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giovedì 30 marzo 2017

Dario Franceschini e Michela Di Biase contro Luca Bergamo. Due contro uno nella lotta per la gratuità dei musei

Che succederebbe se mettessimo un biglietto di ingresso al Pantheon - ipotizza e lancia  Franceschini. Neanche per sogno, gli risponde Luca Bergamo. Dunque Ministro contro assessore al Comune di Roma, che è in minoranza, perchè lui deve vedersela, in Consiglio comunale, anche con la capogruppo dell'opposizione, da sempre combattiva, Michela Di Biase, signora Franceschini, e già presidente della Commissione 'Cultura' del Campidoglio, ai tempi di Marino. Quando, a differenza di ciò che accade oggi - ministero Pd e Comune Cinquestelle - un filo 'rosso', seppure di un rosso ormai sbiadito,  teneva legati il 'Collegio romano' al Campidoglio.

Contro la proposta di Franceschini non s'è levato solo Bergamo ma anche molti altri, comprese le gerarchie ecclesiastiche che considerano quello storico monumento anche un edificio sacro - come se in Italia non esistessero già casi di chiese che, per visitarle, occorre pagare un biglietto d'ingresso.

Ma per Bergamo Franceschini, dal Ministero, e forse anche la Di Biase, in Consiglio comunale, hanno la risposta bella pronta. "Cominci lui a non far pagare l'ingresso ai Musei capitolini. E lui ha detto che per i romani potrebbe essere, ma non per tutti.

Certo è che la lotta non si ferma al Pantheon o ai Musei capitolini, perchè il progetto di Franceschini di fottersi la gestione, e di conseguenza anche le entrate, del Colosseo, sfilandolo al Campidoglio, è già sulla dirittura d'arrivo.
 L'unica vittoria che ci si aspetta è che l'entrata ai musei sia gratuita. Il Ministero o il Campidoglio perderebbero delle entrate, ma certamente  i cittadini ne guadagnerebbero in tutti i sensi,  risparmio compreso.

venerdì 27 gennaio 2017

Una mostra con una sola opera come, un tempo, una musica per un solo strumento

Attorno all'opportunità di una mostra con una sola opera si sono fati tanti discorsi, anche ideologici. E pure di recente, in occasione dell'inaugurazione della mostra ai Capitolini  dell'Annunciazione del Greco, proveniente da un museo di Madrid, aperta fino ad aprile.

Se la memoria ci aiuta, ricordiamo l'elogio che noi stessi scrivemmo, ci pare su Music@, alla notizia che alcune sale del Museo di Arte Contemporanea di New York  erano state allestite con poche opere, e talune con una sola. Facemmo allora, dopo la lettura delle considerazioni  di molti giornalisti e critici d'arte, l'elogio del 'vuoto', che concentra sull'unica opera, non togliendole bellezza ed attenzione. E dicevamo giusto, aggiungendo naturalmente qualche riflessione sull'opera esposta,  come, ad esempio, che non tutte hanno lo stesso appeal ed hanno bisogno dello stesso spazio anche mentale. Non parliamo poi della dimensioni. Talvolta un quadro o  tavola anche piccolissima rapiscono sguardo ed attenzione più di una grande formato. Ci viene in mente quel ritratto di 'sconosciuto', esposto in un piccolo museo di Cefalu, opera di Antonello da Messina, che ci rapì la prima volta che lo vedemmo su un banalissimo cavalletto - ci auguriamo che nel frattempo gli abbiano riservato un più adeguato trattamento.
 In questi ultimi giorni ci viene svelato l'arcano delle sempre più frequenti mostre con una sola opera.  La ragione è che costano meno. Dunque niente di artistico o filosofico, ma, assai più banalmente,  semplicemente economico: una sola opera, anche in considerazione del prestito,  esporla costa enormemente meno di molte opere. Certo, come non convenire. E allora tutta la filosofia sulla necessità del vuoto che fa emergere il 'pieno' ? Per buona parte balle.

Con il pensiero siamo andati a molti anni fa - fine Settanta inizio anni Ottanta,  da quando cioè  iniziammo ad occuparci di musica con una certa assiduità -  quando il mondo musicale italiano, affollatissimo di compositori ed esecutori specializzati, pullulava di festival e festivalini,  rassegne e rassegnette, dedicati alla musica contemporanea. Allora i  brani per strumento solista abbondavano, e su di essi quante elucubrazioni. Unica eccezione, il pianoforte che è uno strumento a sè.
Mentre invece fra le ragioni possibili c'era il minor costo, anche esecutivo, la maggiore facilità della scrittura, rispetto alla complessità di quella orchestrale, e la necessità di accontentare tutti, compositori grandi e piccoli, noti e sconosciuti, maturi e debuttanti. Insomma tutti. Ciascuno con un 'piccolo' pezzo.

Ci viene in mente il nome di un compositore che per ogni strumento aveva scritto un brano chiamato 'sequenza'; anche su ciascuna di esse si disse, scrisse e si gridò che il compositore in questione aveva  'esplorato' il mondo possibile dei medesimi, che ormai non avevano più segreto alcuno. Forse era anche vero, ma resta il fatto che molti di quei brani per strumento solista - e le sequenze di cui sopra non facevano eccezione - nascevano dalla stessa logica della più recente 'mostra con un'opera sola'.

Poi anche il panorama della musica in Italia è cambiato - non che siano diminuiti i compositori, quelli sono sempre in abbondanza - sono però diminuiti i festival e le rassegne, anzi sono quasi scomparsi, e perciò non si è più preoccupati di riempirli con compositori e brani d'ogni risma e valore. Oggi le poche rassegne, a cominciare dalla Biennale, dove non è detto che le scelte discendano sempre dalla qualità delle opere presentate,  approntano cartelloni sulla base di una idea, perché non si può accontentare tutti, dando a ciascuno un piccolo spazio. Oggi tutti sembrano correre per salire sul carro del direttore artistico designato, alle cui orecchie, però, non giungono solo i richiami dei compositori, ma anche quelli degli editori e dei mezzi di informazione.

E poi sono emerse altre tendenze, in agguato e che lusingano  molti: i suoni sposati alle immagini. Una vera iattura, perché in tanti casi non si capisce se si sta assistendo ad una proiezione con colonna sonora o si sta ascoltando un brano, non  in grado di farsi largo con le sole proprie gambe, e perciò aggrappato alle immagini. Non è sempre così, ma spesse volte, sì.