Qualche volta la tempistica è una buona lente per esaminare fatti e persone apparentemente lontane nello spazio, se si fanno vive nella medesima giornata.
E' accaduto in Spagna con il discorso alla nzione del giovane, inadeguato re, Felipe VI, che soffia sul fuoco che è già divampato fra il governo centrale e la Catalogna, Madrid e Barcellona. E questo, detto fra parentesi, mentre quel povero disgraziato di suo padre si fa beccare dai fotografi in Irlanda (?) a spassarsela con la sua amante di sempre. Che figura!
Il giovane re di Spagna ha appoggiato, IRRESPONSABILMENTE, in tutto e per tutto, la linea guerrigliera di Rajoy: la Catalogna si è comportata irresponsabilmente, ha detto, il governo centrale ha agito come doveva, la Catalogna non può dichiarare autonomamente ed unilateralmente la indipendenza da Madrid, e se lo farà, Madrid potrebbe, Costituzione alla mano, destituire il capo del governo catalano e tutto il suo gabinetto ed inviare la polizia a Barcellona.
C'era bisogno di un simile intervento, mentre da tutto il mondo arrivano inviti al governo spagnolo perché tratti con Barcellona, per non arrivare ad un punto di non ritorno, con lo spettro della guerra civile?
Non c'era bisogno no, eppure l'ha fatto, ed ora non potrà più dire, se accadrà - come nessuno si augura, ma potrebbe - l'irreparabile; che farà Felipe, il giovane re con moglie e figli che la Spagna mantiene, nonostante gli scandali della sua famiglia e perfino dell'Infanta che avrebbe coperto - secondo fondati sospetti - suo marito che ha compiuto errori gravissimi, veri e propri reati finanziari?
Ora c'è da augurarsi che, almeno lontano dai riflettori, si adoperi il re inesperto affinchè Madrid e Barcellona si incontrino e vengano ad un accordo onorevole per entrambi, visto che entrambi hanno sbagliato.
In Italia, due principini, neanche reucci, si sono voluti allontanare dal palazzo reale della politica dove vivevano in tutta tranquillità, Bersani e Speranza, e cominciano a rivelarsi per quello che sono. Cioè, come tutti gli altri politici, interessati soprattutto a se stessi, mentre ipocritamente e apertamente vanno dichiarando interesse per il bene del paese. Perfino Pisapia, dissociandosi da loro, li ha invitati a star tranquilli ed a ripensarci.
Dopo aver ascoltato la relazione di Padoan, in Parlamento, sulla prossima manovra finanziaria, si sono chiamati letteralmente fuori dalle forze politiche che appoggiano il governo, mettendolo di fatto in difficoltà proprio quando occorre unità e tempestività di decisioni per non finire nel cosiddetto 'esercizio provvisorio' che all'Italia creerebbe ancora altri problemi, proprio mentre si comincia a vedere la fine della crisi.
Loro, naturalmente, non si fanno beccare con le amanti, come quel poveraccio del re di Spagna padre di Felipe VI, mentre sarebbe auspicabile che dedicassero un pò del loro tempo alle amanti; tutti gli augurerebbero sinceramente di averle, per stemperare la eccessiva animosità che mettono nell'azione politica. Ed anche per godersi qualche attimo di distrazione dalla loro lotta, davvero perversa, contro un governo che sta cercando di fare come meglio può, senza clamori ed inutili proclami di guerra, il bene per questo grande ma singolarissimo paese.
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mercoledì 4 ottobre 2017
lunedì 2 ottobre 2017
Mentre in Italia è La 7 a fare 'servizio pubblico', alla Spagna , in sostituzione del 'non governo' Rajoy servirebbe un premier come Di Maio
Anche ieri La 7 ed il direttore del suo telegiornale, Enrico Mentana, hanno mostrato a tutte le altre reti televisive, cosa voglia dire fare 'servizio pubblico'. Mentana certo è uno stakanovista dell'informazione e per una rete come La 7 che sull'informazione soprattutto si gioca le sue carte migliori, l'instancabile intraprendenza del direttore del suo telegiornale è una manna dal cielo.
