domenica 9 gennaio 2022

Intervista a Krzysztof Penderecki (la seconda) ( da Suono, di Pietro Acquafredda)

 Penderecki:"Il mio amico Papa  dai gusti musicali semplici"


 Una premessa. Voglio raccontare come ho conosciuto Penderecki e dei nostri incontri fino ad oggi. Perugia 1980, Estate. Ai tavolini del ristorante La Rosetta, sedeva Penderecki, la sua bellissima moglie, io, un interprete ed altri. La sera, per la Sagra Musicale Umbra (quand’era ancora un festival; mentre ora è ridotta ad un mercatino rionale!) veniva eseguito il suo Te Deum, scritto per il papa polacco suo amico, Giovanni Paolo II, da poco asceso al trono pontificio. Con l’aiuto dell’interprete chiacchierammo a lungo su argomenti musicali, con qualche deviazione sul terreno politico. Erano ancora gli anni del blocco comunista, per il quale l’elezione di Giovanni Paolo II poteva costituire una minaccia. Alla fine di quella lunga chiacchierata – Penderecki è uomo intelligente e parlatore assai suadente – mi venne da chiedergli: non teme di dover scrivere un Requiem per il papa polacco?

Sotto quella domanda c’era il timore che la minaccia del papa polacco potesse far accadere qualcosa di molto grave anche alla sua persona. Non era intuito storico; semplice trovata giornalistica. Ed invece si sa come andarono le cose. E Penderecki? Mi rispose: Mi auguro di non doverlo mai scrivere un Requiem, sotto la spinta di tragici avvenimenti”.
Passano alcuni anni, incontro nuovamente Penderecki a Lucerna, in occasione del noto festival musicale di Pasqua. Aveva scritto un Benedictus commissionatogli dal festival, all’indirizzo di uno dei fondatori del festival, considerato naturalmente come uomo “benedetto”. Appena ci riconoscemmo, Penderecki mi disse: “Requiem per il papa!”. Ricordava quella mia domanda divenuta di tragica attualità. 

L’anno scorso, 2005, avrei voluto salutarlo a Città di Castello, dove era ospite del Festival delle Nazioni. Ma avendo abbandonato la direzione del festival; per lasciarlo in balia dei ras del luogo che per nessuna ragione al mondo vogliono mollare l’osso (semmai lo mettono nelle mani di custodi ossequienti), girai alla larga da Città di Castello. 

La presenza recente di Penderecki a Roma mi ha fatto decidere ad incontrarlo per l’ennesima volta. Ecco il resoconto.

Penderecki incarna il compositore di successo, come molti compositori d’altri tempi. Premi, commissioni da ogni parte del mondo, esecuzioni ovunque. Ha scritto per papi, principi, istituzioni di lunga e gloriosa storia e teatri di prestigio. Ed ora anche la direzione d’orchestra è entrata nella sua attività di musicista. Vien da pensare a lui come ad un musicista di gran moda.
“Più si vive (Penderecki ha 73 anni – n.d.r.) e più premi si ricevono; e poi, quando si riceve un premio importante all’inizio della carriera, gli altri arrivano più facilmente e con maggior frequenza”

Deve avere avuto qualcosa di speciale la sua musica se fin dagli inizi fu molto richiesta, nonostante la mancata adesione alle avanguardie musicali darmstadtiane allora imperanti.
Gli anni cinquanta furono anni importanti. La mia musica era molto diversa da quella di altri compositori d’avanguardia. Ebbi subito un pubblico attento e numeroso, come continuo ad averlo anche oggi. Recentemente sono stato a Parigi per due settimane; Radio France mi ha dedicato un festival, nel corso del quale erano in programma musiche mie di ieri e di oggi. C’erano anche compositori francesi. Curiosamente, le mie musiche di allora suonano ancora oggi più moderne di tante musiche scritte da altri in tempi recenti.

Comunque, dopo i primi anni di avanguardia, molti hanno rilevato nella sua carriera di compositore una svolta giudicata involutiva dal mondo musicale, ma che, a detta di osservatori (non sempre disinteressati), le avrebbe procurato un’altra bella fetta di pubblico. Sul sito IRCAM, su una pagina a lei dedicata, si legge che la svolta linguistica, ma anche ideologica – sulla quale pesa anche l’espressione religiosa – l’ha portata molto vicino alle correnti “neo semplici”.
Sulla mia musica religiosa che c’è da dire? È una macchia aver scritto molti pezzi ispirati alla religione? Devo ricordare che la mia carriera mondiale ha avuto inizio con la Passio et Mors Domini nostri Jesu Christi secundum Lucam (1966). Poi è venuta Utrenja (Mattutino). Volevo mettere in musica tutti i grandi temi della religione (Paradiso perduto, Magnificat, Credo, Sanctus, Passione), come poi ho fatto. Ed ora sono a buon punto. La religione in Polonia ha un peso molto forte, più forte che altrove e lo ha anche su di me; è mia intenzione continuare ancora la tradizione della musica religiosa. Mi manca solo il Natale per completare la mia personale summa religiosa.

