venerdì 11 luglio 2014

Caracalla 2014: marcia trionfale. Fuortes le spara grosse?

Ai proclami vittoriosi siamo abituati, specie per la storia recente del Teatro dell'Opera di Roma, anche se si tratta di un'altra storia, quella di un teatro non ancora ' di Roma Capitale'. Ma noi non ci crediamo, finchè non vediamo.
 Ora c'è un lodato amministratore, Carlo Fuortes, che però  ha preso il vizio del suo predecessore - cacciato in malo modo per le molte bugie oltre che per i vistosi buchi di bilancio - a sparare cifre, come ha fatto l'altro ieri, da quanto leggiamo sui giornali, in occasione della presentazione del primo dei due titoli d'opera della stagione corrente alle Terme.
 Dunque, secondo quanto ha detto Fuortes, prima ancora che comincino le 16 recite d'opera, per gli spettacoli finora presentati, e cioè, la Carmen secondo l'Orchestra di Piazza Vittorio, le due serate del Balletto di Tokio, e le 5 recite del 'Lago dei cigni', insomma nelle otto serate a Caracalla, si sarebbe avuto un incasso di 1.651.000 Euro circa, per un totale di 36.000 spettatori - si immagina a questo punto paganti. Tutti o no? Qualche dubbio l'abbiamo, perchè non sappiamo se la cifra complessiva dell'incasso e il numero degli spettatori non comprendano anche chi ha già acquistato un biglietto per le recite d'opera.
Calcolatrice alla mano, viene fuori che in ognuna delle otto serate di spettacolo, Caracalla è stata frequentata da 4.500 spettatori, cioè a dire che ciascuna sera non c'era neanche una poltrona vuota, se è vera la notizia che la platea di Caracalla si è enormemente allargata, addirittura di altri 1400 posti che vanno ad aggiungersi ai 3000 circa precedenti. Ognuno dei 36.000 spettatori avrebbe pagato in media 45,00 Euro a posto.
 Se, continuando a far calcoli,  ipotizziamo la stessa affluenza nelle prossime 16 serate d'opera, i conti sarebbero che a Caracalla  potremmo avere altri 72.000 spettatori circa, con un ulteriore incasso di 3.240.000 Euro circa.
Alla fine della storia, i conti son questi per Caracalla 2104: 108.000 spettatori, che avrebbero portato nella casse del teatro in rosso fiamma, la bella cifra di 4.891.000.
L' anno scorso, quando l'opera non era ancora di 'Roma Capitale' gli spettatori annunciati per oltre cinquantamila dal sovrintendente pallonaro, furono invece - a detta sempre di Fuortes - 41.000, che avendo pagato una media di 45.00 Euro, avrebbero fatto entrare nelle casse del teatro 1.845.000 Euro circa. Se non ricordiamo male, calcoli alla mano, ci risultò che ogni spettacolo a Caracalla ebbe poco più di 2000 spettatori, su 3.000 posti disponibili per sera, mentre i giornali amici raccontavano di 'esauriti' ogni sera. Esauriti sì, ma per la fatica di raccontare bugie ogni sera.
 L'opera aperta di Caracalla, secondo il modello Fuortes, avrebbe portato nelle casse del teatro, da un anno all'altro, 3.000.000 di Euro circa in più.
I proclami di Fuortes, a guerra in atto, ci sembrano fatti per incoraggiare i combattenti, mentre sarebbe più ragionevole attendere la fine delle operazioni per tirare le somme.