Però, c'è anche da dire che Mentana è stato l'unico a fornire l'informazione necessaria su un fatto non di poco conto, come il referendum sull'indipendenza della Catalogna. E che tale fosse lo ha dimostrato sia la cieca repressione di Rajoy e del suo 'non governo', sia l'affluenza alle urne nonostante tutto, come anche la valanga dei 'si', oltre due milioni, e, infine, le dichiarazioni dei responsabili politici del 'governo' catalano che, appena chiuse le urne, si sono affrettati a parlare di 'Repubblica catalana' e del suo parlamento che oggi, già oggi, potrebbe dichiarare la sua indipendenza da Madrid.
Le istituzioni europee si sono comportate come le reti televisive italiane: si sono voltate dall'altra parte e, per ora, hanno taciuto, prendendo tempo; lo hanno fatto ancora ieri per tutta la giornata, non ascoltando gli esponenti indipendentisti catalani che si sono appellati apertamente alle istituzioni internazionali senza il cui riconoscimento la determinazione all'indipendenza catalana sarebbe vana o zoppa. Naturalmente ci sono poi infiniti problemi di carattere sia giuridico che economico dei quali è ancora presto parlare, ma che agli indipendentisti creeranno sicuramente molti più problemi di quanti la loro determinazione per il distacco non ne risolverebbe.
Come le istituzioni europee, tutte le televisioni italiane hanno continuato con i giochini, le canzoni, i grandi fratelli, le fiction - che palle la fiction con Gianni Morandi: un lunghissimo spottone dell'ente del turismo sardo: sono queste le fiction cui pensa Franceschini con la sua strigliata e sanzioni annesse alle televisioni perchè trasmettano ed investano sul prodotto italiano? Se vogliamo poi parlare anche di Fabio Fazio, detto 'Fabbio', noteremo che la banalità dell'esibizione di quel fenomeno di ragazza che è Bebe Vio; perchè Fabbio non s'è guardato, prima di invitare Bebe Vio, l'intervista intelligente che le ha fatto PIF, per il suo programma 'marziano', qualche settimana fa?
E, infine, Di Maio. La Spagna, Madrid, non Barcellon che di guai ne ha già, avrebbe bisogno, appena Rajoy si dimette - cosa che probabilmente ed inevitabilmente farà quanto prima, non avendo saputo gestire la partita referendaria catalana - avrebbe bisogno di un premier 'decisionista e riformatore' come Di Maio che l'Italia, per cristiana carità, cederebbe volentieri ai fratelli spagnoli perchè risolva ogni loro problema, ma non prima che abbia riformato tutto nel nostro paese, dalla Costituzione in giù, come ha fatto capire chiaramente che si prepara a fare parlando ai sindacati: 'o vi autoriformate voi o ci penserò io, appena insediato a Palazzo Chigi'.
Però, c'è anche da dire che Mentana è stato l'unico a fornire l'informazione necessaria su un fatto non di poco conto, come il referendum sull'indipendenza della Catalogna. E che tale fosse lo ha dimostrato sia la cieca repressione di Rajoy e del suo 'non governo', sia l'affluenza alle urne nonostante tutto, come anche la valanga dei 'si', oltre due milioni, e, infine, le dichiarazioni dei responsabili politici del 'governo' catalano che, appena chiuse le urne, si sono affrettati a parlare di 'Repubblica catalana' e del suo parlamento che oggi, già oggi, potrebbe dichiarare la sua indipendenza da Madrid.
Le istituzioni europee si sono comportate come le reti televisive italiane: si sono voltate dall'altra parte e, per ora, hanno taciuto, prendendo tempo; lo hanno fatto ancora ieri per tutta la giornata, non ascoltando gli esponenti indipendentisti catalani che si sono appellati apertamente alle istituzioni internazionali senza il cui riconoscimento la determinazione all'indipendenza catalana sarebbe vana o zoppa. Naturalmente ci sono poi infiniti problemi di carattere sia giuridico che economico dei quali è ancora presto parlare, ma che agli indipendentisti creeranno sicuramente molti più problemi di quanti la loro determinazione per il distacco non ne risolverebbe.