È stato annunciato da tempo che sta scrivendo per il prossimo ottobre un grande oratorio sul tema della Resurrezione, da eseguirsi a Verona, in occasione di un convegno nazionale della Chiesa italiana. A che punto è?
Mi fu chiesto un oratorio sulla Resurrezione. Ma risposi subito che non potevo, perchè stavo scrivendo altra musica. La richiesta è giunta molto tardi, quando avevo già firmato altri contratti ed avviato altri lavori. In futuro spero di poterlo fare. E poi, in questo momento, non mi interessa molto la musica religiosa; voglio finire il ciclo delle sinfonie, voglio scrivere ancora due opere ed un’opera per bambini. (La commissione è stata girata al nostro Alberto Colla, altra cosa quanto a rinomanza internazionale. La conferenza episcopale italiana come anche L’Arena di Verona, partner della Chiesa italiana in questo progetto, lo sanno bene! – ndr)

Frequente argomento di discussione oggi negli ambienti musicali e sociologici è la forte presa della religione e delle opere ad essa ispirate.
È una moda di oggi, non certamente per me, come ho già detto. Ma è anche espressione dei bisogni profondi dell’uomo. Ciò dimostra che l’uomo in ogni tempo ha bisogno anche di altro oltre al pane ed ai mezzi di prima necessità.

Anche Arvo Part e la sua musica sono frutto di tale moda?
È come un’onda. Dopo l’avanguardia, progressista ed iconoclasta, sono arrivati i compositori che scrivono musica molto semplice, penso agli americani ed a Part, la cui musica non disturba e piace. Questa musica si può ascoltare anche al ristorante o in ascensore, oltre che in concerto; in qualunque posto. Ma per me questa musica non ha senso, è troppo semplice, e l’arte non può essere così semplice. Sarà anche questione di gusti, certo. La mia musica ha radici profonde nel passato, la mia polifonia è molto complessa, anche se oggi è di moda la musica semplice che a me non dice nulla.

E il caso del suo connazionale Gorecki?
Il caso di Gorecki è molto diverso. Premetto che non posso essere oggettivo con lui, siamo amici e ci conosciamo dai tempi degli studi. Abbiamo cominciato insieme, ambedue eravamo considerati compositori d’avanguardia. Negli anni Settanta Gorecki scrisse la sua Sinfonia n. 3, una composizione molto bella e difficile, quella che poi gli ha dato la notorietà mondiale. Il suo è un caso molto strano. La sua musica può apparire semplice, ma in realtà non lo è ed ha una forza profonda. Gorecki ha scritto altri lavori molto importanti. Negli anni Settanta, in occasione dei festival di musica contemporanea, molti colleghi dell’avanguardia di allora, l’hanno deriso; poi invece, dopo molti anni, quella sua sinfonia è diventata un successo mondiale anche commerciale; il relativo CD è stato a lungo nei primi posti delle classifiche di vendita.

Le va di parlare dell’altro polacco, molto conosciuto, anzi del polacco più noto di tutta la storia: Papa Giovanni Paolo II? Mi interesserebbe conoscere il suo parere sui gusti musicali del papa che lei frequentava dai tempi in cui lui era arcivescovo di Cracovia. Il mondo musicale l’ha giudicato sotto questo profilo abbastanza rozzo e primitivo. Non le sembri irriverente tale giudizio.
Il mio amico Karol è stato una manna per il mondo e la Chiesa. E questo è già tanto, tantissimo. Sui gusti musicali dell’allora arcivescovo di Cracovia, posso dirle che ha sempre mostrato una spiccata passione per la musica popolare, la chitarra. Non aveva un’educazione musicale; il suo gusto era semplice – non direi rozzo o primitivo: semplice! – gli piacevano i canti corali delle montagne. Ha fatto cose molto importanti e noi lo apprezziamo per queste cose. Spesso in quegli anni mi chiese di scrivere per la Chiesa, mi lusingava dicendomi che tutti i grandi compositori della storia lo avevano fatto. Ma io gli facevo notare che non ero interessato alle chitarre. Non bisogna scrivere pensando alla gente semplice, una musica siffatta non ha futuro. La grande polifonia, tanto per fare un esempio, non è per nulla semplice eppure ha una grande presa sui fedeli.

