Da tempo sul settimanale 'Sette', del Corriere, c'è un rubrichetta intitolata 'Le liste degli altri' nella quale personaggi del grande mondo, rendono di pubblico dominio le musiche che hanno accompagnato, per scelta, la loro vita. Se solo quella lista avesse a riguardare la letteratura ci verrebbe da dedurre, ad ogni puntata, che i suoi estensori hanno fatto al massimo la scuola media, non hanno letto che i sussidiari di scuola; mai un libro, mai un classico, mai un romanzo, di qualunque epoca.
Leggeremmo tutt'al più che sono formati sui libri di Federico Moccia che costituiscono la lettura d'iniziazione alla vita di tanti giovani analfabeti. Ai quali, naturalmente, se si chiede chi è Dante o Manzoni o Leopardi, ci si deve attendere anche la prevedibile risposta: e chi so'?
Ma gli estensori delle liste delle 'musiche del cuore' in genere non sono giovani analfabeti, ma professionisti affermati in ogni campo, perfino in quello dell'arte. E pure analfabeti si rivelano, senza pudore, in campo musicale. Le musiche del cuore sono quasi sempre canzonette, solo canzonette, che sono nella maggioranza dei casi l'equivalente musicale dei libretti di Moccia. Beethoven Mozart, Rossini, Verdi non sanno dove siano di casa. Semmai, nei più sofisticati, Giovanni Allevi, Ludovico Einaudi, Cecilia Chailly
Qualcuno potrebbe dire che anche il presidente USA, in una lista di musiche del cuore ha fatto un elenco di canzoni e basta. Sì, è vero, ma nessuno ha obblighi come Obama, che ha voluto in un certo senso tracciare una storia della canzone americana, senza scontentare nessuno. E poi, però, non bisogna dimenticare che all'insediamento del suo secondo mandato ha invitato ad esibirsi davanti ad una folla oceanica anche il violoncellista Yo-Yo Ma.
Tutti gli intervistati dal Corriere non hanno obblighi come Obama, e perciò la lista delle musiche del cuore che stilano dopo aver ben riflettuto, ci deve far prendere atto che, nella musica, proprio come i loro contemporanei giovani analfabeti, non vanno oltre l'equivalente di Federico Moccia.
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venerdì 28 agosto 2015
sabato 9 maggio 2015
Aldo Nove, scriptor optimus, scopre Mozart, invitandoci a leggere l'epistolario. Modernissimo.
Leggere dopo quasi cinque anni dalla sua uscita in libreria un invito alla lettura dell'epistolario di Mozart, fa un certo effetto. Ancora più forte se ci viene da uno scrittore di genio come. Vuol dire che Mozart colpisce ancora e non solo con la sua musica. E' così. Dalle pagine del 'Sette' del Corriere, Aldo Nove ci invita a leggere l'epistolario completo di Mozart e famiglia, dopo molti anni dalla sua pubblicazione in lingua italiana, per conto dell'editore Zecchini, tradotto e curato da un notaio con la passione per Mozart, Marco Murara.
Perchè solo oggi Nove si accorge dell'acutezza della modernità della genialità della creatività che emerge anche da queste lettere, al pari della sua musica? Forse perchè solo ora ha cominciato a leggere quell'epistolario? Non lo sappiamo, ma raccogliamo il suo invito.
Ci sarebbe piaciuto che Nove avesse avuto qualche parola, non più di qualche parola, per elogiare il traduttore e curatore del monumentale epistolario patrocinato anche dall'Associazione 'Mozart Italia'. Già. Perchè in Italia, sebbene promesso tante altre volte, l'epistolario di Mozart non era ancora stato mai pubblicato prima del 2011. Se ne conosceva una vecchia, parziale, edizione, come anche la raccolta 'sporcacciona' delle lettere alla cugina con la quale amava scriversi di culi ed anche di cacche. Culi e cacche presi alla lettera dalla premiata ditta 'Fanny & Alexander' per mettere in scena il Flauto, atteso ora a Bologna, al Teatro Comunale, per il quale serviranno anche occhiali che fanno vedere la scena in 3D ( ci sarà spazio per un briciolo di attenzione anche per la musica e la sapiente favola?). culi e cacche che piacciono anche ad un musicologo 'della domenica' come Corrado Augias, che in vecchiaia ha scoperto questo nuovo remunerativo filone professionale.
