L'altro ieri, in forma strettamente privata, si sono svolti a Sansepolcro, i funerali di Paola Galardi, nata Baschetti, che una brutta ed ingiusta malattia, ci ha tolti, dopo il calvario, durato qualche anno, delle intermittenze continue fra speranze e delusioni, sopportato con forza, tenacia ed apparente leggerezza e superiorità. Farmacista di professione, la passione per la musica l'aveva spinta da molti anni a realizzare un concorso pianistico per aiutare i giovani a proseguire e perfezionarsi negli studi.
A noi, proprio per quella sua grande incondizionata passione per la musica piace qui ricordarla, anche perchè fu alla base della nostra conoscenza, a seguito della quale abbiano realizzato insieme almeno due bei progetti che vogliamo ricordare mettendo da parte la naturale commozione ed il dolore per la immatura scomparsa.
Ci eravamo conosciuti poco appresso la nostra uscita dalla direzione del Festival delle Nazioni di Città di Castello, nel 2004, dopo una sola edizione ben riuscita, che andò di traverso agli amministratori tifernati, nei quali il successo ottenuto aveva generato meschine invidiuzze ed il timore di perdere l'osso dal quale speravano di rosicchiare ancora quel pò di ciccia restante.
Da allora Paola si era adoperata per far nascere a Sansepolcro, la patria di Piero della Francesca, un festival, organizzando numerosi incontri con l'allora sindaco della cittadina; tutto andò in fumo, quando si era ormai ad un passo dalla sua realizzazione, per la cronica indecisione del primo cittadino.
Quella delusione non fece arretrare e scoraggiare Paola, che qualcosa, oltre il 'suo' concorso, voleva realizzare a tutti i costi. Noi invece sì, arretrammo, non avendo mai riposto eccessiva fiducia in coloro che governano. Paola ci coinvolse in due progetti, dei quali andiamo fieri.
Per i 120 anni della 'Filarmonica dei Perseveranti' di Sansepolcro, nel 2009, realizzammo insieme, per sua richiesta, una giornata di festa, noi per la parte artistica, lei per quella organizzativa, nella quale fu impossibile riscontrare smagliature, o il benchè minimo segno di disorganizzazione ed incapacità. Al suo occhio attento nulla sfuggiva. Per lei tutto o quasi si poteva fare e per quel che da Lei dipendeva, nessuno ostacolo era insormontabile.
La mattina organizzammo un incontro al Teatro Dante con i massimi vertici delle organizzazioni bandistiche e di musica popolare nazionali; poi la sfilata di una quindicina di bande che vennero a rendere omaggio alla sorella maggiore di Sansepolcro che aveva raggiunto il traguardo dei 120 anni, e il pomeriggio, nel bel teatro di Anghiari, un concerto di chiusura, assai singolare nel programma.
Paola dopo quel primo esperimento ben riuscito, intese proseguire nel proporre iniziative volte a dare alla sua città una notorietà anche musicale. E, ancora una volta, si diede tanto da fare presso la nuova amministrazione perché quell'antico progetto del festival naufragato avesse finalmente a realizzarsi. Non c'è riuscita per la ben nota crisi che ha offerto giustificazione a chiunque per qualsiasi progetto naufragato.
Ma, se un altro singolare progetto ebbe a realizzarsi, del quale purtroppo non ebbe a godersi i frutti a causa dell'affacciarsi minaccioso della malattia, fu per la sua incrollabile tenacia.
In occasione della celebrazione del millenario della fondazione di Sansepolcro, nel 2012, sotto l'ala protettrice della Resurrezione di Piero, nella sala museo dove troneggia, si eseguì il nuovo Quartetto per archi (Nono della serie) di Salvatore Sciarrino, appositamente commissionato dal Comune per l'occasione, preceduto dal racconto commovente, ad opera di Fabrizio Gifuni, del capitano inglese che per salvare l'affresco di Piero - 'la più bella pittura del mondo'- non bombardò la città, alla fine del secondo conflitto mondiale. Ma quel 29 settembre del 2012 Paola non era con noi a Sansepolcro. Il mostro l'aveva già minacciata, incatenandola ad un letto d'ospedale.
Del valore e della unicità di Paola, della sua determinazione e del suo stile, saremo ancor più coscienti ora che manca a tutti noi, ed al suo adorato Bruno ancora di più; perchè ciò che prima con Lei sembrava, semplice, normale, quasi naturale, senza di lei sarà d'ora in avanti assai complicato, quasi impossibile. Ciao, Paola.
