«Gesù è ebreo e lo è per sempre». Ma soprattutto, sessant’anni dopo Nostra aetate, la Chiesa compie un ulteriore passo: la religiosità degli ebrei di oggi, e non soltanto l’ebraismo biblico dal quale è nato il cristianesimo, conserva un valore teologico per i cristiani.
È probabilmente questo il passaggio più innovativo del nuovo documento pubblicato dal Dicastero per la Dottrina della Fede nel sessantesimo anniversario della dichiarazione conciliare che cambiò radicalmente i rapporti tra cattolici ed ebrei. Un testo che arriva in una delle fasi più difficili del dialogo ebraico-cristiano degli ultimi decenni, pesantemente condizionato dalla guerra a Gaza e dalle opposte letture del conflitto mediorientale, mentre in molte parti del mondo sono tornati a moltiplicarsi episodi di antisemitismo. Attacchi alle sinagoghe, cimiteri ebraici profanati, scritte antisemite, aggressioni e discriminazioni hanno accompagnato questi anni di fortissima tensione. Lo stesso documento riconosce senza infingimenti che i conflitti divampati in Medio Oriente hanno lasciato il segno anche nei rapporti tra cristiani ed ebrei e che «molti ponti di comunicazione hanno vacillato», pur sostenendo che i pilastri costruiti in sessant’anni di dialogo siano rimasti saldi.
È dentro questo scenario che Leone XIV rilancia Nostra aetate e torna alla domanda di fondo: come coniugare la fedeltà alla propria identità religiosa con l’apertura all’altro? E come continuare a parlare di fratellanza universale in società attraversate dalla guerra, dalla violenza, dalle chiusure identitarie e dalla secolarizzazione?
Per rispondere, il documento torna innanzitutto all'origine di quella svolta. Nostra aetate, promulgata il 28 ottobre 1965, nacque inizialmente non come documento generale sulle religioni, ma come risposta alla tragedia dell’antisemitismo culminata nella Shoah. Fu Giovanni XXIII, dopo il celebre incontro con lo storico ebreo Jules Isaac, reso possibile dalla mediazione di Maria Vingiani, ad affidare al cardinale Augustin Bea - un vero gigante teologico - il compito di elaborare un testo capace di risanare il rapporto tra la Chiesa e il popolo ebraico. Da quel nucleo iniziale sarebbe poi nata una dichiarazione molto più ampia, destinata a diventare uno dei cardini del dialogo della Chiesa con le religioni non cristiane.
Il punto di partenza resta inequivocabile: il cristianesimo non può essere compreso separandolo dall'ebraismo. Agli israeliti, ricorda il documento citando san Paolo, «appartengono i patriarchi» e da loro Cristo proviene «secondo la carne». Dal popolo ebraico sono nati gli apostoli e i primi discepoli che hanno annunciato il Vangelo. Da qui la formula ripresa dalla Commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo: «Gesù è ebreo e lo è per sempre». La sua appartenenza al popolo d'Israele non costituisce cioè un semplice dato biografico o storico, ma entra nella comprensione cristiana dell'Incarnazione. L'eredità ebraica portata da Gesù «forma parte della struttura teologica del cristianesimo stesso».
Ma il nuovo documento va oltre. Ed è qui che emerge il passaggio forse più significativo. Non è soltanto l'Israele biblico ad avere rilevanza per la Chiesa. Anche l'ebraismo sviluppatosi nei secoli, e dunque l'ebraismo rabbinico e contemporaneo, entra nell'orizzonte teologico cristiano. Il testo afferma infatti che «la religiosità degli attuali ebrei – e non solo quella legata al Primo Testamento – è rilevante per i cristiani» e riprende Francesco per ricordare che «Dio continua a operare nel popolo dell'Antica Alleanza».
La conseguenza è notevole: la religiosità ebraica viene definita «un effetto della Parola rivelata», ancora «viva ed efficace», e per questo un «valore attuale e dinamico» capace persino di arricchire la fede cristiana. Il dialogo con l'ebraismo, dunque, non serve semplicemente a conoscere meglio l'altro né si esaurisce nella diplomazia religiosa. Serve al cristiano anche per comprendere più profondamente la propria identità.
Il secondo grande nodo riguarda l'Alleanza. Il documento ribadisce senza esitazioni che «l'alleanza di Dio con il popolo ebraico è irrevocabile». Un'affermazione già consolidata nel magistero, ma della quale vengono tratte con particolare nettezza le conseguenze teologiche. L'Alleanza non appartiene a una fase superata della storia della salvezza e non può essere ridotta a una memoria del passato: conserva un significato presente.
Resta però aperta la questione più delicata: se l'Alleanza con Israele rimane irrevocabile, significa che esistono due strade parallele verso la salvezza, una cristiana e una ebraica? La risposta del documento è negativa. La Chiesa continua ad affermare Cristo come unico redentore e non accoglie la teoria delle «due vie» autonome di salvezza.
È precisamente su questo crinale che il testo cerca un equilibrio: da una parte supera ogni interpretazione secondo cui Israele avrebbe esaurito la propria funzione con la nascita della Chiesa; dall'altra non modifica la centralità cristologica della dottrina cattolica. L'Alleanza con il popolo ebraico resta irrevocabile e teologicamente significativa, mentre Cristo resta, per la fede cristiana, l'unico redentore. Ne deriva una relazione che il documento considera unica rispetto a quella con tutte le altre religioni. Cristiani ed ebrei, afferma il testo riprendendo Leone XIV, «non possono fare a meno gli uni degli altri» e sono chiamati a percorrere insieme il cammino «sino alla fine del tempo terreno».
Una formula che sposta definitivamente il dialogo dal terreno della semplice cortesia interreligiosa a quello dell'identità. Per la Chiesa il rapporto con l'ebraismo non è accessorio, diplomatico o contingente. È interno alla domanda su se stessa, sulle proprie origini e sulla propria fede. Il Vaticano sceglie dunque di rilanciarlo mentre il conflitto mediorientale ha fatto vacillare molti dei ponti costruiti negli ultimi sessant'anni: le divergenze politiche possono diventare radicali, il dialogo può attraversare crisi profonde, ma il legame teologico tra cristianesimo ed ebraismo non dipende dalle congiunture geopolitiche. Perché, prima ancora di ogni altra considerazione, «Gesù è ebreo e lo è per sempre».
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