In verità, una edizione completa dell'epistolario, era stato promesso - ma solo promesso, e mai realizzato - in occasione dell'anniversario mozartiano del 2006 (duecentocinquanta anni dalla nascita) da una musicologa impostasi all'attenzione mondiale dopo i suoi voli, con Claudio Abbado, nel cielo di Berlino, la quale ha poi preferito dedicarsi alla massoneria di Mozart - trattata con 'straordinario acume' dalla su citata musicologa, Lidia Bramani, come annota Aldo Nove. L' argomento le è evidentemente più famigliare e congeniale, ragione per la quale Aldo Nove approfitta per suggerirci di leggere il suo 'fondamentale' studio in materia, al punto che ci viene il sospetto che Nove possa aver scritto questo articolo-invito per accennare al libro della Lidia. Ma dobbiamo leggere anche questo di libro? Non basta l'epistolario, per il quale non basta una vita?
Perchè solo oggi Nove si accorge dell'acutezza della modernità della genialità della creatività che emerge anche da queste lettere, al pari della sua musica? Forse perchè solo ora ha cominciato a leggere quell'epistolario? Non lo sappiamo, ma raccogliamo il suo invito.
Ci sarebbe piaciuto che Nove avesse avuto qualche parola, non più di qualche parola, per elogiare il traduttore e curatore del monumentale epistolario patrocinato anche dall'Associazione 'Mozart Italia'. Già. Perchè in Italia, sebbene promesso tante altre volte, l'epistolario di Mozart non era ancora stato mai pubblicato prima del 2011. Se ne conosceva una vecchia, parziale, edizione, come anche la raccolta 'sporcacciona' delle lettere alla cugina con la quale amava scriversi di culi ed anche di cacche. Culi e cacche presi alla lettera dalla premiata ditta 'Fanny & Alexander' per mettere in scena il Flauto, atteso ora a Bologna, al Teatro Comunale, per il quale serviranno anche occhiali che fanno vedere la scena in 3D ( ci sarà spazio per un briciolo di attenzione anche per la musica e la sapiente favola?). culi e cacche che piacciono anche ad un musicologo 'della domenica' come Corrado Augias, che in vecchiaia ha scoperto questo nuovo remunerativo filone professionale.
In verità, una edizione completa dell'epistolario, era stato promesso - ma solo promesso, e mai realizzato - in occasione dell'anniversario mozartiano del 2006 (duecentocinquanta anni dalla nascita) da una musicologa impostasi all'attenzione mondiale dopo i suoi voli, con Claudio Abbado, nel cielo di Berlino, la quale ha poi preferito dedicarsi alla massoneria di Mozart - trattata con 'straordinario acume' dalla su citata musicologa, Lidia Bramani, come annota Aldo Nove. L' argomento le è evidentemente più famigliare e congeniale, ragione per la quale Aldo Nove approfitta per suggerirci di leggere il suo 'fondamentale' studio in materia, al punto che ci viene il sospetto che Nove possa aver scritto questo articolo-invito per accennare al libro della Lidia. Ma dobbiamo leggere anche questo di libro? Non basta l'epistolario, per il quale non basta una vita?
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sabato 25 aprile 2015
Il 'Questionario' di Proust adattato, per la musica, all'italiana ignoranza
Quali sono i compositori preferiti? si chiedeva Marcel Proust nel suo celebre questionario? E si rispondeva: 'Beethoven, Wagner, Schumann' - tanto per farci sapere dei suoi tesori musicali.
Nelle infinite sue declinazioni e riduzioni o traduzioni, quel questionario sembra talora non più quello da cui dichiara di discendere, o al quale dice che si ispira. Specie per la musica. E specie se rivolto agli italiani, peggio se colti.
