L'INPS di Boeri ha reso noto un dato abbastanza curioso ma anche inquietante e cioè che i sindacalisti, specie quelli del pubblico impiego, che altro non sono che dipendenti pubblici distaccati al sindacato, sono fra quelli che, andando in pensione, percepiscono pensioni molto più alte dei dipendenti pubblici alle cui categorie appartenevano prima di avere il permesso sindacale.
Finora si conoscevano casi di malcostume, come quello del 'buffalo bill' della CISL, Bonanni, che percepisce, da poco pensionato, una pensione vicinissima al massimo consentito dalla legge per i lavoratori in attività, e cioè 240.000 Euro. Insomma il 'buffalo bill' in salsa sindacale, prende ogni mese 20.000 Euro circa lordi, in difesa dei lavoratori in attività e pensionati , ai quali tutti dà l'esempio di dove si può arrivare, anche non facendo moltissimo, come del resto è accaduto a lui.
I diretti interessati si sono così giustificati - quando la pezza è peggiore del buco - noi, abbandonando i nostri posti di lavoro e dedicandoci al sindacato, RINUNCIAMO alla carriera economica che avremmo senza dubbio avuto. Dal che si deduce che i sindacalisti sono a digiuno di ciò che accade ai dipendenti pubblici in merito alla loro carriera economica. Noi che dipendenti pubblici della scuola siamo stati per quarant'anni, possiamo attestare che da quando è venuto l'Euro negli ultimi quindici anni di sevizio, abbiamo avuto sempre il medesimo stipendio, il che dimostra a quale carriera e progressione economica i poveri sindacalisti abbiano dovuto rinunciare, dedicandosi a rincuorare, ben pagati, i poveri lavoratori.
La ministra Giannini - che con la Gelmini fa rima e non solo la rima - i professori che vengono a giorni immessi in ruolo, ma solo se prendono armi e bagagli e si trasferiscono a 4-500 km. di distanza - li invita a non esser lagnosi. Si trasferiscano, che sarà mai, in cambio avranno il il 'posto stabile'. Certo ha ragione la Giannini, però ha mai pensato che se ora riescono a tirare avanti lavorando, da precari, e dove magari lavora anche il/la loro/a compagno/a, se ne hanno uno/a, e dove hanno una casa che hanno appena acquistato con mutuo, e magari hanno anche un/a figlio/a, se si trasferissero sarebbero costretti alla fame, con uno stipendio di 1.300,00 Euro? No, la Giannini non si è posta questo problema, quando ha affidato ad un computer intelligentissimo come Lei, ma come Lei assolutamente fuori dalla realtà, come fanno questi poveri cristi a trasferirsi, in taluni casi, se due, sbattuti in due diverse sedi, distantissime l'una dall'altra? E per di più dovendo decidere in una settimana circa, giacchè i loro desiderata espressi nella domanda di stabilizzazione, il computer non ha preso in considerazione?
Qualcuno, più avveduto della ministra, ha avanzato l'ipotesi, già valida in altri settori ( militari, ad esempio) di dare ai dannati dei trasferimenti una indennità per una prima immediata sistemazione.
Comunque sono tantissimi e non da oggi, i professori, nei vari ordini di scuola, che viaggiano, fra questi gli insegnanti di Conservatorio che, nella stragrande maggioranza, insegnano in Conservatori lontani dal loro domicilio. Solo perchè tutti gli intelligentissimi ministri ed i cervelli elettronici con loro, non si sono mai proposti di rivedere gli incarichi e far sì che, con un movimento complessivo, si avvicinassero le sedi di lavoro a quelle di domicilio. Troppo poco intelligente per gli intelligentissimi ministri. Ve la immaginate quel genio della Gelmini alle prese con queste cosucce? e non è che la Giannini sia da meno. L'unico vantaggio dei professori di Conservatorio, rispetto a tutti gli altri, è che il loro orario di servizio viene solitamente espletato di due giornate, il che permette loro di tornare a casa. Senza contare quanto questo trasferimento settimanale viene loro a costare. (L'avevano capito anche i miei figli quando mi chiedevano se lo Stato mi pagava il viaggio e una notte di permanenza nella città, dove noi, abitando a Roma, insegnavamo, e cioè L'Aquila. Poveri ragazzi innocenti)
Alla fin fine il secondo o terzo lavoro che abbiamo sempre svolto, quello del giornalista, serviva a anche a pagare i trasferimenti settimanali, che noi non abbiamo mai saltato, in quarant'anni, salvo qualche rarissimo caso di forza maggiore, che può toccare anche i più ligi e virtuosi, come noi ci vantavano di essere, nel comportamento di dipendente pubblico, a contatto con i giovani.