Cosa sta accadendo alla musica in questi ultimi decenni, dopo la furia e le sperimentazioni dell’avanguardia?
Da una trentina d’anni, la musica attraversa un momento di stagnazione, dopo il terremoto dell’avanguardia che ha investito e rivoluzionato anche la lingua musicale. Forse questo periodo non durerà ancora a lungo e la nuova generazione porterà nuova musica. Se si guarda alla storia, si constata che quasi sempre un nuovo cambiamento di rotta è arrivato dopo trenta quaranta anni dal precedente. Penso che oggi una possibile innovazione possa attendersi nel campo della musica elettronica; certamente non in quello della musica pura; il campo più prolifico è oggi quello della musica che ha rapporti con la scena ed altro. La novità può venire dunque dalla musica sincretica. Inutile pensare che oggi arrivi qualcuno e scriva qualcosa di veramente nuovo; negli anni Sessanta abbiamo fatto così tanto di nuovo che i musicisti di ora vivono ancora di rendita.

Un tempo dai paesi dell’ex blocco comunista veniva una lezione di civiltà musicale altissima. Oggi, anche quella sembra interrotta. In quale situazione è la musica nella sua Polonia?
In Polonia la situazione è molto difficile; cambiano i governi, si affacciano nuovi partiti, ma nessuno sembra nutrire vero interesse per l’arte; mentre un tempo i comunisti sostenevano molto l’arte e la cultura. La cultura polacca, in tutti campi, si è talmente sviluppata negli anni sessanta, come mai nella storia, anche perché era molto sostenuta. Era l’unico biglietto da visita presentabile, dato che molte altre cose non erano così belle, i comunisti hanno approfittato dell’arte per nascondere tutto il resto che certamente non poteva far loro onore.

Anche lei è andato ad allungare la lista già lunga, ma certamente non sempre gloriosa, dei compositori-direttori. Perché?
Perché la gente crede che il compositore sia l’interprete migliore della sua musica, il che accade ma molto raramente. I grandi compositori sono sempre stati pessimi direttori (un caso solo: Stravinskij), con pochissime eccezioni: Mahler, Richard Strauss. In genere dirigono solo opere proprie, io no: a me interessa la musica, tutta la musica: sono convinto di poter sempre imparare dai grandi musicisti. Ed è già successo: ho imparato molto da quando dirigo i grandi compositori. Per la mia musica poi c’è anche un’altra ragione. Il compositore non riesce mai ad esprimere con la scrittura musicale tutto quello che vuole, al cento per cento; così, quando dirigo torna a galla ciò che può essere andato perso nella notazione. Perché la fantasia e l’ispirazione sono molto superiori e più ricche di ciò che si riesce a scrivere. Talvolta sogno musica, vorrei scriverla immediatamente, ma generalmente riesco a fissare solo il 10% di ciò che penso.

Anche lei si è fatto tentare dal cinema, dal grande Stanley Kubrik. L’ha allettata la prospettiva di grandi guadagni?
Kubrik. Non era musica scritta per il cinema. Semplicemente gli mandai alcune mie partiture e dischi dopo che ci eravamo parlati, dicendogli che poteva prendere quello che voleva per il suo The Shining (1980). Nella scena del labirinto, dove il protagonista ammazza suo figlio – una storia molto crudele – Kubrik ha scelto una musica sacra, Il risveglio di Giacobbe. E l’effetto è ovviamente, stravolto. Gli piaceva la mia musica, voleva che scrivessi della musica per il suo film. Non lo feci allora e non lo farei neanche oggi, perché è pericoloso. Se la mia musica piacesse, guadagnerei certamente molto, ma altri mi chiederebbero di scrivere ancora musica per film. Non posso; ci sono compositori che scrivono solo per film, si rivolgano a loro; del resto, anche questi compositori non verrebbero presi sul serio se dovessero scrivere una sinfonia. Ci sono naturalmente eccezioni, come Nino Rota che è stato un grande compositore, indipendentemente dal fatto che scrivesse anche per il cinema.

Quali sono i progetti futuri del compositore Penderecki?
Ho appena eseguito l’Ottava sinfonia, che ha avuto molto successo. Ora sto scrivendo un brano sinfonico per tre solisti, coro e orchestra Canti effimeri, su versi di grandi poeti (Goethe, Holderlin); ma devo ancora terminare la Sesta sinfonia; la Settima invece l’ho scritta prima dell’Ottava, ha per titolo Le sette porte di Gerusalemme. La Sesta, in cantiere, è destinata ai Wiener che me l’hanno commissionata. Poi mi dedicherò alla Nona che sarà l’ultima. Non andrò oltre la Nona. Ho paura, quelli che hanno cominciato una Decima non l’hanno mai portata a termine. Infine due opere, una delle quali da Fedra di Racine, e un’opera per bambini, della quale sto cercando ancora il soggetto.

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