Due sindaci 'cinquestelle', uno perfettamente integrato nella dynasty 'Casaleggio&Figlio' e l'altro ai margini, dissenziente. Ambedue raggiunti da un avviso di garanzia.
Per Nogarin, sindaco di Livorno, la dynasty invita a leggere bene le carte e ad attendere l'evolversi dell'inchiesta, per poi decidere se dimetterlo o meno, perché non tutti gli avvisi di garanzia sono uguali; l'altro, sindaco di Parma, sul quale da due mesi indaga la procura di Parma, per le nomine al Teatro Regio, che non ha messo al corrente la dynasty, che ora si vorrebbe, perché dissenziente dalla medesima, dimesso sic et simpliciter.
Ma gli avvisi di garanzia, non aveva detto la dynasty che non sono tutti uguali, mentre per quelli che raggiungono esponenti di altri partiti suonano, senza indugio, alle orecchie della Casaleggio & Figlio come condanne già definitive?
Gli avvisi di garanzia non sono tutti uguali , come non dargli ragione; ma anche gli oggetti di tali avvisi non sono tutti uguali. E allora? O si dice che occorre guardare ai singoli casi prima di decidere - sempre ! - anche perché, comunque gli avvisi possono essere, talvolta, anche 'atti dovuti', oppure al loro invio debbono suonare come condanna, che necessita immediatamente delle dimissioni da ogni incarico pubblico. Come la dynasty chiede ora a Pizzarotti e, invece, non chiede a Nogarin.
Intanto a proposito delle prossime elezioni amministrative, il cui clima infuocato non può non influenzare anche queste vicende, registriamo alcuni particolari della campagna romana.
Innanzitutto che le sorellastre Mussolini gareggiano su fronti opposti; che la Pivetti, in cerca di nuovo lavoro, dopo aver fatto senza molto successo ma per tirare a campare perfino la soubrette, s'è rimessa il foulard alla gola, stile presidente della camera di un tempo, per seguire come la sua ombra quel gentiluomo di Salvini; che le uscite ultime di Marchini inducono a celebrare come genio, Mariastella Gelmini, ex ministro dell'Istruzione, indimenticabile, per aver almeno parlato del tunnel, segretissimo, che collega Ginevra al Gran Sasso, entro il quale far passare la materia ( grigia?); e poi il rilievo dello slogan, ma forse solo quello, della principessina Ruspoli ( candidata con la Meloni) 'meglio nobili che ignobili! ( azzeccato!, perfino geniale); mentre fa piangere quello della Raggi che gioca sul suo cognome nello slogan: coRAGGIo di cambiare!
Tornando a Pizzarotti. Sull'argomento 'Teatro Regio', e prima ancora sull'assessore alla cultura pizzarottiana, Luigi Boschi, nel suo blog (che la magistratura ha voluto mettere a tacere, perchè metteva bocca su fatti e misfatti parmigiani) ha raccontato tutto, anche in questi giorni, tornando a quella storia che ormai data qualche anno, quella cioè delle nomine al Regio, del direttore generale e della incaricata ai 'progetti speciali', per le quali aveva richiesto una 'manifestazione di interesse' agli aspiranti, i cui curriculum furono sottoposti ad una commissione che, alla fine dei lavori, stilò una lista di 7 candidati con le carte in regola. Quella commissione non s'è mai capito se fosse presieduta da Cristiano Chiarot, sovrintendente a Venezia, o se Chiarot fosse uno dei membri, forse il più titolato fra gli esaminatori, se non altro per la carica che ha. In questa rosa di nomi eccelleva come astro luminosissimo Carmelo Di Gennaro che, vistosi escluso dall'incarico di direttore generale, se ne lamentò pubblicamente con una lettera aperta.
Chi pensa che simili storture, che calpestano il curriculum honorum di uno dei più noti direttori artistici che l'Europa si contende a suon di dimenticanze e che perciò s'è messo in proprio, Di Gennaro appunto, sappia che la provincialissma Parma non è seconda neppure alla centralissima Roma del Mibac di Franceschini, il quale per le sue (del ministero) commissioni consultive, a seguito di richiesta di manifestazione di interesse, se ne è fottuto dei curriculum - che forse non era neppure in grado di valutare o che ha valutato secondo criteri di 'obbedienza e sottomissione'- per metterci chi gli pareva. Perciò chi se la prende con Pizzarotti, non si dimentichi di Franceschini. Resta solo da vedere chi farà meno danni, se i nominati di Pizzarotti o di Franceschini.