lunedì 7 luglio 2014

Nicola Piovani bacchetta i politici: La vita è bella ma voi risolvete i problemi

Nel riferirvi a caldo della serata che abbiamo vissuto poche ore fa, nel piazzale del Policlinico Gemelli, dove il 50 della grande istituzione sanitaria e di ricerca veniva festeggiato con un indimenticabile concerto dell'orchestra nazionale del 'Sistema delle orchestre e dei cori giovanili ed infantili' in Italia, e la partecipazione di un coro di voci bianche e di un secondo, 'delle mani bianche', per il quale quando per la prima volta ne ascoltò uno simile in uno dei suoi primi viaggi in Venezuela, Claudio Abbado scoppiò letteralmente in lacrime, temiamo che a parlarne o scriverne, un pò dell'immensa emozione provata vada dispersa.
 Il concerto, al quale hanno partecipato alcune autorità, come il presidente del Senato che già aveva invitato il complesso  a Palazzo Madama per un concerto istituzionale, ma anche qualche sgallettata dei salotti romani alla quale non hanno spiegato che non  andava in spiaggia ad ascoltare musica, era stato preceduto dai discorsi di rito, fra i quali merita un buu senza limiti quello del presidente della commissione filatelica che ha letto un inutile  e penoso messaggio del sottosegretario Giacomelli che, nel presentare l'iniziativa dell'emissione del francobollo commemorativo, tesseva storia e panegirico delle Poste, in faccia alla Presidente Todini, senza  la benchè minima vergogna di dire male cose inutili e banali, e perciò inascoltabili.
 Per nostra fortuna la presentatrice della serata commemorativa ed anche di festa, Milly Carlucci, ha svolto con grande proprietà il suo ruolo. Cosa rara. Poi il concerto. Piovani sul podio; in programma musiche di Bartok, Brahms e dello stesso Piovani, naturalmente dalle sue colonne sonore. Ah, no, c'era anche Modugno con il suo ' Volare' ed una bella versione dell'Inno nazionale. In apertura di programma l'Allegro del sistema, scritto  appositamente da Piovani per il 'Sistema' italiano, e consistente in una specie di 'guida all'orchestra' di britteniana memoria,  ma molto più  breve, e su 'motivetto' dello stesso Piovani, mentre quella di Britten  era su un 'tema' di Purcell.
 Il coro 'delle mani bianche' disegnava con entusiasmo,vitalità ed insieme poesia la musica nello spazio coinvolgendo tutti in un grande abbraccio a distanza, tutti con le mani alzate e mosse in segno di saluto ed augurio.
 Il concerto è filato liscio naturalmente; la musica più gradita da un uditoriuo analfabeta, come ben sappiamo, è stata quella conosciutissima  ed anche coinvolgente, diciamo la verità, del film 'La vita è bella', già premiata con l'Oscar.
 Se vogliamo dirla tutta, una volta apprezzato il gesto di grande  generosità di Piovani, la sua presenza sul podio; non possiamo tacere che nella musica  'vera' - permetteteci la durezza - è stata davvero un disastro. Ci ha fatto venire alla mente un direttore di altri tempi, Renato Fasano, per il quale circolava fra i professori d'orchestra la parola d'ordine ' chi lo guarda è perduto!'.
Ma , alla fine, Piovani  ci ha fatto dimenticare quella sua brutta prestazione, quando ha preso il microfono ed ha detto:" il concerto di questa sera, qui nel piazzale di un ospedale, ci permette di sottolineare due fattori per i quali giudicare una nazione, la qual cosa noi facciamo soprattutto quando siamo all'estero: la sanità e la cultura". Per la cultura - che è la materia  della quale Piovani è più pratico, ha poi detto "stiamo attraversando un brutto periodo e non da oggi, quando sappiamo che esistono  problemi seri  e complessi che influiscono sul nostro vivere civile.  I politici, ai quali mi rivolgo, devono risolvere questi problemi complessi, questo è il loro compito; lascino a noi artisti  le dichiarazioni ed i proclami".
 Ammalati e personale dell'ospedale hanno assistito  dai balconi, prevalentemente, al concerto che avranno certamente gradito molto. Sul piazzale pieno di pubblico dominava quella bruttissima statua di Giovanni Paolo II, il papa santo, noto anche per avere le statue più brutte al mondo.
 Il concerto, infine, veniva ripreso e rimandato su due schermi posti in alto alle spalle di coro e orchestra. una telecamera mobile con grande braccio ed una fissa , mai che avessero ripreso quelli che stavano suonando, staccavano sempre altrove, semplicemente per incompetenza e sciatteria registica. Ecco queste cose non ci sono mai piaciute e non vorremmo farcele piacere ora.

