concerto di Capodanno, di aprire il Concerto televisivo con una nuova composizione di Giorgio Battistelli, siamo stati accusati da Chiarot di 'lesa maestà' e costretti ad annullare la consulenza, mentre, proprio l'anno prima, siamo anche dovuti intervenire a calmare una solista - che il teatro aveva scritturato, non noi - presa dal panico, pochi minuti prima di cantare. L'abbiamo tranquillizzata noi, poi sono accorsi in camerino sia Chiarot che Ortombina.
Stessa sorte è toccata ad altra persona, incaricata dalla Fenice, e dal teatro pagata, di tenere i rapporti del teatro con la Rai, il cui rapporto di consulenza è stato, per una ragione assai simile, interrotto, dopo quasi un quarto di secolo. Mentre prima, e assai spesso, lo steso sovrintendente Chiarot incaricava di trattare con i sindacati che, in occasione del Concerto di Capodanno, erano quasi sempre sul piede di guerra, e che lui evidentemente non riusciva a convincere a sotterrare l'ascia di guerra. Dunque guai ad opporsi alla sua volontà.
Concludendo, Muscato può anche ripensarci alla prossima proposta di SCEMA MADRE, e mettere in atto la Variazione n.3, sappia però che potrebbe toccare la stessa sorte che toccò anche a noi. Se se la sente, lo faccia. Tanto Carmen di Bizet vivrà, nonostante Chiarot.
Chiarot, gongolante di gioia per il chiasso, perfino di alcuni giornali stranieri, noncurante degli sberleffi, sta già pensando a come far parlare dell'Opera di Firenze in futuro, qualora altro argomento non ci fosse per farlo. Pensa già alla fine di stagione quando ha assoldato il regista fantasista Francesco Micheli, provenienza Sferisterio di Macerata e stabile a Bergamo, per Donizetti, per la cosiddetta 'trilogia' verdiana
(Traviata, Rigoletto, Trovatore). Sicuramente ne vedremo delle belle, e già qualche indiscrezione sulle future riletture è venuta fuori. Ne riparleremo.
Intanto sta pensando alla Variazione n.2 sulla Carmen, con o senza Muscato, alle prossime repliche che torneranno regolarmente, in questa e nelle prossime stagioni fiorentine, visto il successo presente.
La Variazione n.1, in scena in questi giorni, prevede che Carmen, braccata dal suo vecchio spasimante che la perseguita, onde evitare un femminicidio ante litteram, gli spara e lo fa secco (non importa se alla 'prima' la pistola ha fatto cilecca con grande divertimento del pubblico, che ha dovuto fino alla fine dell'opera l'annunciata ma ormai famosa 'SCEMA MADRE').
Chiarot, nella rilettura di Bizet volendo essere corretto oltre misura, non si è accorto che la signora, anzi sigaraia, meglio zingara, aveva una pistola con la quale ha capovolto l'esito finale, precedendo Don Josè, nell'atto criminoso contro di Lei. Qualcuno, sommessamente, glielo ha fatto notare al neo drammaturgo fiorentino: la signora, pardon: sigaraia ( una zingara assunta al monopolio? solo a Firenze, in teatro, si può) e zingara ( ovvio, con la pistola in tasca), per evitare un omicidio sì è resa Lei colpevole di altrettanto misfatto. E allora il neo drammaturgo intende correre ai ripari, ipotizzando la Variazione n.2 della SCEMA MADRE, che andiamo a raccontarvi.
Innanzitutto viene confermato che la SCEMA MADRE sarà la scena finale e resterà quella, per far godere al pubblico per intero l'opera e per lasciare forte la suspence di come finirà la prossima volta, volendo eliminare l'omicidio del quale si macchia Carmen e non Don Josè, come voleva quell'idiota di Bizet.
Allora raccontiamola questa Variazione n.2 . Mentre nell'Arena il toreador Escamillo s'è fatto incornare dal toro - e dunque fuori un amante di Carmen - nei paraggi dell'Arena Don Josè, tenta ancora una volta di far tornare Carmen da lui. L'abbraccia, la stringe forte, la bracca letteralmente, Lei tenta in tutti i modi di liberarsi dalla stretta, lui allora estrae la pistola dalla foderina e nella colluttazione con la sua ex, invece di uccidere Lei parte un colpo e lui cade a terra morto. Suicidato.
Lei non contenta, tira fuori il coltello a serramanico, dotazione di base di ogni zingara professionista, si avventa su Don Josè, e gli infila la lama nel petto, gridando di fronte alla folla, che uscita dall'Arena aveva fatto capannello intorno a i due;' Muori scellerato cadavere!". E questa sarebbe la prima delle due varianti del libretto da introdurre a seguito della Variazione n.2. Poi, muovendo i fianchi come solo Lei sapeva, si fa largo fra i curiosi e va via, mentre questi - e qui sarebbe la seconda variante del libretto - gridano: "Scemi, Scemi".