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sabato 14 maggio 2016
Per un Pizzarotti che si vuole 'dimesso' c'è un Nogarin che si sostiene nella resistenza. Cinquestelle dynasty
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venerdì 16 gennaio 2015
Il caso Teatro di Cagliari. Nastasi punta a destabilizzare. E intanto ne affonda uno.
Mauro Meli è tornato alla Sovrintendenza del Teatro Lirico di Cagliari, da poco più di sei mesi e già, alla tornata della nomina di nuovi consigli di indirizzo, parte contro di lui un tiro incrociato da parte del sindaco Zedda e del Mibact: da Natasi, per essere chiari e concisi.
Zedda non vuole Meli, Nastasi gli spara contro un siluro 'legale', evidentemente pensando al ritorno possibile della Crivellenti che proprio lui e Gianni Letta vollero insediare alla sovrintendenza, con un triplo salto mortale, direttamente dalla gestione della biglietteria - come rivelò all'epoca della seconda promozione della signora, il sovrintendente in carica, appena smesso.
Sia chiaro che non saremo noi a difendere Meli, visto che ne abbiamo sempre criticato l'operapo sia a Cagliari che a Parma, e dai tempi in cui tutti lo osannavano mentre lui prosciugava la cassa del teatro sardo; ma lui diceva che era un'accusa ingiusta e falsa.
Ora chi vuole e fa di tutto per averlo, un cambiamento così radicale - in un teatro da poco affidato, nuovamente, a Meli - ma noto alle cronache soprattutto per problemi di gestione ed economici , quale reale obiettivo si pone?
Zedda certamente vuole eliminare un dirigente messo lì contro il suo volere ed approfitta dell'insediamento del nuovo 'Consiglio di indirizzo' dal quale solo dovrebbe uscire la terna di nomi da proporre l Ministero per la nomina del nuovo sovrintendente; Nastasi vuole fare le prove generali della 'declassazione' di una fondazione lirica, dopo aver tentato un analogo esperimento ma con mezzi diversi all'Opera di Roma, fiancheggiando Fuortes nel folle progetto di 'esternalizzare' orchestra e coro.
Il progetto di Zedda è certamente folle, ma quello di Nastasi lo è di più, specie se si dà un'occhiata alla già lunga lista dei possibili candidati, fra i quali c'è un oscuro dirigente ministeriale ed un altrettanto oscuro - ma onesto, s'intende - musicista di Caltanisetta, Angelo Licalsi, che Nastasi ha voluto nella 'Commissione Centrale Musica', rifiutando la preziosa collaborazione di qualche giornalista a conoscenza dei fatti del mondo della musica in Italia. Nastasi non l'ha voluto, preferendo dei servitori di provata fedeltà. Ambedue dovrebbero reggere un teatro difficile, senza avere nessuna esperienza in proposito. E' chiaro che lo i vuole affossare, almeno che lo voglia affossare Nastasi, anche per conto di Franceschini che dorme e forse accarezza propositi di salita al Quirinale con una bella moglie che farebbe concorrenza alla regina di Giordania.
C'è poi un altro nome che da tempo circola per qualunque incarico di vertice nelle fondazioni italiane, quello di Carmelo Di Gennaro, attualmente a capo dell'Istituto italiano di cultura a Madrid e che, evidentemente, starebbe per rientrare, ed è dunque in cerca di una nuova collocazione.
Questi nomi sarebbero per Cagliari, teatro già martoriato da mille problemi, una vera sciagura. Ma questo forse è ciò che Nastasi intende perseguire: la riduzione di numero delle Fondazioni liriche, cominciando a mandarne a picco qualcuna.
Zedda non vuole Meli, Nastasi gli spara contro un siluro 'legale', evidentemente pensando al ritorno possibile della Crivellenti che proprio lui e Gianni Letta vollero insediare alla sovrintendenza, con un triplo salto mortale, direttamente dalla gestione della biglietteria - come rivelò all'epoca della seconda promozione della signora, il sovrintendente in carica, appena smesso.
Sia chiaro che non saremo noi a difendere Meli, visto che ne abbiamo sempre criticato l'operapo sia a Cagliari che a Parma, e dai tempi in cui tutti lo osannavano mentre lui prosciugava la cassa del teatro sardo; ma lui diceva che era un'accusa ingiusta e falsa.