Corsi di formazione con fondi europei: un fiume di soldi dilapidato

Una ricerca di questi ultimi giorni ha rivelato che, durante l'ultimo quinquennio, in Italia, si sono spesi ben 7 miliardi di Euro di fondi europei, per oltre 500 mila corsi di formazione, alcuni dei quali neanche censiti e che non hanno creato, almeno in Italia,  una quantità di posti di lavoro paragonabile a quella creata con gli stessi fondi, negli altri paesi dell'Unione. La solita mangiatoia; bastava avere gli occhi aperti, per accorgersi da tempo dello spreco di quei soldi. Anche in campo musicale. Per ottenerli basta mettere su una triangolazione fra nazioni che  collaborino al corso di formazione o al progetto formativo; che stilino un programma, sulla carta lodevole, e via, tanto poi nessuno andrà a controllare lo svolgimento e i risultati del progetto finanziato. Con 7 miliardi di Euro quante opere più durature, e con risultati tangibili, si sarebbero potute avviare e concludere. E, invece, no. In Italia, specie al sud, quel fiume di soldi è servito soprattutto a mantenere le clientele, a pagare picciotti di ogni genere di fratellanza, a compensare servizi, almeno fino a quando un magistrato non abbia voglia di fare qualche controllo, per scoprire e punire l'ennesima truffa, l'ennesimo spreco di denaro di tutti. Per sradicare questa mala pianta non basta che al governo ci sia uno giovane che questa mala piante intende estirparla, fino a quando non si saranno recise le radici anche quelle più profonde, la mala pianta ricrescerà, e il fiume di soldi si disperderà in mille inutili rivoli.
 Questa storia ce ne ha fatto venire in mente un'altra che noi stessi sperimentammo in passato e riscontriamo ancora oggi.
 Anni fa, molti anni fa ci candidammo alla direzione del Conservatorio dell'Aquila - ora non possiamo più farlo, perchè siamo già in pensione - e nel nostro programma,  mettemmo nero su bianco che i fondi del Conservatorio dovessero essere spesi per qualche progetto di utilità esclusiva degli allievi; mentre quasi sempre quei soldi vengono distribuiti, qualche centinaia o  migliaia di euro ciascuno agli insegnanti - una vera miseria per  arrotondare lo stipendio o da usare in periodi di saldi per gli acquisti - che se ne ricorderanno al momento della rielezione del direttore. Sapete come andò quella votazione.  Non ottenemmo che un altro voto oltre il nostro, quello di un'amica e estimatrice. Quella schiera di menti creative dei nostri illustri colleghi non si fidarono della proposta e preferirono comportarsi come i napoletani all'epoca del loro sindaco monarchico, Lauro, che li compensava, ad elezione avvenuta, con la miseria di un paio di scarpe o di una provvista di pasta e pomodoro.
 E la cosa non è che sia cambiata. Intendiamoci, formalmente, non c'è nulla di illecito, solo che quei soldi sono letteralmente buttati e non si usano per gli scopi dell'istituzione che ne è destinataria.
 Questi giorni, aprendo il sito del nostro ex Conservatorio, amatissimo ancora, abbiamo avuto modo di leggere di una sfilza di incarichi per collaborazioni, retribuiti ovviamente,  oltre settanta, per un totale di spesa di  oltre centomila Euro ( premettiamo che non abbiamo fatto il conto, ma temiamo che la somma impiegata superi i 100 mila Euro) che, ad esempio, avrebbero potuto essere impiegati per  dotare la biblioteca di  testi mancanti ma necessari per lo studio degli allievi, avrebbero potuto essere impiegati per offrire agli allievi ciò che manca nei nostri conservatori - un esempio per tutti: invitare  strumentisti  che lavorano in orchestra, per insegnare agli studenti un mestiere che nessuno insegna loro. Mentre invece sono stati spesi oltre che per compensare  una manciata di ore aggiuntive, forse inutili vista l'inutilità del risultato, o per fare manifestazioncine, o eventi - è stato creato anche un ufficio 'eventi' - perchè il 'concerto', in un istituto dove si studia musica, non sembra bastare più. Abbiamo preso ad esempio il nostro ex Conservatorio, solo perchè ci è rimasto familiare, ma a questa logica ubbidisce la maggior parte dei Conservatori italiani, nei quali leggendo della loro attività, non abbiamo ancora notato una iniziativa veramente importante per gli allievi.
Alla fine tutti contenti e soddisfatti e la direzione può sperare su una conferma. Conta un progetto formativo? Sembra di no. Che non si fa  in nome dell'istituzione!
 P.S. Sul sito del medesimo conservatorio aquilano leggiamo di un corso, masterclass, non ricordiamo più come lo chiamano,  dedicato alla musica antica, con diverse materie; solitamente il corso delle singole discipline dura due giorni ( due mezze giornate) per complessive 12 ore, salvo uno che è più lungo, ed appartiene proprio a quel genere di corsi che secondo noi non producono effetto alcuno, e dunque inutili, come molte altre cose che si fanno nei Conservatori, al semplice scopo di gettare fumo negli occhi  di molti ma non in quelli degli studenti, che capiscono perfettamente a vantaggio di chi vengono questi corsi - cosiddetti- organizzati.
Il corso è stato suggerito, voluto e ideato dal prof. Zimei, musicologo specializzato nella musica antica. Il quale è anche membro del Consiglio di Amministrazione del Conservatorio, per la categoria 'esperto'. Fatto sta che Zimei non ha partecipato a nessuna riunione del consiglio, in ogni verbale si legge sempre 'assente giustificato'. ma forse è stato sempre assente perchè non voleva si opensasse che la sua presenza era mirata al corso al quale il consiglio ha dovuto dare il via libera in una delle sue sedute. Siamo sicuri, invece, che nei giorni del corso di musica antica,  Zimei si sia finalmente materializzato in Conservatorio e  sia stato presente 24 ore su 24, anche per compensare - secondo un'altra scuola di pensiero - le numerose ore di assenza, pur giustificate, ed anche perchè più interessato al corso che al conservatorio.