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domenica 10 aprile 2016
In morte di Paola Galardi, farmacista a Sansepolcro, con la passione per la musica. Addio carissima amica mia
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martedì 1 dicembre 2015
ABOCA costretta a delocalizzare in Marocco, nell'indifferenza generale degli interessati
Conosciamo tutti ABOCA , la nostra industria di erbe medicinali e di prodotti naturali per la salute che ha sede principale a Sansepolcro, in provincia di Arezzo. A molti di noi sarà capitato una qualche volta di assumerne qualcuno, in alternativa a prodotti della medicina ufficiale, confezionati in laboratorio ecc...
Noi la conosciamo soprattutto perché anni fa, frequentando Sansepolcro e Città di Castello per ragioni professionali in ambito musicale, ne siamo venuti a conoscenza, sponsorizzando la nota azienda, sempre con parsimonia, manifestazioni o concerti dei festival che avevano luogo in quelle due cittadine, una delle quali, Sansepolcro, famosa anche per essere la patria di Piero della Francesca.
Oggi è per un'altra ragione che ABOCA ( che oggi ha un fatturato di 120 milioni di Euro, e un migliaio circa di dipendenti) s'è guadagnata gli onori della cronaca. Il proprietario e fondatore, Valentino Mercati, sta per concludere l'acquisto di una grande azienda agricola in Marocco per trasferirvi il grosso della sua produzione di erbe e piante che sono alla base di tutti i suoi prodotti. Perché?
La ragione - come ha denunciato ieri dalle pagine di Repubblica - è semplice ed anche tragica.
Aboca ha denunciato ai sindaci di molte cittadine del circondario, una ventina e più, nei territori in cui sono situati i suoi appezzamenti di terreno - trattasi di oltre settecento di ettari - che molti terreni, confinanti con i suoi, e che coltivano soprattutto tabacco -una lotta senza pari fra vita (prodotti naturali) e morte (il tabacco che uccide, ma che rende allo Stato) - usano per le coltivazioni prodotti non naturali e pesticidi che avvelenerebbero anche i suoi prodotti che devono essere necessariamente 'naturali', per garantirne l'efficacia nella cura della salute Tutti i sindaci interpellati, ancora tre mesi dopo l'appello di Aboca, non gli hanno risposto, sottovalutando la gravità di tale situazione.
Direte, cosa avrebbero potuto fare i sindaci? Innanzitutto rispondergli. La risposta doveva essere obbligatoria, trattandosi di un problema che riguarda la salute dei cittadini e di una azienda che rappresenta un fiore all'occhiello per la zona, oltre che occasione di lavoro di alta professionalità.
Poi avrebbero potuto mettersi tutti intorno ad un tavolo ( quanti tavoli si aprono e si chiudono in Italia, e questo che era necessario non viene nemmeno 'convocato' - come si dice oggi nel 'politichese' ignorante ed assassino, della lingua e della sintassi) e discutere della cosa, e forse qualche soluzione l'avrebbero trovata, altrimenti, se la cosa non ha soluzione, perchè Aboca li avrebbe interpellato?
Dopo qualche mese, non avendo ricevuto risposta, Aboca, sta già trattando l'acquisto di un grande appezzamento (qualche centinaio di ettari) di terreno in Marocco, dove i veleni ed anche gli OGM sono vietati, per trasferirvi lì il grosso delle sue coltivazioni naturali. E a Sansepolcro, ed ai piccoli comuni del circondario, oltre una ventina, ben gli sta.
E il Governo che fa? Aspetta di inveire contro Aboca che delocalizza la produzione, quando l'avrà già trasferita? Renzi, il giovane e svelto premier, non poteva intervenire prima? E non potevano fare altrettanto i governatori della due regioni (Toscana e Umbria) nelle quali si trovano i terreni di Aboca?
Noi la conosciamo soprattutto perché anni fa, frequentando Sansepolcro e Città di Castello per ragioni professionali in ambito musicale, ne siamo venuti a conoscenza, sponsorizzando la nota azienda, sempre con parsimonia, manifestazioni o concerti dei festival che avevano luogo in quelle due cittadine, una delle quali, Sansepolcro, famosa anche per essere la patria di Piero della Francesca.
Oggi è per un'altra ragione che ABOCA ( che oggi ha un fatturato di 120 milioni di Euro, e un migliaio circa di dipendenti) s'è guadagnata gli onori della cronaca. Il proprietario e fondatore, Valentino Mercati, sta per concludere l'acquisto di una grande azienda agricola in Marocco per trasferirvi il grosso della sua produzione di erbe e piante che sono alla base di tutti i suoi prodotti. Perché?