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domenica 6 settembre 2015
martedì 14 ottobre 2014
Il TAR del Lazio aveva un figlio. Il TAR della Liguria, invece, no. Sul caso dell'alluvione a Genova
Le notizie che ci giungono questi giorni da Genova, per la seconda volta nel giro di tre anni invasa dalle acque, riportano in primo piano il ruolo dei tribunali amministrativi regionali, conosciuti come TAR, ma la stessa cosa vale anche per il Consiglio di Stato, ai quali ci si può rivolgere in tutte le occasioni in cui è in discussione un atto amministrativo - come ad esempio l'attribuzione di un appalto, a seguito di gara pubblica, qualora si ravvisi, non importa di quale genere od entità, una qualche irregolarità di carattere amministrativo. Ciò garantisce un cittadino o un'impresa che si ritenga ingiustamente escluso - e bene fa - ma nello stesso tempo, talvolta, crea più danni di quanti la sua esistenza vorrebbe e dovrebbe evitare.
Come appunto nel caso di Genova, dove, a seguito dell'alluvione del 2011, furono stanziati una trentina di milioni per effettuare quei lavori che da molti anni si sa quali sono e che non sono stati effettuati appunto per un ricorso al TAR della ditta esclusa dall'appalto.
Al TAR evidentemente è importato meno che, per difendere gli interessi economici di un'azienda, ha fatto abbattere su una intera città un'alluvione che l'ha letteralmente sommersa, come puntualmente è accaduto questi giorni, nonostante che i fondi siano stati stanziati e siano materialmente disponibili per i lavori dal 2011.
Sembra che ora nella prossima legge di stabilità il governo sia intenzionato a disporre che se dei lavori sono urgenti, e hanno a che fare con la incolumità della comunità, come tutti quelli che riguardano l'enorme dissesto idrogeologico delle nostre contrade, si potrà procedere anche in presenza di un ricorso al tribunale amministrativo, salvo poi a risarcire con un indennizzo la ditta esclusa, qualora le sue ragioni venissero accolte.
Il TAR non ha avuto colpe? Tante volte alcune sue sentenze hanno lasciato tutti a bocca aperta, salvo poi ad essere capovolte in un grado di giudizio diverso e successivo, al punto che l'eliminazione di tali tribunali, che hanno ingolfato ancora di più la nostra giustizia, è vista da alcuni con grande interesse.
Il caso tragico di Genova ci ha fatto venire alla mente un curioso episodio che ci occorse anni fa, quando insegnavamo in Conservatorio. Più d'una decina di anni fa, per gli esami da privatista si presentò un ragazzo accompagnato dal padre. Il quale padre aveva preventivamente telefonato, credo anche a noi, per dirci che lui era un alto, altissimo dirigente del TAR del Lazio e che si metteva a nostra disposizione nel caso avessimo avuto necessità di rivolgerci al tribunale amministrativo. Non non ne avevamo bisogno e quand'anche ne avessimo avuto, non ci saremmo mai rivolti né a lui e a nessun altro per godere di qualche scorciatoia o favoritismo. Capimmo, naturalmente, la sottile ingerenza e pressione che si voleva fare con quella presentazione.