Spoleto non è più quella di una volta. Ora è la Spoleto di Giorgio Ferrara

Le pecorelle tornano all'ovile. Noi pastorelli eravamo rimasti, tristi,  a guardia di un ovile ormai vuoto di pecorelle, perchè una dopo l'altra,  chi da una parte chi dall'altra, avevano preso sentieri pericolosi. Fuor di metafora stiamo parlando del Festival di Spoleto che dal 2088 è sotto la direzione, osannata da molti che hanno troppo presto dimenticato quel che era il festival inventato da Menotti - FESTIVAL di INVENZIONE ! - per buttarsi sul carro vincente di Giorgio Ferrara: i 'sentieri pericolosi' della metafora.  L'attuale reggitore del festival, per ancora qualche anno - purtroppo ! - il cui cursus honorum, oltre quello di essere marito di Adriana Asti e fratello di Giuliano -  consiste in una carriera da regista, non certo luminosissima, e nella sua direzione all'Istituto italiano di cultura a Parigi - per il quale incarico, va da sè che il fratellone non c'entra  affatto; via cattivi pensieri! - dove è riuscito a crearsi una corte di teatranti che poi ha trasferito, ampliandola ancora, a Spoleto. Sempre la stessa corte che ogni anno si ritrova a profanare lo 'spirito' di Spoleto,  fatta di registi soprattutto che  non fanno più nulla di nuovo, benchè ciò che fanno lo facciano bene,  e che non riesce a mantener vivo l'intento che aveva guidato Menotti a insediarsi moltissimi anni fa nella meravigliosa cittadina umbra. Creare una cittadella delle arti, mettere in vetrina giovani forze e nuove idee. Col tempo molti altri festival sono sorti, e , fra questi, certamente ve ne sono alcuni che  incarnano più di quello guidato da Ferrara, lo spirito di Spoleto di una volta. Ravenna, ad esempio. Anche  se pure lì c'è lo zampino troppo evidente di una famiglia, quella di Riccardo e Cristina Muti. Oggi Ferrara commissiona spettacoli, nei quali - ma di questo gli siamo grati - c'è sempre la divina Asti; distribuisce premi; gratifica amici e laudatores ecc.. insomma un festival troppo caro per quel che è ed offre, da dove la musica è poi del tutto scomparsa. Una montagna di soldi per pagare artisti carissimi, che di soldi ne hanno già abbastanza, e che nulla di interessante e nuovo ci faranno mai vedere/ascoltare, e sopratutto che  sbarreranno la strada a tutti i nuovi volti della scena italiana ed internazionale. Lì di 'Nuovo',  oltre il teatro che porta tale nome beneaugurante, non c'è  rimasto altro.
E le pecorelle dell'inizio che fine hanno fatto? Di una, in particolare, che conosciamo molto bene e da tempo, salutiamo con gioia il ritorno all'ovile dell'oggettività di giudizio. Quella pecorella, un nostro collega, ma molto molto più famoso di noi, negli anni aveva lodato senza mezze misure quel festival, dove lavora anche un direttore artistico per la musica suo amico fraterno, come aveva fatto anche con il disastrato Teatro dell'Opera di Roma, nonostante Muti, che solo lui vedeva in cima alla classifica dei migliori teatri al mondo. Naturalmente il fatto che sia il teatro che il festival abbiano rappresentato una sua pièce su Carlos Kleiber, non c'entra con il positivo parere  di un tempo sul festival e sul teatro. Perchè allora ha cambiato improvvisamente idea? Una luce abbagliante l'ha risvegliato dal torpore e gli ha insegnato nuovamente la retta via della critica. Ora quella pecorella è felicemente tornata all'ovile e dice senza mezzi termini e senza far più sconti a nessuno che Spoleto è diventato il Festival di Ferrara - ma non alla stessa maniera per cui lo era  di Menotti padre - ed un 'acuto non fa primavera'  - testualmente - sull'Opera di Roma di Fuortes, nonostante Muti. Bentornata pecorella.