La ragione - come ha denunciato ieri dalle pagine di Repubblica - è semplice ed anche tragica.
Aboca ha denunciato ai sindaci di molte cittadine del circondario, una ventina e più, nei territori in cui sono situati i suoi appezzamenti di terreno - trattasi di oltre settecento di ettari - che molti terreni, confinanti con i suoi, e che coltivano soprattutto tabacco -una lotta senza pari fra vita (prodotti naturali) e morte (il tabacco che uccide, ma che rende allo Stato) - usano per le coltivazioni prodotti non naturali e pesticidi che avvelenerebbero anche i suoi prodotti che devono essere necessariamente 'naturali', per garantirne l'efficacia nella cura della salute Tutti i sindaci interpellati, ancora tre mesi dopo l'appello di Aboca, non gli hanno risposto, sottovalutando la gravità di tale situazione.
Direte, cosa avrebbero potuto fare i sindaci? Innanzitutto rispondergli. La risposta doveva essere obbligatoria, trattandosi di un problema che riguarda la salute dei cittadini e di una azienda che rappresenta un fiore all'occhiello per la zona, oltre che occasione di lavoro di alta professionalità.
Poi avrebbero potuto mettersi tutti intorno ad un tavolo ( quanti tavoli si aprono e si chiudono in Italia, e questo che era necessario non viene nemmeno 'convocato' - come si dice oggi nel 'politichese' ignorante ed assassino, della lingua e della sintassi) e discutere della cosa, e forse qualche soluzione l'avrebbero trovata, altrimenti, se la cosa non ha soluzione, perchè Aboca li avrebbe interpellato?
Dopo qualche mese, non avendo ricevuto risposta, Aboca, sta già trattando l'acquisto di un grande appezzamento (qualche centinaio di ettari) di terreno in Marocco, dove i veleni ed anche gli OGM sono vietati, per trasferirvi lì il grosso delle sue coltivazioni naturali. E a Sansepolcro, ed ai piccoli comuni del circondario, oltre una ventina, ben gli sta.
E il Governo che fa? Aspetta di inveire contro Aboca che delocalizza la produzione, quando l'avrà già trasferita? Renzi, il giovane e svelto premier, non poteva intervenire prima? E non potevano fare altrettanto i governatori della due regioni (Toscana e Umbria) nelle quali si trovano i terreni di Aboca?
sabato 19 luglio 2014
Alberto Burri a cent'anni dalla nascita.Città di Castello in festa
Alberto Burri, una delle glorie nazionali, rivoluzionario in pittura, era di Città di Castello, dove ha perciò luogo una fondazione a lui intitolata che, in città, ingloba anche un museo, ed un secondo grande museo, nei vecchi essiccatoi del tabacco, alle porte della cittadina. L'anno prossimo ricorre il primo centenario dalla nascita e non solo Castello, bensì l'Italia ed il mondo si appresta a celebrarlo. A Roma, nei giorni scorsi, il Ministro Franceschini ha presentato le iniziative messe in cantiere per dette celebrazioni, per le quali s'era speso in Parlamento il deputato castellano Walter Verini, ex di Walter Veltroni, se non altro per dimostrare al suo collegio che è ancora vivo.
Di Città di Castello e Burri vogliamo raccontare una storia.
Nel 2004 gestimmo l'annuale Festival delle Nazioni di Città di Castello e che si espande anche nel suo territorio, toccando cittadine al di là della Regione, come Sansepolcro, in Toscana, che ospiterà, per le celebrazioni di Burri, una mostra 'Burri incontra Piero della Francesca'.
In quell'anno, per sottolineare la vocazione artistica della città, ed anche per allentare l'attenzione dei media dalla cittadina squassata da uno scandalo che aveva lambito, indirettamente, anche qualcuno degli amministratori del festival, arricchimmo il festival con una mostra a Palazzo Vitelli, una mostra di pittura con materiale mai uscito dall'archivio storico dell'Opera di Roma: i bozzetti teatrali di Prampolini, affidandone la cura a Calvesi, che allora era al vertice della Fondazioni Burri.
Naturalmente cogliemmo l'occasione per ospitare anche nel grandioso Museo fuori città, due meravigliosi spettacoli: l'Enoch Arden di Richard Strauss con Piera degli Esposti ed Emanuele Arciuli (per il quale Salvatore Sciarrino, il grande compositore cittadino castellano da tempo, aveva appositamente scritto preludio, interludio e postludio per orchestra da camera) ed uno spettacolo di danza affidato a Roberto Castello; meravigliandoci che uno con quel cognome nessuno aveva pensato di coinvolgere prima in una delle tante edizioni del festival.