Non puoi chiedere ad un italiano, sia egli uno scienziato o uno studioso di scienze storiche od un giornalista o chiunque altro, qual è ' il suo 'compositore' preferito. Forse non ha mai sentito dire che il musicista 'COMPONE' musica, termine più tecnico del generico 'SCRIVE' musica, alla grande maggioranza più familiare.
Inutile poi sarebbe chiedere 'qual è la musica preferita'. Inutile perché la stragrande maggioranza degli italiani risponderebbe con la sua canzone preferita. Per la stragrande maggioranza degli italiani, senza distinzione di censo o di cultura, la musica è la canzone. Semplicemente perché altra musica non conosce e nulla fa chi dovrebbe per fargliela conoscere. Inutile nasconderselo, questa è la situazione.
Tanto vale allora rendere la domanda ancora più precisa: 'qual è la canzone preferita'. la domanda è chiara e la risposta arriva senza pensarci.
'Sette' del 'Corriere della Sera', da tempo pubblica una curiosa rubrichetta che dimostra alla perfezione quello che stiamo dicendo. Il titolo è 'le liste degli altri', dove la lista non è quella della spesa, s'intende, ma quella della musica.
Immancabilmente dieci su dieci sono canzoni, e tutte indicate da personalità che in altri campi fanno faville. Come ad esempio ha fatto questa settimana Uolter Veltroni. Anche lui, per non smentire la nostra buona fama cita 9 canzoni su 10. Una sola non è una canzone, per far vedere - come gli hanno suggerito di dire - che quando è stato inaugurato l'Auditorium, poco più di dieci anni fa, tredici per l'esattezza, e lui era sindaco di Roma, è rimasto inchiodato alla sua poltrona a sentir musica dalla mattina alla sera. In ricordo di quella traumatica esperienza ci ha messo dentro, unica eccezione , l'Adagietto dalla 'Quinta Sinfonia' di Gustav Mahler.
Nelle varie interviste, anche quando si trattano argomenti pesanti, corre l'obbligo all'intervistatore di domandare all'intervistato: la canzone, il film, il libro, preferiti.
Salvo il caso in cui dall'intervistato, straniero - come Serge Latouche, l'intervistatore Vittorio Zincone, si sente rispondere: ma quale canzone? 'L'opera' preferita: 'Le nozze di Figaro' di Wolfgang Amadeus Mozart. Zincone rimane di stucco, ed incassa in silenzio.
Tornato in redazione riflette sulla risposta di Latouche, ed ipotizza che se ponesse domani la domanda: 'qual è l'opera preferita', si sentirebbe forse rispondere 'il traforo del Monte Bianco', mentre per i libri e i film le risposte sarebbero pertinenti. Ed allora, per il futuro, ripiega sulla versione più adatta agli italiani: qual è la canzone preferita?
Nelle infinite sue declinazioni e riduzioni o traduzioni, quel questionario sembra talora non più quello da cui dichiara di discendere, o al quale dice che si ispira. Specie per la musica. E specie se rivolto agli italiani, peggio se colti.
Non puoi chiedere ad un italiano, sia egli uno scienziato o uno studioso di scienze storiche od un giornalista o chiunque altro, qual è ' il suo 'compositore' preferito. Forse non ha mai sentito dire che il musicista 'COMPONE' musica, termine più tecnico del generico 'SCRIVE' musica, alla grande maggioranza più familiare.
Inutile poi sarebbe chiedere 'qual è la musica preferita'. Inutile perché la stragrande maggioranza degli italiani risponderebbe con la sua canzone preferita. Per la stragrande maggioranza degli italiani, senza distinzione di censo o di cultura, la musica è la canzone. Semplicemente perché altra musica non conosce e nulla fa chi dovrebbe per fargliela conoscere. Inutile nasconderselo, questa è la situazione.
Tanto vale allora rendere la domanda ancora più precisa: 'qual è la canzone preferita'. la domanda è chiara e la risposta arriva senza pensarci.
'Sette' del 'Corriere della Sera', da tempo pubblica una curiosa rubrichetta che dimostra alla perfezione quello che stiamo dicendo. Il titolo è 'le liste degli altri', dove la lista non è quella della spesa, s'intende, ma quella della musica.