domenica 6 luglio 2014

Riccardo Muti la pensa come noi

 Riccardo Muti,  all’ultimo concerto con l’Orchestra Cherubini e l’Orchestra Giovanile Italiana in memoria di Claudio Abbado, ha parlato contro  chi, nel nostro paese, con il placet della politica, scrittura orchestre straniere per esibirsi da noi a suonare la musica italiana, ignorando complessi nazionali giovanili di qualità superiore cui simili occasioni vengono negate per mero snobismo. Il riferimento al Teatro alla Scala ed alla programmata Bohème estiva della prossima stagione è chiaro. Abbacinati da una generica esterofilia, nella musica come, più in generale, in ogni settore scientifico, intellettuale, industriale etc.., ci riveliamo incapaci di tutelare il futuro del nostro paese togliendo ai giovani possibilità concrete di crescita professionale e di realizzazione, compromettendo non solo le generazioni future ma la sopravvivenza stessa della nostra identità. 
Abbiamo convinto anche  Muti su quanto andiamo dicendo e gridando da anni, senza essere mai ascoltati.

Brunello e Battiato, zitti!

In questi ultimi mesi è in atto una campagna apparentemente contro la musica, il suono, ed anche il rumore. Una campagna con molti sostenitori, fra i quali molti musicisti in prima linea. Aveva cominciato mesi fa Piovani, chiedendo che venisse per legge, se non era possibile altrimenti, eliminata la musica di sottofondo cosiddetta, invasiva. Dovevasi farla sparire ovunque, chiedeva Piovani. Anche dai programmi televisivi o radiofonici dove c'è sempre il 'sottofondo musicale'. Anche quello scritto anche da Piovani e messo lì per procuragli ore ed ore di diritti d'autore - verrebbe da chiedergli? Non sarebbe male. ma noi con l'idea di Piovani siamo perfettamente d'accordo. Quando entriamo in un ristorante e dobbiamo sorbirci anche la musica che non pagheremo nel conto,  e che non abbiamo richiesto, diciamo sempre che abbiamo un fortissimo mal di testa e che quindi sarebbe opportuno, per non peggiorarlo e costringerci a lasciare il ristorante, che quella musica venisse spenta. Non sempre il trucco ci riesce, ma almeno otteniamo il più delle volte che venga ridotto il volume.
 Che il silenzio faccia bene è lapalissiano, anche perchè permette di cogliere meglio ogni suono anche il più delicato, flebile. Ed anche, soprattutto, di riflettere. Oggi fondamentale. Chi vuole approfondire il tema può anche andare alla Libera Università di Anghiari dove si tengono corsi creativi sul silenzio. Ad una docente di tali corsi noi stessi, per la nostra amatissima Music@ (ora sostituita dalla più importante Musica+, edita dal medesimo Conservatorio aquilano), chiedemmo anni fa un 'elogio del silenzio' che ella ci scrisse con passione.
 Ora però questo silenzio sta diventando una ossessione. Oggi, con un trafiletto pungente su 'La Lettura' del 'Corriere della sera', Marco Del Corona ci dà notizia di due libri, a firma rispettivamente di Franco Battiato e Mario Brunello, due musicisti appunto, ad esso silenzio dedicati. 'Il silenzio e l'ascolto' di Battiato per Castelvecchi; 'Silenzio' di Brunello per 'Il Mulino'. Sul secondo leggemmo tempo fa una intervista all'autore uscita sul 'Venerdì' di 'Repubblica', non ci capimmo molto e rinunciammo ad acquistarlo, non ritenendolo che un inutile spreco di parole senza senso. Marco Del Corona termina sarcasticamente il suo trafiletto: "Da chi sa far musica piacerebbe sentir musica, non parole, anche se sul silenzio". Perciò fate silenzio.