Ora chi vuole e fa di tutto per averlo, un cambiamento così radicale - in un teatro da poco affidato, nuovamente, a Meli - ma noto alle cronache soprattutto per problemi di gestione ed economici , quale reale obiettivo si pone?
Zedda certamente vuole eliminare un dirigente messo lì contro il suo volere ed approfitta dell'insediamento del nuovo 'Consiglio di indirizzo' dal quale solo dovrebbe uscire la terna di nomi da proporre l Ministero per la nomina del nuovo sovrintendente; Nastasi vuole fare le prove generali della 'declassazione' di una fondazione lirica, dopo aver tentato un analogo esperimento ma con mezzi diversi all'Opera di Roma, fiancheggiando Fuortes nel folle progetto di 'esternalizzare' orchestra e coro.
Il progetto di Zedda è certamente folle, ma quello di Nastasi lo è di più, specie se si dà un'occhiata alla già lunga lista dei possibili candidati, fra i quali c'è un oscuro dirigente ministeriale ed un altrettanto oscuro - ma onesto, s'intende - musicista di Caltanisetta, Angelo Licalsi, che Nastasi ha voluto nella 'Commissione Centrale Musica', rifiutando la preziosa collaborazione di qualche giornalista a conoscenza dei fatti del mondo della musica in Italia. Nastasi non l'ha voluto, preferendo dei servitori di provata fedeltà. Ambedue dovrebbero reggere un teatro difficile, senza avere nessuna esperienza in proposito. E' chiaro che lo i vuole affossare, almeno che lo voglia affossare Nastasi, anche per conto di Franceschini che dorme e forse accarezza propositi di salita al Quirinale con una bella moglie che farebbe concorrenza alla regina di Giordania.
C'è poi un altro nome che da tempo circola per qualunque incarico di vertice nelle fondazioni italiane, quello di Carmelo Di Gennaro, attualmente a capo dell'Istituto italiano di cultura a Madrid e che, evidentemente, starebbe per rientrare, ed è dunque in cerca di una nuova collocazione.
Questi nomi sarebbero per Cagliari, teatro già martoriato da mille problemi, una vera sciagura. Ma questo forse è ciò che Nastasi intende perseguire: la riduzione di numero delle Fondazioni liriche, cominciando a mandarne a picco qualcuna.
sabato 6 settembre 2014
Noseda ci spieghi chi sono Cristina Rocca e Bernhard Kerres. Di Gennaro lo conosciamo da noi.
Vergnano non accetta nessuna delle tre proposte candidature di Noseda per la carica di direttore artistico del Nuovo Regio torinese, e perciò non si ricandida alla conferma come direttore musicale, incarico che finora ha tenuto assieme a quello di direttore artistico, incarico solo formale, perché anche al Regio c'è ovviamente una segreteria artistica che fa il lavoro sporco, una volta che il direttore musicale ha dettato tutti gli elementi per la sua presenza in stagione.
Su Cristina Rocca- ammesso che la rete ci fornisca notizie attendibili - è quella che suscita le nostre maggiori perplessità e non perché sia donna, e la donna, come sappiamo bene, in Italia,è ancora destinataria di accuse, sospetti, mezze parole immeritate. Dove l'ha pescata? Ci racconti di lei, Noseda. Perché, anche se non abbiamo sostenuto la candidatura di Di Gennaro, potremmo sostenere quella della Rocca.
Su Kerres, invece, la rete è ricchissima di notizie. Su di Lui e la sua famiglia, un esercito di star diviso fra arte e impresa. Questo potrebbe intensificare il rapporto fra opera e vino, vista la proprietà di famiglia di un'azienda vinicola in Toscana. E non sarebbe una novità, semmai l'ennesimo frutto della globalizzazione della banalità che sempre con maggior frequenza unisce un lauto pranzo e pregiati vini ad una rappresentazione teatrale o ad un concerto. Ultimo esempio, ignobile, al San Carlo di Napoli, quest'estate. Nonostante il fragore anche giornalistico, i vertici di quel teatro sono ancora lì al loro posto, come fossero insostituibili, data la loro invidiatissima ed inimitabile competenza.