Resta da spiegare all'indirizzo di chi quel grido d'insulto. Secondo il drammaturgo, all'indirizzo dei protagonisti. Starebbe a dir loro, specie al defunto Don Josè: come si può ancora oggi uccidere o uccidersi per un donna, quando di donne libere ve ne è tantissime? Questa l'interpretazione del drammaturgo. Secondo il pubblico, invece, 'SCEMI, SCEMI' era per Chiarot, Muscato e Nardella - mettiamoci pure lui, altrimenti nessuno lo prende in considerazione - rispettivamente suggeritore/impositore, realizzatore e utilizzatore finale ( per i benefici che porterà alle casse del teatro) della SCEMA MADRE. Chiarot fa capire che la metterà in atto, a sorpresa, senza preavviso.
Ci sarebbe anche una Variazione n.3 per la Carmen 'da Bizet', di Chiarot, che però Muscato ha solo
ipotizzato senza intenzione di verificarne l'efficacia. E cioè rispondere alla proposta del sovrintendente, come avrebbe potuto e non ha voluto, senza mezzi termini: 'ma che c... dici?'.
Bene ha fatto a non metter in atto tale Variazione n.3, perchè la risposta del sovrintendente possiamo brevemente dargliela noi, che quando ci siamo opposti alla sua proposta, al tempo della nostra consulenza, per conto della Rai, per il Concerto di Capodanno, di aprire il Concerto televisivo con una nuova composizione di Giorgio Battistelli, siamo stati accusati da Chiarot di 'lesa maestà' e costretti ad annullare la consulenza, mentre, proprio l'anno prima, siamo anche dovuti intervenire a calmare una solista - che il teatro aveva scritturato, non noi - presa dal panico, pochi minuti prima di cantare. L'abbiamo tranquillizzata noi, poi sono accorsi in camerino sia Chiarot che Ortombina.
Stessa sorte è toccata ad altra persona, incaricata dalla Fenice, e dal teatro pagata, di tenere i rapporti del teatro con la Rai, il cui rapporto di consulenza è stato, per una ragione assai simile, interrotto, dopo quasi un quarto di secolo. Mentre prima, e assai spesso, lo steso sovrintendente Chiarot incaricava di trattare con i sindacati che, in occasione del Concerto di Capodanno, erano quasi sempre sul piede di guerra, e che lui evidentemente non riusciva a convincere a sotterrare l'ascia di guerra. Dunque guai ad opporsi alla sua volontà.
Concludendo, Muscato può anche ripensarci alla prossima proposta di SCEMA MADRE, e mettere in atto la Variazione n.3, sappia però che potrebbe toccare la stessa sorte che toccò anche a noi. Se se la sente, lo faccia. Tanto Carmen di Bizet vivrà, nonostante Chiarot.
L'Arena di Verona cambia gestione. Di male in ...
La crisi dell'Arena con il suo enorme buco di bilancio, Tosi sindaco e sovrintendente il suo amico geometra, Girondini, sembrava alle spalle dopo l'arrivo di Attila/Fuortes, commissario, che aveva chiuso l'Arena per un paio di mesi - molti vi avevano visto la prima attuazione soft del progetto Nastasi che voleva mantenere solo un paio di Fondazioni liriche, retrocedendo tutte le altre a 'teatri di tradizione' - che a sua volta aveva chiamato dall'Accademia di S. Cecilia Giuliano Polo, sovrintendente, ed aveva confermato la principessina dagli 'occhi di ghiaccio' ,come Turandot, Francesca Tartarotti, figlia del finanziere Francesco Micheli, a governarne le finanze. Poi Fuortes ha lasciato Verona nelle mani del 'suo' sovrintendente che a fianco aveva la zarina ecc...
Se non che non ha fatto i conti con le elezioni cittadine che hanno disarcionato Tosi e messo in sella l'avv. Sboarina, centrodestra, con alcune liste che l'hanno appoggiato, fra cui quella di Fratelli d'Italia, capolista Cecilia Gasdia.
Appena insediati, il nuovo sindaco e l'assessore competente, hanno messo mano alle nomine di cui hanno competenza - non si dimentichi che il sindaco è, per legge, presidente della fondazione lirica della sua città- e a Giuliano Polo hanno fatto capire che aveva i giorni contati, come anche al vice direttore artistico (vice di chi?), clarinettista nell'orchestra areniana. E intanto cominciavano a circolare i primi nomi dei rispettivi successori. Per la sovrintendenza, quelli di Orazi - per lui un ritorno; qualche anno fa aveva proposto la copertura dell'Arena! - ed anche Mauro Meli. Sia Orazi che Meli lavorano da poco più di un anno a Cagliari, ma evidentemente la convivenza non li soddisfa entrambi e neppure il clima isolano. E, d'ora in avanti saranno candidati a tutto il candidabile; mentre sarebbe auspicabile che da subito il sindaco di Cagliari li sbatta fuori ambedue con un sonoro calcio in culo.