Come le istituzioni europee, tutte le televisioni italiane hanno continuato con i giochini, le canzoni, i grandi fratelli, le fiction - che palle la fiction con Gianni Morandi: un lunghissimo spottone dell'ente del turismo sardo: sono queste le fiction cui pensa Franceschini con la sua strigliata e sanzioni annesse alle televisioni perchè trasmettano ed investano sul prodotto italiano? Se vogliamo poi parlare anche di Fabio Fazio, detto 'Fabbio', noteremo che la banalità dell'esibizione di quel fenomeno di ragazza che è Bebe Vio; perchè Fabbio non s'è guardato, prima di invitare Bebe Vio, l'intervista intelligente che le ha fatto PIF, per il suo programma 'marziano', qualche settimana fa?
E, infine, Di Maio. La Spagna, Madrid, non Barcellon che di guai ne ha già, avrebbe bisogno, appena Rajoy si dimette - cosa che probabilmente ed inevitabilmente farà quanto prima, non avendo saputo gestire la partita referendaria catalana - avrebbe bisogno di un premier 'decisionista e riformatore' come Di Maio che l'Italia, per cristiana carità, cederebbe volentieri ai fratelli spagnoli perchè risolva ogni loro problema, ma non prima che abbia riformato tutto nel nostro paese, dalla Costituzione in giù, come ha fatto capire chiaramente che si prepara a fare parlando ai sindacati: 'o vi autoriformate voi o ci penserò io, appena insediato a Palazzo Chigi'.
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domenica 1 ottobre 2017
All'Europa si chiede più unità, mentre dalle nazioni, singole popolazioni vogliono autonomia
Ciò che sta accadendo oggi, e nei giorni scorsi, in Spagna, per il referendum della Catalogna che chiede autonomia, è davvero sorprendente. A Barcellona che rivendica - e non da oggi- la sua autonomia da Madrid, Madrid manda i militari e la polizia per soffocare il referendum catalano.
Sbaglia Barcellona ad indire un referendum che la legge non consente, sbaglia Madrid a volerlo reprimere ed annullare con la forza. E il primo ministro spagnolo e la corona stessa sbagliano doppiamente per non aver tentato ogni strada, da quella diplomatica a quella dei trattati che riconoscono una qualche autonomia a chi la domanda per ragioni storiche, che non possono essere principalmente quelle economiche, in base alle quali potrebbero svilupparsi all'interno dei singoli stati le stesse lotte che ora le grandi migrazioni stanno fomentando fra paesi poveri e paesi ricchi, e mandano la polizia contro i cittadini che stanno esprimendo un loro sacrosanto parere. Perché comunque di un parere si tratta, per ora.
Che è poi la ragione - quella economica - che sta anche alla base dei due referendum-farsa che i svolgeranno a fine ottobre nelle regioni Lombardia e Veneto - alla modica cifra di una quarantina di milioni buttati letteralmente al vento - per sapere se i popoli di quelle due regioni, fra le più ricche d'Italia, pendono per il distacco dallo Stato centrale che - a detta dei due governatori-pensatori, Maroni e Zaia - danno a Roma più di quello che si vedono ritornare da Roma. E sarebbe la ragione: la eterna lotta di popoli più ricchi contro quelli più poveri.
Il giorno in cui la florida attuale situazione economica di quelle come di altre regioni che si fossero staccate, pensandola allo stesso modo, dovesse capovolgersi? E volessero ritornare nello Stato centrale? Prendetevela in c... verrebbe da rispondergli se l'espressione non appartenesse ad un idioma troppo colto perchè quei governatori possano capirla; ma che, tradotta per loro nell'italiano più popolare, vorrebbe dire: ora arrangiatevi, non vi vogliamo più fra i c... Siamo ricaduti nella lingua aulica? Ma forse questa volta capiranno.
Fermandoci all'Italia il discorso si potrebbe estendere a quelle regioni a statuto speciale sul suolo italiano che hanno fatto ormai il loro tempo, e sarebbe ora che tornassero nello Stato, a pari condizioni delle altre regioni che non godono, a seguito ed in base a ragioni ormai troppo lontane nel tempo, ed oggi svuotate di ogni consistenza, degli stessi privilegi.