Immancabilmente dieci su dieci sono canzoni, e tutte indicate da personalità che in altri campi fanno faville. Come ad esempio ha fatto questa settimana Uolter Veltroni. Anche lui, per non smentire la nostra buona fama cita 9 canzoni su 10. Una sola non è una canzone, per far vedere - come gli hanno suggerito di dire - che quando è stato inaugurato l'Auditorium, poco più di dieci anni fa, tredici per l'esattezza, e lui era sindaco di Roma, è rimasto inchiodato alla sua poltrona a sentir musica dalla mattina alla sera. In ricordo di quella traumatica esperienza ci ha messo dentro, unica eccezione , l'Adagietto dalla 'Quinta Sinfonia' di Gustav Mahler.
Nelle varie interviste, anche quando si trattano argomenti pesanti, corre l'obbligo all'intervistatore di domandare all'intervistato: la canzone, il film, il libro, preferiti.
Salvo il caso in cui dall'intervistato, straniero - come Serge Latouche, l'intervistatore Vittorio Zincone, si sente rispondere: ma quale canzone? 'L'opera' preferita: 'Le nozze di Figaro' di Wolfgang Amadeus Mozart. Zincone rimane di stucco, ed incassa in silenzio.
Tornato in redazione riflette sulla risposta di Latouche, ed ipotizza che se ponesse domani la domanda: 'qual è l'opera preferita', si sentirebbe forse rispondere 'il traforo del Monte Bianco', mentre per i libri e i film le risposte sarebbero pertinenti. Ed allora, per il futuro, ripiega sulla versione più adatta agli italiani: qual è la canzone preferita?
sabato 7 marzo 2015
Caro Chailly,ci spieghi due cosette
Ieri Riccardo Chailly, sul 'Sette' del Corriere della Sera, ha fatto i suo discorso dell corona, nel corso del quale ha spiegato che cosa intende fare, d'accordo con il gran ciambellano Pereira, alla Scala nei prossimi anni. Ci ha detto che prima di tutto la Scala deve tornare ad essere un punto d'arrivo per i grandi artisti, e costituire per loro la più importante vetrina mondiale, che i numi tutelari della Scala saranno Verdi e Puccini, e poi anche Rossini e Donizetti, ma anche Bellini - insomma i grandissimi italiani - con una evidente stoccata alla gestione Lissner-Barenboim, e che inaugurerà la prossima stagione con 'Giovanna d'Arco' di Verdi. Ha detto poi che vuole immissione di sangue giovane nelle vene della sua orchestra e poi ha annunciato progetti internazionali. Tutto bne quel che cominci bene, poi si vedrà all'atto pratico.
ma due cose semplici vorremmo che Chailly ce le spiegasse, è l'unico che può farlo con cognizione di causa.
Innanzitutto perchè Abbado non ha mai diretto, nè voluto dirigere Puccini, che Chailly dice essere stimato, anzi temuto dallo stesso Mahler, autore preferito di Abbado. Chailly, che dice di aver sempre frequentato Abbado, sa della sua avversione a Puccini e ne conosce anche le ragioni. Perchè non ce le spiega?
E poi, anche se si tratta di una storia più delicata, vorremmo che ci spiegasse le ragioni della sua uscita dalla Verdi, una decina di anni fa, in modo non proprio onorevole. Noi, involontariamente, fummo testimoni, senza conoscerne bene le ragioni, di quella uscita traumatica, perchè proprio negli ultimi mesi di sua permanenza a Milano, invitammo - era il 2004 - l'Orchestra Verdi e lui naturalmente al 'Festival delle nazioni' di Città di Castello. L'Orchestra accettò e con l'orchestra anche Chailly, a detta di Corbani, nostro più diretto referente, poi alla fine lui dette buca. La cosa non ci piacque affatto, e non piacque nè a Corbani e neanche al grande direttore Romano Gandolfi ( del quale raccogliemmo le confidenze non proprio lusinghiere sia nei confronti di Corbani che di Chailly). E noi la ritenemmo comunque uno sgarbo anche nei nostri riguardi. Per fortuna il nostro caro amico e ottimo direttore Roberto Abbado accolse l'invito ed accompagnò l'Orchestra a Città di Castello, in un memorabile concerto.