Nel corso di quella edizione incontrammo anche Verini, il 'castellano potente'- così lo indicavano - che era, a Roma, come l'ombra di Veltroni. Con lui parlammo del festival in corso - che gli era sembrato fra i più belli della sua storia - di alcune difficoltà di rapporto con alcuni dei castellani che gestivano il festival e che volevano mettere bocca anche nelle scelte artistiche, e parlammo pure dei progetti futuri. Verini ci rassicurò soprattutto della innocuità delle 'serpi' che lui avrebbe pensato ad avvelenare prima che potessero mordere. La qual cosa naturalmente non fece, quando tentarono di morderci il calcagno prima che ce ne accorgessimo, perchè - ragionò il grande politico castellano- le serpi si sarebbero trasformate, al momento giusto, in elettrici ed elettori che avrebbero fatto comodo ad ogni tornata elettorale.
Per l'edizione del 2005 avevamo già in buona parte abbozzato il progetto. Era l'anno prima delle grandi celebrazioni mozartiane, sulle quali avremmo preceduto tutte le altre istituzioni con un programma sui generis di omaggio al grande musicista. Ma nel 2005 cadevano anche i 90 anni dalla nascita di Burri, e perciò per la mostra - una tradizione inaugurata con Prampolini che però volevamo proseguire - pensammo a Burri, e per questo prendemmo contatti con la Scala, l'Opera di Roma, oltre che con la Fondazione, per una mostra dedicata a 'Burri per il teatro', nella quale avremmo esposto anche il bozzetto del teatro fatto costruire per la Triennale e poi distrutto e che ora si intende ricostruire.
Poi le cose, almeno per noi, andarono non come avevamo immaginato e Verini ci aveva rassicurato, nel senso che le serpi morsero il nostro calcagno costringendoci ad andar via. E il progetto svanì. Ci misero un direttore d'orchestra che dirige solo dove ha responsabilità amministrative e che le serpi è ben disposto ad assecondare. Poi cambiò anche il presidente, al posto del prof. Fontana, venne un giornalista, Giuliano Giubilei, che svolge il ruolo di rappresentanza del festival nelle conferenze stampa e basta, che si muove da dieci anni in qua senza infamia e senza lode, mentre il Festival ha ripreso il suo corso di routine, girovagando fra nazioni, e accettando dalle rispettive rappresentanze diplomatiche e culturali in Italia suggerimenti ( e forse anche imposizioni) sulla confezione del programma, mentre il direttore artistico, in attesa di poter salire una volta all'anno sul podio, sta a guardare. Quest'anno, l'Armenia. Paese lontano del quale pochi sono in grado di confrontare il paese reale con l'immagine che a Castello si vuol dare.
Di Città di Castello e Burri vogliamo raccontare una storia.
Nel 2004 gestimmo l'annuale Festival delle Nazioni di Città di Castello e che si espande anche nel suo territorio, toccando cittadine al di là della Regione, come Sansepolcro, in Toscana, che ospiterà, per le celebrazioni di Burri, una mostra 'Burri incontra Piero della Francesca'.
In quell'anno, per sottolineare la vocazione artistica della città, ed anche per allentare l'attenzione dei media dalla cittadina squassata da uno scandalo che aveva lambito, indirettamente, anche qualcuno degli amministratori del festival, arricchimmo il festival con una mostra a Palazzo Vitelli, una mostra di pittura con materiale mai uscito dall'archivio storico dell'Opera di Roma: i bozzetti teatrali di Prampolini, affidandone la cura a Calvesi, che allora era al vertice della Fondazioni Burri.
Naturalmente cogliemmo l'occasione per ospitare anche nel grandioso Museo fuori città, due meravigliosi spettacoli: l'Enoch Arden di Richard Strauss con Piera degli Esposti ed Emanuele Arciuli (per il quale Salvatore Sciarrino, il grande compositore cittadino castellano da tempo, aveva appositamente scritto preludio, interludio e postludio per orchestra da camera) ed uno spettacolo di danza affidato a Roberto Castello; meravigliandoci che uno con quel cognome nessuno aveva pensato di coinvolgere prima in una delle tante edizioni del festival.