Su Cristina Rocca- ammesso che la rete ci fornisca notizie attendibili - è quella che suscita le nostre maggiori perplessità e non perché sia donna, e la donna, come sappiamo bene, in Italia,è ancora destinataria di accuse, sospetti, mezze parole immeritate. Dove l'ha pescata? Ci racconti di lei, Noseda. Perché, anche se non abbiamo sostenuto la candidatura di Di Gennaro, potremmo sostenere quella della Rocca.
Su Kerres, invece, la rete è ricchissima di notizie. Su di Lui e la sua famiglia, un esercito di star diviso fra arte e impresa. Questo potrebbe intensificare il rapporto fra opera e vino, vista la proprietà di famiglia di un'azienda vinicola in Toscana. E non sarebbe una novità, semmai l'ennesimo frutto della globalizzazione della banalità che sempre con maggior frequenza unisce un lauto pranzo e pregiati vini ad una rappresentazione teatrale o ad un concerto. Ultimo esempio, ignobile, al San Carlo di Napoli, quest'estate. Nonostante il fragore anche giornalistico, i vertici di quel teatro sono ancora lì al loro posto, come fossero insostituibili, data la loro invidiatissima ed inimitabile competenza.
mercoledì 27 agosto 2014
Vergnano,Noseda,Di Gennaro, Micheli ed anche Mazzonis. Storie senza fine dei nostri teatri lirici
Cominciamo
da Vergnano. Nonostante abbia le stesse iniziali, non fa parte della
gloriosa compagnia di Wolter Veltroni - o sì, a nostra insaputa? -
nella quale hanno militato e dalla quale sono usciti anche Walter Verini e
Von Struppen ed altri, allevati e sostenuti per semplice identità di
iniziali, fra nome e cognome, con il capo partito d'una volta, il Wolter nazionale che la sua compagnia l'ha sistemata dal primo
all'ultimo.
Vergnano
no, è stato allevato e poi sostenuto dal barone Agnello, in casa
CIDIM, da dove ha preso il volo, per volere del barone, e allo
stesso modo con cui il Wolter ha sostenuto i suoi. Le ragioni,
ciniche, delle scelte dei collaborati da parte del barone, secondo
un nostro personalissimo parere, preferiamo non metterle in piazza.
Quando lo lascia libero, Agnello gli fa fare la carriera alla quale
solo un manager di valore potrebbe aspirare. In questi giorni si va
dicendo che ha mantenuto i conti in ordine. Davvero? Se l'anno scorso
o due anni fa non fosse intervenuto il Comune di Torino- del partito amico - uno
sprofondo, impossibile da colmare, si sarebbe aperto nel patrimonio
della Fondazione. E' evidente, a seguito di ciò, che oggi egli
reclami la correttezza della gestione economica del teatro, alla
vigilia della scadenza del suo quarto o quinto mandato - superato in
durata solo da Cagli a Santa Cecilia - e nella speranza di essere
rieletto. Ancora? E che si opponga alla tournée americana del teatro
che costerebbe più di quanto farebbe incassare, e di ciò dà la
colpa a Noseda, accusandolo di non badare alla tenuta dei conti del
teatro quanto alla sua carriera, è diretta conseguenza dell'unico
merito che forse crede di poter accampare, quello di buon amministratore.
Fassino
che farà? Altra incognita. L'Orchestra del Regio torinese vuole che
Noseda resti, per la ragione che la notorietà che oggi s'è
guadagnata la deve alla presenza di Noseda, non certo a Vergnano che
potrebbe far qualunque altro mestiere. Fassino vorrebbe mettere pace fra i due, ma sembra impresa
impossibile, neppure con l'intervento miracoloso della Sindone
torinese.
E
Noseda? Noseda, del quale agli inizi della sua carriera pensavamo
tutto il grigiore possibile, perchè lo davamo sostenuto
eccessivamente da Gergiev, del quale era stato per qualche tempo
assistente, s'è rivelato invece un buon direttore, che ha fatto fare
grandi passi all'orchestra del suo teatro, conducendola in tournée
internazionali ed anche in qualche buon festival italiano, e
portandola a registrare dischi. Di lui i giornali hanno parlato
sempre piuttosto bene.