Il primo nome era quello della capolista di Fratelli d'Italia, Cecilia Gasdia, veronese, che reclamava da Sboarina, la giusta ricompensa per l'appoggio alla vittoria elettorale. Lei chiedeva per sè la carica di direttore artistico, mai esercitata prima. Si dirà che c'è sempre una prima volta. Ma che il debutto debba avvenire in una fondazione importante con grossi guai, non è proprio il massimo. Cecilia Gasdia ha fatto una bella carriera da cantante ed ora fa l'insegnante di canto, ma che abbia le carte in regola per debuttare come sovrintendente - come il consiglio di indirizzo ha già indicato a Franceschini, dal quale si attende la nomina ce ne corre. A dirla tutta: a Franceschini che gli frega se l'Arena finisce di nuovo male come prima e peggio di prima, non essendosi mai ancora risollevata dai guai passati? Se dovesse andare malissimo la si chiude e si tiene aperta soltanto per la stagione estiva in Arena; si affitta un'orchestra, un coro ed un corpo di ballo e il bubbone della Fondazione guarisce definitivamente, con la sua chiusura. Sboarina nel frattempo, magari, non sarà più sindaco o terminerà il mandato con la Gasdia, se durano l'uno e l'altra.
Ma c'e un'altra grande novità per l'Arena, anche se si tratta di un ritorno: la nomina del nuovo direttore (segretario, consulente) artistico, individuato in Renzo Giacchieri che a Verona lo conoscono bene perchè è già stato sovrintendente giusto vent'anni fa, succedendo a De Bosio. Giacchieri che si è sempre più dedicato alla regia lirica, ha certo una esperienza da vantare nel campo. Ma, per la sua scelta, non si è pensato solo a questo; si è attinto alla riserva 'di destra' (democristiana) cui Sboarina fa riferimento e Giacchieri pure. Non importa se dovrà affiancare e guidare la cinquantasettenne Gasdia, che naturalmente conosce già bene, con la saggezza e l'esperienza dei suoi ottant'anni.
Lunga vita all'Arena di Verona!
Se non che non ha fatto i conti con le elezioni cittadine che hanno disarcionato Tosi e messo in sella l'avv. Sboarina, centrodestra, con alcune liste che l'hanno appoggiato, fra cui quella di Fratelli d'Italia, capolista Cecilia Gasdia.
Appena insediati, il nuovo sindaco e l'assessore competente, hanno messo mano alle nomine di cui hanno competenza - non si dimentichi che il sindaco è, per legge, presidente della fondazione lirica della sua città- e a Giuliano Polo hanno fatto capire che aveva i giorni contati, come anche al vice direttore artistico (vice di chi?), clarinettista nell'orchestra areniana. E intanto cominciavano a circolare i primi nomi dei rispettivi successori. Per la sovrintendenza, quelli di Orazi - per lui un ritorno; qualche anno fa aveva proposto la copertura dell'Arena! - ed anche Mauro Meli. Sia Orazi che Meli lavorano da poco più di un anno a Cagliari, ma evidentemente la convivenza non li soddisfa entrambi e neppure il clima isolano. E, d'ora in avanti saranno candidati a tutto il candidabile; mentre sarebbe auspicabile che da subito il sindaco di Cagliari li sbatta fuori ambedue con un sonoro calcio in culo.
Il primo nome era quello della capolista di Fratelli d'Italia, Cecilia Gasdia, veronese, che reclamava da Sboarina, la giusta ricompensa per l'appoggio alla vittoria elettorale. Lei chiedeva per sè la carica di direttore artistico, mai esercitata prima. Si dirà che c'è sempre una prima volta. Ma che il debutto debba avvenire in una fondazione importante con grossi guai, non è proprio il massimo. Cecilia Gasdia ha fatto una bella carriera da cantante ed ora fa l'insegnante di canto, ma che abbia le carte in regola per debuttare come sovrintendente - come il consiglio di indirizzo ha già indicato a Franceschini, dal quale si attende la nomina ce ne corre. A dirla tutta: a Franceschini che gli frega se l'Arena finisce di nuovo male come prima e peggio di prima, non essendosi mai ancora risollevata dai guai passati? Se dovesse andare malissimo la si chiude e si tiene aperta soltanto per la stagione estiva in Arena; si affitta un'orchestra, un coro ed un corpo di ballo e il bubbone della Fondazione guarisce definitivamente, con la sua chiusura. Sboarina nel frattempo, magari, non sarà più sindaco o terminerà il mandato con la Gasdia, se durano l'uno e l'altra.
Ma c'e un'altra grande novità per l'Arena, anche se si tratta di un ritorno: la nomina del nuovo direttore (segretario, consulente) artistico, individuato in Renzo Giacchieri che a Verona lo conoscono bene perchè è già stato sovrintendente giusto vent'anni fa, succedendo a De Bosio. Giacchieri che si è sempre più dedicato alla regia lirica, ha certo una esperienza da vantare nel campo. Ma, per la sua scelta, non si è pensato solo a questo; si è attinto alla riserva 'di destra' (democristiana) cui Sboarina fa riferimento e Giacchieri pure. Non importa se dovrà affiancare e guidare la cinquantasettenne Gasdia, che naturalmente conosce già bene, con la saggezza e l'esperienza dei suoi ottant'anni.
Lunga vita all'Arena di Verona!
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