Il ragazzo andò male all'esame. Il padre appena ne ebbe notizia minacciò un ricorso al 'suo' tribunale. Ora, non ricordiamo più, perchè sono passati molti anni, come finì la storia, né come andò l'esame ripetuto nella sessione autunnale. Fatto sta che quella pressione voleva intimorire i componenti della commissione la quale fece sapere al 'figlio' del TAR e di conseguenza a suo padre, altissimo dirigente del tribunale laziale, che, qualora avesse ravvisato qualche irregolarità nello svolgimento dell'esame od una valutazione non corrispondente all'esame medesimo, poteva far ricorso. E la commissione ripetere l'esame qualora il ricorso fosse stato accolto.
Quando pensiamo a quel padre che avrebbe potuto non far valere con tempestività la sua alta carica all'interno del TAR laziale e contemporaneamente ai giudici del TAR ligure che non hanno dato corso immediato alla sentenza del ricorso che avrebbe potuto far fare i lavori a Genova, beh, un pò di rabbia ci prende, perché la lentezza del tribunale ligure, che doveva giudicare su un interesse collettivo non fa il paio con la sollecitudine mostrata da quel padre che invece voleva approfittarne per interesse privato.
Come appunto nel caso di Genova, dove, a seguito dell'alluvione del 2011, furono stanziati una trentina di milioni per effettuare quei lavori che da molti anni si sa quali sono e che non sono stati effettuati appunto per un ricorso al TAR della ditta esclusa dall'appalto.
Al TAR evidentemente è importato meno che, per difendere gli interessi economici di un'azienda, ha fatto abbattere su una intera città un'alluvione che l'ha letteralmente sommersa, come puntualmente è accaduto questi giorni, nonostante che i fondi siano stati stanziati e siano materialmente disponibili per i lavori dal 2011.
Sembra che ora nella prossima legge di stabilità il governo sia intenzionato a disporre che se dei lavori sono urgenti, e hanno a che fare con la incolumità della comunità, come tutti quelli che riguardano l'enorme dissesto idrogeologico delle nostre contrade, si potrà procedere anche in presenza di un ricorso al tribunale amministrativo, salvo poi a risarcire con un indennizzo la ditta esclusa, qualora le sue ragioni venissero accolte.
Il TAR non ha avuto colpe? Tante volte alcune sue sentenze hanno lasciato tutti a bocca aperta, salvo poi ad essere capovolte in un grado di giudizio diverso e successivo, al punto che l'eliminazione di tali tribunali, che hanno ingolfato ancora di più la nostra giustizia, è vista da alcuni con grande interesse.
Il caso tragico di Genova ci ha fatto venire alla mente un curioso episodio che ci occorse anni fa, quando insegnavamo in Conservatorio. Più d'una decina di anni fa, per gli esami da privatista si presentò un ragazzo accompagnato dal padre. Il quale padre aveva preventivamente telefonato, credo anche a noi, per dirci che lui era un alto, altissimo dirigente del TAR del Lazio e che si metteva a nostra disposizione nel caso avessimo avuto necessità di rivolgerci al tribunale amministrativo. Non non ne avevamo bisogno e quand'anche ne avessimo avuto, non ci saremmo mai rivolti né a lui e a nessun altro per godere di qualche scorciatoia o favoritismo. Capimmo, naturalmente, la sottile ingerenza e pressione che si voleva fare con quella presentazione.
Il ragazzo andò male all'esame. Il padre appena ne ebbe notizia minacciò un ricorso al 'suo' tribunale. Ora, non ricordiamo più, perchè sono passati molti anni, come finì la storia, né come andò l'esame ripetuto nella sessione autunnale. Fatto sta che quella pressione voleva intimorire i componenti della commissione la quale fece sapere al 'figlio' del TAR e di conseguenza a suo padre, altissimo dirigente del tribunale laziale, che, qualora avesse ravvisato qualche irregolarità nello svolgimento dell'esame od una valutazione non corrispondente all'esame medesimo, poteva far ricorso. E la commissione ripetere l'esame qualora il ricorso fosse stato accolto.