Ma in questi giorni ci siamo spesso chiesti, anche a causa delle tensioni generate dal referendum catalano, se non sia diritto di un popolo-regione richiede l'autonomia dallo stato centrale. Ciò che appare un diritto sacrosanto ed intangibile di ciascun popolo ci sembra antistorico oggi nell'Europa che fatica ad essere quell'unione di 28 stati, meno uno (Gran Bretagna, i cui effetti negativi ancor prima che l'uscita sia totale e definitiva, monti inglesi paventano e temono), alla quale comunque si chiede di essere più unita e che tanti vantaggi, assieme a qualche svantaggio, offre agli stati membri. Sarebbe il caso di dire: da che pulpito viene la predica. Quando i singoli Stati chiedono all'Europa di essere più unita, singole regioni o etnie di stati sovrani chiedono indipendenza dallo stato centrale. che roba è questa? Ma allora l'Europa è un'utopia e tale resterà, al punto che entro breve si frantumerà, con le conseguenze a tutti note, e quasi tutte negative?
Sbaglia Barcellona ad indire un referendum che la legge non consente, sbaglia Madrid a volerlo reprimere ed annullare con la forza. E il primo ministro spagnolo e la corona stessa sbagliano doppiamente per non aver tentato ogni strada, da quella diplomatica a quella dei trattati che riconoscono una qualche autonomia a chi la domanda per ragioni storiche, che non possono essere principalmente quelle economiche, in base alle quali potrebbero svilupparsi all'interno dei singoli stati le stesse lotte che ora le grandi migrazioni stanno fomentando fra paesi poveri e paesi ricchi, e mandano la polizia contro i cittadini che stanno esprimendo un loro sacrosanto parere. Perché comunque di un parere si tratta, per ora.
Che è poi la ragione - quella economica - che sta anche alla base dei due referendum-farsa che i svolgeranno a fine ottobre nelle regioni Lombardia e Veneto - alla modica cifra di una quarantina di milioni buttati letteralmente al vento - per sapere se i popoli di quelle due regioni, fra le più ricche d'Italia, pendono per il distacco dallo Stato centrale che - a detta dei due governatori-pensatori, Maroni e Zaia - danno a Roma più di quello che si vedono ritornare da Roma. E sarebbe la ragione: la eterna lotta di popoli più ricchi contro quelli più poveri.
Il giorno in cui la florida attuale situazione economica di quelle come di altre regioni che si fossero staccate, pensandola allo stesso modo, dovesse capovolgersi? E volessero ritornare nello Stato centrale? Prendetevela in c... verrebbe da rispondergli se l'espressione non appartenesse ad un idioma troppo colto perchè quei governatori possano capirla; ma che, tradotta per loro nell'italiano più popolare, vorrebbe dire: ora arrangiatevi, non vi vogliamo più fra i c... Siamo ricaduti nella lingua aulica? Ma forse questa volta capiranno.
Fermandoci all'Italia il discorso si potrebbe estendere a quelle regioni a statuto speciale sul suolo italiano che hanno fatto ormai il loro tempo, e sarebbe ora che tornassero nello Stato, a pari condizioni delle altre regioni che non godono, a seguito ed in base a ragioni ormai troppo lontane nel tempo, ed oggi svuotate di ogni consistenza, degli stessi privilegi.
Ma in questi giorni ci siamo spesso chiesti, anche a causa delle tensioni generate dal referendum catalano, se non sia diritto di un popolo-regione richiede l'autonomia dallo stato centrale. Ciò che appare un diritto sacrosanto ed intangibile di ciascun popolo ci sembra antistorico oggi nell'Europa che fatica ad essere quell'unione di 28 stati, meno uno (Gran Bretagna, i cui effetti negativi ancor prima che l'uscita sia totale e definitiva, monti inglesi paventano e temono), alla quale comunque si chiede di essere più unita e che tanti vantaggi, assieme a qualche svantaggio, offre agli stati membri. Sarebbe il caso di dire: da che pulpito viene la predica. Quando i singoli Stati chiedono all'Europa di essere più unita, singole regioni o etnie di stati sovrani chiedono indipendenza dallo stato centrale. che roba è questa? Ma allora l'Europa è un'utopia e tale resterà, al punto che entro breve si frantumerà, con le conseguenze a tutti note, e quasi tutte negative?
sabato 8 novembre 2014
Quanto costa la cultura in Europa? Una ricerca del Post Office inglese.