Sembra
una storia abbastanza simile a quella dell'Accademia di Santa
Cecilia, dove la presenza di un direttore come Pappano ha alzato il
livello dell' orchestra, già buono - cosa che non si poteva dire
dell'orchestra di Torino - e dove regna da secoli un sovrintendente
che certamente non è l'artefice del miracolo ceciliano, ma che certo
non può essere paragonato, con tutto il male che si possa pensare di
lui, Cagli, al sovrintendente torinese, Vergnano.
Roma
e Torino hanno di molto simile una cosa: se andasse via da Roma
Pappano, e, mutatis mutandis, Noseda da Torino, l' una e l'altra
orchestra ne avrebbero a soffrire molto.
Dunque
saggia decisione sarebbe quella di sostituire - al di là di meriti e
demeriti, solo perchè sarebbe ora, dopo tanti anni - i due
sovintendenti, lasciandovi invece i direttori. Non si pensi che
questa storia ricalchi quella della Scala. No, assolutamente; perchè
lì il dissidio che aveva opposto direttore e sovrintendente, Muti e
Fontana, oppose insanabilmente anche direttore e orchestra, dunque
impossibile da ricomporsi, anche a distanza di anni, il che spiega
come mai Muti, ad ogni accenno di invito a tornare a dirigere alla
Scala i suoi orchestrali di un tempo, faccia orecchie da mercante.
Ma
il peggio, per il Regio viene ora, a proposito dei nomi dei papabili
alla direzione artistica che hanno opposto Vergnano e Noseda. Il
quale ultimo vorrebbe Carmelo Di Gennaro, un tempo al Sole 24 Ore,
poi assistente alla direzione artistica in Portogallo, al seguito di
un direttore italiano, musicologo veneziano, e in Spagna e, infine,
Spagna per Spagna, direttore dell'Istituto culturale italiano di
Madrid. Un critico musicale, legami anche con le case discografiche (
forse per questo lo conosce Noseda; poco, no?) del giro di
Musica/Realtà ( Luigi Pestalozza) e che non è facile capire perchè
lo stimi tanto Noseda, al punto da volerlo come direttore artistico.
Lui la fama, quel po' di fama che ha, se l'è cercata e forse anche
guadagnata all'estero, dunque lontano da occhi attenti ed oggi, per
grazia di Noseda, arriva ad aspirare alla grande rentrée.
Vergnano,
che non sappiamo come possa avere competenze tecniche nella scelta di
un direttore artistico, vorrebbe Francesco Micheli, regista milanese
- al quale anche noi su Music@ demmo uno spazio per farci raccontare
l'esperienza con la Filarmonica scaligera della musica per bambini
fatta da bambini, e che ora ha fatto parlare tout le monde di sé,
per quella fesseria di aver portato a Macerata , sul palcoscenico
dello Sferisterio, più donne di quante ne circolino nella cittadina
marchigiana. Donne in scena, in orchestra, sul podio, fra le
maschere e la biglietteria, ad eccezione dello stesso Micheli che
s'è riservato una regia, benedetto fra le donne. Per un
sovrintendente come Vergnano, è il segno che il giovane regista sa
far parlare di sé , e dunque una valida ragione per chiamarlo a
lavorare a Torino. Ma sembra che non goda della stima di Noseda, il
quale si oppone alla sua nomina, voluta da Vergnano. Ma nessuno dei
due sa bene perchè volerlo o non volerlo.
E,
infine, fra i possibili candidati c'è anche Cesare Mazzonis. Ancora?
Sì proprio lui, andato in pensione a Firenze, per ragioni di età,
ha cominciato a lavorare più di prima, dappertutto, a Rovereto, già
negli anni fiorentini per un festival mozartiano (un niente per l'ex
direttore artistico della Scala e del Maggio, ma sui soldi non si
sputa!) a Bologna con Abbado, alla Filarmonica romana, ed ora alla
Orchestra Rai di Torino, e perciò già di casa.
Mazzonis
potrebbe non abbandonare l'incarico Rai - che lui tiene solo per
ragioni affettive e non per altro (avendo cominciato il suo lavoro a
fianco di Siciliani, proprio in Rai, quando vide sfumare la sua carriera di
baritono, della quale si ricorda ancora una sua presenza all'Oratorio
del Gonfalone in una 'Passione', se non andiamo errati di Telemann!)
e realizzare, senza volerlo, il sogno che va accarezzando Marino -
aquila, romana - di riunire Opera e Santa Cecilia, in un unico ente.
Che risparmio! Con la musica che va in malora!
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