Quando pensiamo a quel padre che avrebbe potuto non far valere con tempestività la sua alta carica all'interno del TAR laziale e contemporaneamente ai giudici del TAR ligure che non hanno dato corso immediato alla sentenza del ricorso che avrebbe potuto far fare i lavori a Genova, beh, un pò di rabbia ci prende, perché la lentezza del tribunale ligure, che doveva giudicare su un interesse collettivo non fa il paio con la sollecitudine mostrata da quel padre che invece voleva approfittarne per interesse privato.
mercoledì 30 aprile 2014
'Sei come sei' della Mazzucco, pietra dello scandalo
Il caso fatto esplodere, con chissà quali fini secondi, a Roma, dopo mesi dall'accaduto, suscita perplessità, anzi inquietudine. Gli allievi delle ginnasio del Liceo Giulio Cesare, età:15-16 anni, avrebbero letto il romanzo ( Sei come sei) della nota scrittrice Melania Mazzucco, con il preciso scopo di riflettere sul tema del rispetto della diversità e della convivenza civile. La diversità nel romanzo è rappresentata dalla omosessualità. Un ragazza, figlia di una coppia omosessuale, scopre alla morte del suo genitore naturale il tema della sessualità, meglio della omosessualità. Apriti cielo. quattro facinorosi srotolano davanti al liceo uno striscione sul quale c'è scritto, a caratteri cubitali 'Maschi selvatici non checche isteriche'; e contemporaneamente alcune associazioni che hanno per scopo la difesa della scuola e dei diritti dei ragazzi- così sostengono - presentano denuncia in tribunale contro gli insegnanti che si sarebbero resi colpevoli di tale delitto. Insomma si tratta della stessa omosessualità di cui negli ultimi mesi tanto hanno scritto i giornali, a seguito di numerosi suicidi di ragazzi giovanissimi ( della stessa età degli studenti che hanno letto il romanzo della Mazzucco) perchè non accettati o ridicolizzati per la loro omosessualità oppure no? A detta di questi genitori associati l'argomento non era da trattare in classe, che è poi ciò che pensavano quei quattro balordi che hanno mostrato quello striscione, per il quale meriterebbero di essere loro censurati.
Ovviamente il caso 'Giulio Cesare' pone il più vasto problema del ruolo dell scuola nella società e della responsabilità degli insegnanti, segnalando una deriva pericolosa nella quale si vuole ricacciare la scuola da parte di chi vorrebbe renderla del tutto estranea alla società, salvo poi accusarla di non educare i propri figli da parte delle stesse famiglie che, di fatto, non sono in grado di accudire e formare da soli i ragazzi e che, di conseguenza, affidano questo compito delicato alla scuola. Si ha paura della riflessione su temi scottanti, anzi drammatici, e poi si dice, quando si presentano i tragici casi dei suicidi di ragazzi, che la scuola non sa educare, e non educa di fatto quando tace su argomenti di pressante attualità. La lettura, la riflessione non deve mai scandalizzare, perchè aiuta a crescere.
Mutatis mutandis - scusate il latinorum che discende dai nostri moltissimi anni di insegnamento - io stesso ho denunciato, scrivendo anche al ministro Carrozza, un gravissimo episodio di censura e di disprezzo della cultura di cui si è reso responsabile l'attuale direttore del Conservatorio Casella dell'Aquila, quando ha assunto la decisione di vietare la pubblicazione dell'ultimo numero di una rivista (Music@) affidata per anni alla mia direzione, dopo averne prima autorizzata la stampa, con ragioni ridicole ed offensive della intelligenza e che avrebbero meritato censure ministeriali che ovviamente non ci sono state, avendo il ministero sottovalutato la gravità di quel gesto. Non si parlava di omosessualità nella mia rivista, ovviamente, bensì di musica; ma questo non conta. Il gesto è comunque gravissimo, alla stregua di quello di vietare ad un insegnante, che registra in classe il peso di gesti drammatici a causa della omosessualità, di discutere di tale argomento.