Paese che vai costi che trovi. l'Europa esiste da tempo, ma ogni paese decide per suo conto sui costi della cultura e del bello. Decide prezzi ed agevolazioni per musei mostre teatri ed altro.
Non sono molti i paesi, fra quelli più civili che assegnano alla cultura un compito educativo molto importante, che la cultura ai propri cittadini la danno praticamente gratis per aiutare tutti a crescere per educare le loro sensibilità, per far loro gustare il bello.
Varsavia e la Polonia sono in cima alla classifica. In quella capitale si può spendere una cifra irrisoria per vedere quasi tutto: musei, teatri e concerti compresi. Londra, poi, che dà libero accesso ai musei più importanti, fa pagare cari opere e concerti; e lo stesso dicasi per Amsterdam che fa pagare biglietti di ingresso anche ai musei; ma su tutti svetta, per l'alto costo dei biglietti, il Vaticano. Bell'esempio!
Poi c'è Barcellona che non scherza, citandosi nella ricerca il costo per una coppia che vuole assistere ad una recita nello storico Liceu: 200 Euro. E non scherzano neanche Vienna e Berlino. Insomma la cultura, già finanziata con denaro pubblico dappertutto, costa molto e viene pagata, attraverso il costo del biglietto, per una seconda volta dai cittadini.
La ricerca, che prosegue con le solite lagnanze sull'ingiustizia di tutto ciò, è stata diffusa ai primi di settembre, tanto che il 14 settembre, La Stampa di Torino ne dava ampia notizia, sottolineando anche il fatto che queste disparità resistono nonostante che negli ultimi anni, causa crisi, i costi per il pubblico o spettatore siano enormemente diminuiti. In Italia, si legge, per Roma soprattutto, addirittura del 35 %, che a noi non risulta, vivendo a Roma e guardando spesso, abbastanza sorpresi, il costo della cultura tuttora alto, al punto che abbiamo spesso detto che se avessimo dovuto pagare di tasca nostra i biglietti per concerti ed opere forse ne avremmo dovuto disertare un buon 75% , a causa delle nostre possibilità economiche.
Da tempo andiamo dicendo che i costi dei biglietti dovrebbero esser ridotti per permettere a più gente di frequentare concerti ed opere, ma non ci sembra che tale consiglio sia stato preso in seria considerazione da chicchessia.
Oggi, poi, ed è qui che volevamo arrivare - 8 novembre - il femminile di Repubblica, 'D', pubblica sinteticamente i dati di quella ricerca che, comunque, andrebbe vista nella sua interezza. Oggi, due mesi dopo che La Stampa di Torino ne ha scritto più ampiamente. Ottimo tempismo. Non basta, l'autore dell'articolo, Simone Cosimi, evidentemente del tutto avulso dall'argomento di cui sommariamente scrive, annota, a proposito di Roma, per dire quanto sia a buon mercato la cultura nella Capitale italiana, per per ascoltare le Quattro stagioni vivaldiane(?), nella Chiesa anglicana di Ognissanti, bastano appena 25 Euro appena: ma è matto? sono carissime, Chissà quale ensemble di terza o quarta categoria le esegue. Tanto vale andare a Santa Cecilia o all'Opera dove i biglietti, i meno cari, costano 17-18 Euro. Saranno pure gli ultimi posti, ma quelli che vi suonano, a differenza di ciò che solitamente ospita la Chiesa anglicana, non sono certo gli ultimi. Capito Simone?
Non sono molti i paesi, fra quelli più civili che assegnano alla cultura un compito educativo molto importante, che la cultura ai propri cittadini la danno praticamente gratis per aiutare tutti a crescere per educare le loro sensibilità, per far loro gustare il bello.