Ci piacerebbe che Chailly ci spiegasse, senza attendere una nuova intervista ad un giornale nazionale, la sua uscita dalla Verdi, e appena possibile anche l'odio, quanto meno il disinteresse , non possiamo penare al disprezo- di Abbado per Puccini
ma due cose semplici vorremmo che Chailly ce le spiegasse, è l'unico che può farlo con cognizione di causa.
Innanzitutto perchè Abbado non ha mai diretto, nè voluto dirigere Puccini, che Chailly dice essere stimato, anzi temuto dallo stesso Mahler, autore preferito di Abbado. Chailly, che dice di aver sempre frequentato Abbado, sa della sua avversione a Puccini e ne conosce anche le ragioni. Perchè non ce le spiega?
E poi, anche se si tratta di una storia più delicata, vorremmo che ci spiegasse le ragioni della sua uscita dalla Verdi, una decina di anni fa, in modo non proprio onorevole. Noi, involontariamente, fummo testimoni, senza conoscerne bene le ragioni, di quella uscita traumatica, perchè proprio negli ultimi mesi di sua permanenza a Milano, invitammo - era il 2004 - l'Orchestra Verdi e lui naturalmente al 'Festival delle nazioni' di Città di Castello. L'Orchestra accettò e con l'orchestra anche Chailly, a detta di Corbani, nostro più diretto referente, poi alla fine lui dette buca. La cosa non ci piacque affatto, e non piacque nè a Corbani e neanche al grande direttore Romano Gandolfi ( del quale raccogliemmo le confidenze non proprio lusinghiere sia nei confronti di Corbani che di Chailly). E noi la ritenemmo comunque uno sgarbo anche nei nostri riguardi. Per fortuna il nostro caro amico e ottimo direttore Roberto Abbado accolse l'invito ed accompagnò l'Orchestra a Città di Castello, in un memorabile concerto.
Ci piacerebbe che Chailly ci spiegasse, senza attendere una nuova intervista ad un giornale nazionale, la sua uscita dalla Verdi, e appena possibile anche l'odio, quanto meno il disinteresse , non possiamo penare al disprezo- di Abbado per Puccini
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venerdì 12 dicembre 2014
Ancora incerto il destino dell'Orchestra Verdi di Milano. E Nastasi cosa ha fatto in tutti questi anni? Era occupato in mille altre faccende poco musicali?
Quando abbiamo letto oggi l'articolo di Paolo Isotta sul 'Sette' del Corriere della Sera, siamo rimasti senza parola, perchè eravamo convinti che dopo tante battaglie e le numerose medaglie guadagnate sul campo il caso dell'Orchestra Verdi di Milano - che poco fa ha celebrato i primi vent'anni di esistenza laboriosa, meritoria e perciò gloriosa - fosse completamente risolto (Anche noi, nel piccolo, abbiamo fatto qualcosa per l'Orchestra Verdi, quando l'abbiamo invitata come 'orchestra residente' al Festival delle Nazioni di Città di Castello, nell'unico anno(2004) che ne curammo la direzione artistica, dopo la verdi l'attuale direzione ha preferito orchestre balcaniche o italiane balcanizzate).
Il 'caso' consiste nell'assenza di riconoscimento del suo ruolo da parte dello Stato e, di conseguenza, nel mancato finanziamento della sua attività che per quantità e qualità ma anche per ricavi propri, si pone ai primi posti in Italia. Prima di qualsiasi Fondazione lirica - proporzionalmente - e di qualunque altra istituzione musicale del medesimo settore, le cosiddette ICO , cioè a dire le 'Istituzioni Concertistico orchestrali' (in parole povere le orchestre che vanno ad aggiungersi a quelle delle fondazioni lirico -sinfoniche) che in Italia sono rimaste più o meno una dozzina. A Milano, ad esempio, c'e quella dei 'Pomeriggi musicali' la cui attività per nessun ragione è paragonabile a quella della Verdi, eppure la prima è finanziata in quanto orchestra, la seconda come fosse una modesta oscura associazione concertistica.