La responsabilità che quegli insegnanti si sono assunti facendo riflettere gli allievi su tali argomenti fa venire in mente il tema più generale del ruolo anche sociale al quale sarebbero chiamati gli insegnanti, i quali, poi, vengono bistrattati con ogni mezzo ed in ogni occasione.
Ovviamente il caso 'Giulio Cesare' pone il più vasto problema del ruolo dell scuola nella società e della responsabilità degli insegnanti, segnalando una deriva pericolosa nella quale si vuole ricacciare la scuola da parte di chi vorrebbe renderla del tutto estranea alla società, salvo poi accusarla di non educare i propri figli da parte delle stesse famiglie che, di fatto, non sono in grado di accudire e formare da soli i ragazzi e che, di conseguenza, affidano questo compito delicato alla scuola. Si ha paura della riflessione su temi scottanti, anzi drammatici, e poi si dice, quando si presentano i tragici casi dei suicidi di ragazzi, che la scuola non sa educare, e non educa di fatto quando tace su argomenti di pressante attualità. La lettura, la riflessione non deve mai scandalizzare, perchè aiuta a crescere.
Mutatis mutandis - scusate il latinorum che discende dai nostri moltissimi anni di insegnamento - io stesso ho denunciato, scrivendo anche al ministro Carrozza, un gravissimo episodio di censura e di disprezzo della cultura di cui si è reso responsabile l'attuale direttore del Conservatorio Casella dell'Aquila, quando ha assunto la decisione di vietare la pubblicazione dell'ultimo numero di una rivista (Music@) affidata per anni alla mia direzione, dopo averne prima autorizzata la stampa, con ragioni ridicole ed offensive della intelligenza e che avrebbero meritato censure ministeriali che ovviamente non ci sono state, avendo il ministero sottovalutato la gravità di quel gesto. Non si parlava di omosessualità nella mia rivista, ovviamente, bensì di musica; ma questo non conta. Il gesto è comunque gravissimo, alla stregua di quello di vietare ad un insegnante, che registra in classe il peso di gesti drammatici a causa della omosessualità, di discutere di tale argomento.
La responsabilità che quegli insegnanti si sono assunti facendo riflettere gli allievi su tali argomenti fa venire in mente il tema più generale del ruolo anche sociale al quale sarebbero chiamati gli insegnanti, i quali, poi, vengono bistrattati con ogni mezzo ed in ogni occasione.
lunedì 27 gennaio 2014
Anche la guardia di finanza denuncia, mentre il governo fa orecchie da mercante
Un problema che ci sta particolarmante a cuore per il quale una possibile soluzione non si intravede neanche in fondo al tunnel delle cose irrisolte italiane, è quello del doppio o triplo impiego di pubblici dipendenti - del caso Mastrapasqua non non serve occuparci, lui è al di là di ogni immaginazione, sovroccupato! - nel nostro caso di insegnanti nei Conservatori, classe alla quale fino a due mesi fa appartenevamo anche noi, che svolgono parallelamente attività di direzione artistica o amministrativa di società ed istituzione private, finanziate anche con soldi pubblici.
La Guardia di Finanza ha denunciato, nel suo rapporto annuale, oltre mille casi di dipendenti pubblici, ad ogni livello, impegnati - contra legem - in incarichi fuori della pubblica amministrazione, per i quali naturalmente ricevono compensi, con grave danno per lo Stato.