Varsavia e la Polonia sono in cima alla classifica. In quella capitale si può spendere una cifra irrisoria per vedere quasi tutto: musei, teatri e concerti compresi. Londra, poi, che dà libero accesso ai musei più importanti, fa pagare cari opere e concerti; e lo stesso dicasi per Amsterdam che fa pagare biglietti di ingresso anche ai musei; ma su tutti svetta, per l'alto costo dei biglietti, il Vaticano. Bell'esempio!
Poi c'è Barcellona che non scherza, citandosi nella ricerca il costo per una coppia che vuole assistere ad una recita nello storico Liceu: 200 Euro. E non scherzano neanche Vienna e Berlino. Insomma la cultura, già finanziata con denaro pubblico dappertutto, costa molto e viene pagata, attraverso il costo del biglietto, per una seconda volta dai cittadini.
La ricerca, che prosegue con le solite lagnanze sull'ingiustizia di tutto ciò, è stata diffusa ai primi di settembre, tanto che il 14 settembre, La Stampa di Torino ne dava ampia notizia, sottolineando anche il fatto che queste disparità resistono nonostante che negli ultimi anni, causa crisi, i costi per il pubblico o spettatore siano enormemente diminuiti. In Italia, si legge, per Roma soprattutto, addirittura del 35 %, che a noi non risulta, vivendo a Roma e guardando spesso, abbastanza sorpresi, il costo della cultura tuttora alto, al punto che abbiamo spesso detto che se avessimo dovuto pagare di tasca nostra i biglietti per concerti ed opere forse ne avremmo dovuto disertare un buon 75% , a causa delle nostre possibilità economiche.
Da tempo andiamo dicendo che i costi dei biglietti dovrebbero esser ridotti per permettere a più gente di frequentare concerti ed opere, ma non ci sembra che tale consiglio sia stato preso in seria considerazione da chicchessia.
Oggi, poi, ed è qui che volevamo arrivare - 8 novembre - il femminile di Repubblica, 'D', pubblica sinteticamente i dati di quella ricerca che, comunque, andrebbe vista nella sua interezza. Oggi, due mesi dopo che La Stampa di Torino ne ha scritto più ampiamente. Ottimo tempismo. Non basta, l'autore dell'articolo, Simone Cosimi, evidentemente del tutto avulso dall'argomento di cui sommariamente scrive, annota, a proposito di Roma, per dire quanto sia a buon mercato la cultura nella Capitale italiana, per per ascoltare le Quattro stagioni vivaldiane(?), nella Chiesa anglicana di Ognissanti, bastano appena 25 Euro appena: ma è matto? sono carissime, Chissà quale ensemble di terza o quarta categoria le esegue. Tanto vale andare a Santa Cecilia o all'Opera dove i biglietti, i meno cari, costano 17-18 Euro. Saranno pure gli ultimi posti, ma quelli che vi suonano, a differenza di ciò che solitamente ospita la Chiesa anglicana, non sono certo gli ultimi. Capito Simone?
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sabato 19 aprile 2014
Peccati di giovinezza di Pappano e signora
L'altra sera abbiamo assistito, nella Sala Petrassi dell'Auditorium di Roma, piena di pubblico, ad un concreto indimenticabile per molti versi. Innanzitutto perchè si eseguiva la 'Petite Messe Solennelle' di Rossini, un'opera che in questi ultimi anni ci affascina ogni volta di più, superando qualsiasi altra musica. L'inizio della Messa non riesce mai a trovarci nell'indifferenza; e l'Agnus Dei non finisce di commuoverci, immancabilmente. L'occasione della esecuzione, un concerto 'straordinario' non previsto in stagione, era dato da un anniversario che non poteva passare inosservato: centocinquanta anni fa, la Messa veniva eseguita per la prima volta a Parigi, in casa del Conte Pillet-Will, alla cui consorte la messa era dedicata. Era il 14 marzo 1864, ed era di lunedì. La seconda ragione che rendeva il concerto tanto più prezioso era la presenza ai due pianoforti dei coniugi Pappano - e non si tratta di 'promozione' per ragioni di cuore, per la signora Pappano, Pamela, che è una pianista di classe e che ha conosciuto suo marito a Bruxelles, perchè sia Lui che Lei facevano lo stesso mestiere prima che Tony diventasse direttore, e cioè accompagnavano cantanti, erano il loro istruttore, il ripetitore, colei o colui che segue i cantanti, anche molto celebri, nello studio di una nuova parte o lavorano in teatri che hanno sempre bisogno di tale figura professionale Quando Pappano riviene in Europa dall'America, dove si era trasferito da Londra, alla morte della sua sorellina, ancora molto giovane, a Barcellona, è perchè lo chiamò Romano Gandolfi, che lo aveva conosciuto in una trasferta americana ne aveva apprezzato le qualità musicali e la sua conoscenza del repertorio vocale. Bene, Pamela Pappano questo mestiere lo conosce benissimo e dunque era ora che si presentasse nelle vesti professionali sue proprie e non solo come moglie di Pappano, anche dove suo marito comanda, come accade già a Londra, dove lei lavora al Covent Garden. La passione, l'amore che ambedue mettono nel lavoro al servizio della musica è , potremmo dire, totale, eroica, ed i risultati lo dimostrano.