E in questi anni, dacché il problema è emerso nella sua assurdità, il direttore Nastasi che fa circolari folli, come quella del divieto di esercitare la libera professione a musicisti di orchestre; che vuole cancellare dalla faccia dell'Italia le piccole associazioni musicali come anche i teatri d'essai e sperimentali - troppo piccoli perchè il grande e grosso direttore generale li tenga in carico al ministero; che premia teatri per la loro 'produzione' quando meriterebbero che gli venissero tagliati i fondi causa improduttività; e festival che vengono sostenuti ancor prima che inizino solo perchè a capo vi sono ... non diciamo chi; che si sostengono orchestre alcune ed altre no perchè una è di amici e l'altra no o molto meno ( il caso della Cherubini dell'amico Muti e della Mozart fondata dall'inviso Abbado), in tutti questi anni Nastasi non è riusci, perchè non l'ha voluto, risolvere il problema della Verdi.
Evidentemente gli sta sul gozzo, e nulla ha potuto neppure Corbani con tutto il suo potere, né la Milano che conta che nel frattempo ha dotato l'orchestra di un bell'auditorium frequentatissimo e molto amato dai milanesi ai quali se glielo togliessero, siamo convinti che farebbero la rivoluzione. A Nastasi non gli frega un bel nulla. Il guaio è che non gli frega nulla neanche a Franceschini il quale, come sottolinea duramente Isotta, intende finanziare il Festival (o Festa; non cambia la solfa, tanto non sanno ancora cosa farne) del Cinema di Roma per almeno tre anni, facendogli arrivare oltre 1.000.000 di Euro per anno. Ciò che Isotta non dice, perché magari vivendo fra Milano e Napoli non sa, è che andrebbe a finanziare un festival fondato dal Comune che ne è proprietario, Comune nel quale alla presidenza della Commissione Cultura siede sua moglie, la deliziosa De Biase. Il sospetto che, pur nella bufera egli corra in aiuto della festa e del sindaco di Roma, per la presenza di sua moglie in un posto di responsabilità e perciò direttamente interessata a tale festival è più che lecito.
Avesse Franceschini, per mano di Nastasi messa su una commissione ministeriale con gente capace ed autonoma - 'con le palle' vorremmo dire, se l'espressione non fosse sguaiata - a questo punto cos'altro potrebbero fare i suoi membri se non dimettersi per denunciare il fattaccio? Questo si attenderebbe l'opinione pubblica di fronte ad un caso di patente miopia, volontà persecutoria e illegalità, in osservanza di regole e decreti ministeriali ai quali ovviamente Nastasi e Franceschini si appellerebbero. Ma la commissione non si dimette anzi se ne frega perchè tiene di più a farvi parte, pur se al servizio, perinde ac cadaver, del ministro di turno e del direttore generale sempiterno.
Questa volta se non corrono ai ripari, necessari e meritati, perciò dovuti, il ministro e il direttore generale si presentano di fronte all'opinione pubblica con tutta la loro incapacità di governare un settore che non sanno governare (se non per coltivare propri tornaconti . Per l'ennesima volta citiamo il caso della mogliettina di Nastasi, Giulia Minoli, messa dal maritone a coordinare il Museo del Teatro San Carlo di Napoli) a nome della popolazione. Anche loro badano più a farsi gli affari propri che quelli della collettività. Se hanno qualcosa da opporre, si discolpino. Temiamo che gli mancherà la parola, per l'occasione. Nel qual caso farebbero meglio ad andarsene, parliamo del ministro, perchè Nastasi nessuno lo schioda, ha protettori potentissimi, salvo che con i forconi. E non è detto che un giorno anche il popolo della musica non decida di scendere in piazza.
Il 'caso' consiste nell'assenza di riconoscimento del suo ruolo da parte dello Stato e, di conseguenza, nel mancato finanziamento della sua attività che per quantità e qualità ma anche per ricavi propri, si pone ai primi posti in Italia. Prima di qualsiasi Fondazione lirica - proporzionalmente - e di qualunque altra istituzione musicale del medesimo settore, le cosiddette ICO , cioè a dire le 'Istituzioni Concertistico orchestrali' (in parole povere le orchestre che vanno ad aggiungersi a quelle delle fondazioni lirico -sinfoniche) che in Italia sono rimaste più o meno una dozzina. A Milano, ad esempio, c'e quella dei 'Pomeriggi musicali' la cui attività per nessun ragione è paragonabile a quella della Verdi, eppure la prima è finanziata in quanto orchestra, la seconda come fosse una modesta oscura associazione concertistica.