Nel numero di novembre di Music@ ( si consulta su :www.consaq.it) avevamo già sottoposto all'attenzione dei lettori il caso di numerosi insegnanti di conservatorio italiani che svolgono anche altre mansioni. E l'avevamo fatto perché nel caso particolare di un insegnante del Conservatorio dell'Aquila, il tribunale aveva sentenziato che tale secondo incarico era incompatibile e perciò lo ha condannato a restituire allo Stato i compensi 'privati' ricevuti. Anche in quel caso la Guardia di Finanza aveva detto che l'incarico di direttore artistico in un teatro abruzzese era incompatibile con quello di insegnante nel Conservatorio aquilano, il quale ha iscritto nella sua relazione di previsione del bilancio 2014 le somme da restituire da parte del dipendente illegalmente impiegato fuori dal Conservatorio, come stabilito da tribunale e guardia di finanza.
Forti di queste sentenze, alla fine di ottobre, prima di decadere dal nostro incarico di dipendente pubblico, avevamo scritto alla direzione del Conservatorio dell'Aquila per investirla del caso di alcuni insegnanti aquilani impegnati in incarichi non consentiti dalla legge. Non sappiamo quale esito abbia avuto quella nostra lettera ufficiale protocollata. Fino ad oggi i direttori del conservatori come anche il ministero hanno fatto finta di non sapere, oggi possono continuare in questa logica da struzzo, sapendo che la legge impone loro di sapere, anche informandosi direttamente in assenza di sollecitazione diretta, di vigilare e di intervenire secondo la disciplina che regola lo status giuridico di dipendente pubblico?
Ora invieremo analoga richiesta al ministro Carrozza ed al Capo dipartimeno AFAM, sperando di non trovarli ancora una volta distratti perchè impegnati nello studio di altre faccende meno rognose.
La Guardia di Finanza ha denunciato, nel suo rapporto annuale, oltre mille casi di dipendenti pubblici, ad ogni livello, impegnati - contra legem - in incarichi fuori della pubblica amministrazione, per i quali naturalmente ricevono compensi, con grave danno per lo Stato.
Nel numero di novembre di Music@ ( si consulta su :www.consaq.it) avevamo già sottoposto all'attenzione dei lettori il caso di numerosi insegnanti di conservatorio italiani che svolgono anche altre mansioni. E l'avevamo fatto perché nel caso particolare di un insegnante del Conservatorio dell'Aquila, il tribunale aveva sentenziato che tale secondo incarico era incompatibile e perciò lo ha condannato a restituire allo Stato i compensi 'privati' ricevuti. Anche in quel caso la Guardia di Finanza aveva detto che l'incarico di direttore artistico in un teatro abruzzese era incompatibile con quello di insegnante nel Conservatorio aquilano, il quale ha iscritto nella sua relazione di previsione del bilancio 2014 le somme da restituire da parte del dipendente illegalmente impiegato fuori dal Conservatorio, come stabilito da tribunale e guardia di finanza.
Forti di queste sentenze, alla fine di ottobre, prima di decadere dal nostro incarico di dipendente pubblico, avevamo scritto alla direzione del Conservatorio dell'Aquila per investirla del caso di alcuni insegnanti aquilani impegnati in incarichi non consentiti dalla legge. Non sappiamo quale esito abbia avuto quella nostra lettera ufficiale protocollata. Fino ad oggi i direttori del conservatori come anche il ministero hanno fatto finta di non sapere, oggi possono continuare in questa logica da struzzo, sapendo che la legge impone loro di sapere, anche informandosi direttamente in assenza di sollecitazione diretta, di vigilare e di intervenire secondo la disciplina che regola lo status giuridico di dipendente pubblico?