E poi c'è un'altra ragione che ha reso quella serata unica e che fa onore agli interpreti. Pappano, in queste settimane, è alla Scala per la sua prima direzione operistica ( Les Troyens di Berlioz) e nei due unici giorni di pausa, fra le recite, è corso a Roma per questo concerto. Sono dei purissimi vizi che solo in gioventù si possono coltivare, quando si può ogni tanto anche trascurare il riposo.
A proposito di Berlioz alla Scala, abbiamo letto recensioni sulle quali forse sarebbe opportuno fare qualche riflessione, sia sugli autori che su quello che hanno scritto. Per ora ci fermiamo agli autori: singolare la firma sul Corriere,Torno, che non era quella dei critici canonici, chissà perchè; mentre La Repubblcia che altre volte , raramente in verità, s'era precipitata a scrivere recensioni che forse neppure meritavano di essere scritte, invece, per l'opera di Berlioz ha atteso, come una recita qualunque, la domenica successiva; nessuna recensione invece sul Messaggero; e su La Stampa, ne ha scritto il corrispondente da Parigi, melomane da una vita, ma non un critico del giornale
Dopo Pasqua, Pappano sarà a Roma, per un concerto davvero singolare per il programma che è un programma di quelli che erano assai frequenti nei concerti di moltissimi anni fa, con brani tratti da opere molto complesse ed arcinote. Oggi, se non fosse Pappano a farlo, qualcuno oserebbe gridare allo scandalo. Noi no. E andremo ad ascoltarlo.
E poi c'è un'altra ragione che ha reso quella serata unica e che fa onore agli interpreti. Pappano, in queste settimane, è alla Scala per la sua prima direzione operistica ( Les Troyens di Berlioz) e nei due unici giorni di pausa, fra le recite, è corso a Roma per questo concerto. Sono dei purissimi vizi che solo in gioventù si possono coltivare, quando si può ogni tanto anche trascurare il riposo.
A proposito di Berlioz alla Scala, abbiamo letto recensioni sulle quali forse sarebbe opportuno fare qualche riflessione, sia sugli autori che su quello che hanno scritto. Per ora ci fermiamo agli autori: singolare la firma sul Corriere,Torno, che non era quella dei critici canonici, chissà perchè; mentre La Repubblcia che altre volte , raramente in verità, s'era precipitata a scrivere recensioni che forse neppure meritavano di essere scritte, invece, per l'opera di Berlioz ha atteso, come una recita qualunque, la domenica successiva; nessuna recensione invece sul Messaggero; e su La Stampa, ne ha scritto il corrispondente da Parigi, melomane da una vita, ma non un critico del giornale
Dopo Pasqua, Pappano sarà a Roma, per un concerto davvero singolare per il programma che è un programma di quelli che erano assai frequenti nei concerti di moltissimi anni fa, con brani tratti da opere molto complesse ed arcinote. Oggi, se non fosse Pappano a farlo, qualcuno oserebbe gridare allo scandalo. Noi no. E andremo ad ascoltarlo.
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