E in questi anni, dacché il problema è emerso nella sua assurdità, il direttore Nastasi che fa circolari folli, come quella del divieto di esercitare la libera professione a musicisti di orchestre; che vuole cancellare dalla faccia dell'Italia le piccole associazioni musicali come anche i teatri d'essai e sperimentali - troppo piccoli perchè il grande e grosso direttore generale li tenga in carico al ministero; che premia teatri per la loro 'produzione' quando meriterebbero che gli venissero tagliati i fondi causa improduttività; e festival che vengono sostenuti ancor prima che inizino solo perchè a capo vi sono ... non diciamo chi; che si sostengono orchestre alcune ed altre no perchè una è di amici e l'altra no o molto meno ( il caso della Cherubini dell'amico Muti e della Mozart fondata dall'inviso Abbado), in tutti questi anni Nastasi non è riusci, perchè non l'ha voluto, risolvere il problema della Verdi.
Evidentemente gli sta sul gozzo, e nulla ha potuto neppure Corbani con tutto il suo potere, né la Milano che conta che nel frattempo ha dotato l'orchestra di un bell'auditorium frequentatissimo e molto amato dai milanesi ai quali se glielo togliessero, siamo convinti che farebbero la rivoluzione. A Nastasi non gli frega un bel nulla. Il guaio è che non gli frega nulla neanche a Franceschini il quale, come sottolinea duramente Isotta, intende finanziare il Festival (o Festa; non cambia la solfa, tanto non sanno ancora cosa farne) del Cinema di Roma per almeno tre anni, facendogli arrivare oltre 1.000.000 di Euro per anno. Ciò che Isotta non dice, perché magari vivendo fra Milano e Napoli non sa, è che andrebbe a finanziare un festival fondato dal Comune che ne è proprietario, Comune nel quale alla presidenza della Commissione Cultura siede sua moglie, la deliziosa De Biase. Il sospetto che, pur nella bufera egli corra in aiuto della festa e del sindaco di Roma, per la presenza di sua moglie in un posto di responsabilità e perciò direttamente interessata a tale festival è più che lecito.
Avesse Franceschini, per mano di Nastasi messa su una commissione ministeriale con gente capace ed autonoma - 'con le palle' vorremmo dire, se l'espressione non fosse sguaiata - a questo punto cos'altro potrebbero fare i suoi membri se non dimettersi per denunciare il fattaccio? Questo si attenderebbe l'opinione pubblica di fronte ad un caso di patente miopia, volontà persecutoria e illegalità, in osservanza di regole e decreti ministeriali ai quali ovviamente Nastasi e Franceschini si appellerebbero. Ma la commissione non si dimette anzi se ne frega perchè tiene di più a farvi parte, pur se al servizio, perinde ac cadaver, del ministro di turno e del direttore generale sempiterno.
Questa volta se non corrono ai ripari, necessari e meritati, perciò dovuti, il ministro e il direttore generale si presentano di fronte all'opinione pubblica con tutta la loro incapacità di governare un settore che non sanno governare (se non per coltivare propri tornaconti . Per l'ennesima volta citiamo il caso della mogliettina di Nastasi, Giulia Minoli, messa dal maritone a coordinare il Museo del Teatro San Carlo di Napoli) a nome della popolazione. Anche loro badano più a farsi gli affari propri che quelli della collettività. Se hanno qualcosa da opporre, si discolpino. Temiamo che gli mancherà la parola, per l'occasione. Nel qual caso farebbero meglio ad andarsene, parliamo del ministro, perchè Nastasi nessuno lo schioda, ha protettori potentissimi, salvo che con i forconi. E non è detto che un giorno anche il popolo della musica non decida di scendere in piazza.
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