Nella Roma degli organi, c'è anche la meraviglia di un grande auditorium senza organo

Fabio Isman sul 'Messaggero', riprendendo una catalogazione effettuata anni fa e pubblicata dall'editore fiorentino Olschki, ricorda che la Roma dei Papi è una città che può vantare a tutt'oggi ben seicento organi,  meravigliose macchine per musica, gran parte dei quali antichi ed a canne, disseminati nelle sue basiliche e chiese. In quel censimento  forse mancano gli organi, meravigliosi, 'positivi' ed addirittura 'portativi', del Museo degli strumenti musicali. Isman non lo dice, e del resto aggiungere una decina circa di unità a quel catalogo non cambia di molto il panorama. In compenso ci dà notizie su alcuni di essi. Ad esempio ricorda che il più antico ancora attivo è quello di San Giovanni in Laterano dell'organaro perugino Luca Biagi (secondo l'ultima trascrizione del suo cognome che un tempo si riteneva fosse Blasi) è degli ultimi anni del Cinquecento (1598) e forse ebbe il suo battesimo ufficiale nel corso dell'Anno santo 1600, quando si ebbe anche, sempre a Roma, alla Chiesa Nuova, l'esecuzione del meraviglioso oratorio (opera spirituale?) 'Rappresentazione di anima e di corpo' di Emilio de' Cavalieri.  Di quel meraviglioso strumento, sul quale nei secoli ci sono stati altri interventi che però non  hanno cancellato il primitivo, suonò anche  Haendel, come ci ricordano le cronache, perchè veniva considerato per la bellezza del suono e la sua grandiosità una sorta di 'ottava' meraviglia del mondo. Ci racconta ancora Isman che a Roma, ma non in una chiesa, bensì nei bei giardini del Quirinale, c'è  ancora un organo 'idraulico', perfettamente funzionante da quel che se ne sa, anch'esso opera di Luca Biagi, perugino.
 Insomma ce ne sono se solo si volessero suonare durante il culto ed anche al di fuori per concerti spirituali, sfruttando l'immensa letteratura che vanta i nomi di Bach e Frescobaldi, tanto per citare due organisti e compositori per organo, uno romano di adozione e l'altro universale.
 Forse questo immenso patrimonio se è stato a tutt'oggi  conservato, più o meno bene, si deve anche all'Associazione Musicale Romana, fondata da Annamaria Romagnoli, che aveva al suo interno un gruppo di volenterosi  amanti dell'organo, ma anche studiosi ed organisti, riuniti  sotto l'etichetta 'Amici dell'Organo' che a Roma organizzavano festival e si prodigavano per il restauro e la conservazione di strumenti storici. Qualche volta in tempi più lontani prendendo con quattro soldi strumenti che poi restauravano e tenevano nei propri salotti, comunque salvandoli da sicura rovina.
 Anche la chiusa del pezzo di Isman ci interessa. Dice il giornalista che proprio la Roma che vanta questo enorme numero di strumenti storici, non ha creduto di mettere nel suo nuovo auditorium, nella sala grande, uno strumento  a canne sul quale eseguire l'immensa letteratura organistica di ogni tempo. Isman non aggiunge altro.
Lo facciamo noi, ricordando che Renzo Piano aveva previsto una  modifica nella sala 'Santa Cecilia' per la messa in loco dell'organo , ma che fu il grande compositore Luciano Berio a non volerlo, con la giustificazione che l'organo è uno strumento da chiesa e che non serve in un Auditorium. Solo per ubbidienza al motto latino 'parce sepulto' non diciamo quel che pensiamo , anche a questo proposito, di lui.