Ora invieremo analoga richiesta al ministro Carrozza ed al Capo dipartimeno AFAM, sperando di non trovarli ancora una volta distratti perchè impegnati nello studio di altre faccende meno rognose.
domenica 23 giugno 2013
L'Aquila capitale europea della cultura per il 2019
Quando, nell'annus horribilis del terremoto, fu
ufficializzata la candidatura dell'Aquila a 'capitale europea della cultura'
per il 2019, sull'onda della commozione e solidarietà generali, tale
candidatura trovò subito sponsor e sostenitori, anche fuori delle istituzioni
del capoluogo abruzzese, taluni autorevoli e super partes. Fra i primi Gianni
Letta e lo stesso Governo Berlusconi. Alla candidatura della città messa in
ginocchio dal terremoto, altre se ne sono aggiunte negli ultimi mesi: Venezia,
Palermo, Matera fra le altre. Ora è venuto il tempo della decisione. L'Italia
deve comunicare all'Europa la candidata ufficiale per il 2019, che dev'essere
L'Aquila. E tale decisione, sarebbe auspicabile che avesse il consenso di tutte
le altre città candidate - tutte degne, manco a dirlo! - pronte a fare un passo
indietro a favore della consorella abruzzese. Le ragioni di tale scelta sono
infinite: dalla storia della città alla sua singolare conformazione
architettonica, dagli straordinari monumenti, palazzi, chiese, piazze, fontane,
alla sua vivace vita culturale che la rende quasi unica in Italia; fosse solo
per questo, L'Aquila non sarebbe diversa dalle altre città candidate che
vantano storia, monumenti, palazzi, chiese altrettanto importanti.
L'Aquila, però, a differenza delle altre, ha una ragione in
più che tutte le altre sorpassa ed azzera, e che ha a che fare con la sua
tragica storia recente. Non si invoca compassione per una città duramente
provata, senza sua colpa. Ma alto senso civile.Vista oggi, nonostante gli sforzi sovrumani dei suoi abitanti e delle migliaia di giovani aquilani 'adottivi' che frequentano le numerose istituzioni formative (Università, Conservatorio, Accademia di Belle Arti, Accademia dell'Immagine), L'Aquila è una città desolata. C'è voglia di dimenticare e ricominciare, ma come si fa avendo davanti agli occhi una città desolata? Una città con uno dei centri storici più grandi e importanti al mondo, ancora impacchettata e vietata agli stessi cittadini, la cui vista fa venire i brividi, procura una stretta al cuore, ogni volta che, percorrendo quelle poche vie aperte del centro, capita di gettare l'occhio in strade e vicoli battuti ormai solo dal vento. Ora la città storica è un immenso cantiere; sono partiti alcuni lavori di consolidamento e ristrutturazione; altri ancora stanno per cominciare, e per altri, infine, si attende una decisione sul da farsi, che, però, tarda a venire. Ciò vuol dire che senza una accelerazione immediata, L'Aquila rischia di restare un immenso rudere per anni, forse decenni, negando la sua austera bellezza agli occhi di tutti e azzerando ogni speranza di futuro, per colpa di diatribe, fazioni, rallentamento del flusso dei finanziamenti promessi ma dati a piccole dosi.
L'Aquila deve essere proclamata 'capitale europea della cultura' per il 2019, per prospettare a tutti un suo futuro prossimo. Mancano otto anni pieni all'appuntamento, tremila giorni circa, che non sono tanti ma neppure pochi, se si mette l'acceleratore e si ha chiaro il traguardo. L'Aquila per il 2019 può, per buona parte, tornare ad essere 'com'era e dov'era'. E lo Stato non può tirarsi indietro quando viene chiamato ad assumere una decisione che a che fare con il futuro di una città, sulla quale sono puntati gli occhi del mondo. Lo Stato, ed il Governo per esso, devono assumersi tale responsabilità facendo affluire, in funzione di tale importante appuntamento mondiale, i fondi necessari; Comune Provincia e Regione, per la loro parte, si dotino degli strumenti idonei ad avviare in tempi brevi la ricostruzione, stabilendo preventivamente le linee guida; e gli abitanti tutti, smessi i panni non sempre produttivi della contestazione, si rimbocchino le maniche e si mettano al lavoro, per restituire al mondo L'Aquila, com'era prima del terremoto. L'Aquila deve tornare a volare ed i suoi abitanti con essa. Da subito e puntando al 2019. ( da Music@, bimestrale)
Pietro Acquafredda
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