Nel corso di quella edizione incontrammo anche Verini, il 'castellano potente'- così lo indicavano - che era, a Roma, come l'ombra di Veltroni. Con lui parlammo del festival in corso - che gli era sembrato fra i più belli della sua storia - di alcune difficoltà di rapporto con alcuni dei castellani che gestivano il festival e che volevano mettere bocca anche nelle scelte artistiche, e parlammo pure dei progetti futuri. Verini ci rassicurò soprattutto della innocuità delle 'serpi' che lui avrebbe pensato ad avvelenare prima che potessero mordere. La qual cosa naturalmente non fece, quando tentarono di morderci il calcagno prima che ce ne accorgessimo, perchè - ragionò il grande politico castellano- le serpi si sarebbero trasformate, al momento giusto, in elettrici ed elettori che avrebbero fatto comodo ad ogni tornata elettorale.
Per l'edizione del 2005 avevamo già in buona parte abbozzato il progetto. Era l'anno prima delle grandi celebrazioni mozartiane, sulle quali avremmo preceduto tutte le altre istituzioni con un programma sui generis di omaggio al grande musicista. Ma nel 2005 cadevano anche i 90 anni dalla nascita di Burri, e perciò per la mostra - una tradizione inaugurata con Prampolini che però volevamo proseguire - pensammo a Burri, e per questo prendemmo contatti con la Scala, l'Opera di Roma, oltre che con la Fondazione, per una mostra dedicata a 'Burri per il teatro', nella quale avremmo esposto anche il bozzetto del teatro fatto costruire per la Triennale e poi distrutto e che ora si intende ricostruire.
Poi le cose, almeno per noi, andarono non come avevamo immaginato e Verini ci aveva rassicurato, nel senso che le serpi morsero il nostro calcagno costringendoci ad andar via. E il progetto svanì. Ci misero un direttore d'orchestra che dirige solo dove ha responsabilità amministrative e che le serpi è ben disposto ad assecondare. Poi cambiò anche il presidente, al posto del prof. Fontana, venne un giornalista, Giuliano Giubilei, che svolge il ruolo di rappresentanza del festival nelle conferenze stampa e basta, che si muove da dieci anni in qua senza infamia e senza lode, mentre il Festival ha ripreso il suo corso di routine, girovagando fra nazioni, e accettando dalle rispettive rappresentanze diplomatiche e culturali in Italia suggerimenti ( e forse anche imposizioni) sulla confezione del programma, mentre il direttore artistico, in attesa di poter salire una volta all'anno sul podio, sta a guardare. Quest'anno, l'Armenia. Paese lontano del quale pochi sono in grado di confrontare il paese reale con l'immagine che a Castello si vuol dare.
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mercoledì 25 dicembre 2013
Madia e Verini graziati da Wuolter. Renzi e Burri i loro più recenti benefattori
Contro la povera Madia, giovanissima deputata PD( non chiedeteci a quale corrente appartenga, non sapremmo rispondere, perchè se le è passate tutte!), si sono scagliati tutti, compresi quelli del suo stesso partito, e pure le stesse donne. Perchè? Semplicemente perchè lei non s'intende veramente di nulla e in un caso come nell'altro vuoi la sua incompetenza, vuoi la sua giovinezza o la faccia d'angelo- ora anche di mamma - hanno giocato sempre a suo favore, in un paese meritocratico come lo vorrebbe la sinistra
Wolter la candidò per primo, perchè? Perchè alla morte di suo padre giornalista, figura influente del suo staff di segretario, ministro sindaco, morto govane, pensò che che sua figlia meritasse un bell'aiuto. Ora la giovane Madia s'è sistemata quasi per tutta la vita; e Renzi che, per quanto faccia il gallo nel pollaio, sa che a tutte le galline bisogna dare una qualche attenzione ( qui la gallina non è certo Madia, forse Wolter) l'ha voluta nel suo staff per il settore 'lavoro' nel quale, dati i trascorsi, la Madia mamma è a suo agio. Renzi, ma quante ragazze ci sono in Italia con la stessa faccia d'angelo, mamme anche, che sanno il fatto loro e quindi ben più meritevoli della Madia? Perchè proprio Lei? Mi dirà per le quote rosa? ma se devono esser rosa, devono necessariamente essere incompetenti quanto la Madia che, qualche giorno fa, ha scambiato un ministero con relativo ministro con un altro, nel suo settore?
Verini è un altro dei graziati di Wolter; anzi lui, Wolter come il Wolter nazionale, è uno dei premiati a fine carriera. Dopo aver fatto parte del suo staff per molti anni, il Wolter di Città di Castello viene premiato con la candidatura a parlamentare, naturalmente in circoscrizioni dove l'elezione non è che certissima.
Verini, a differenza della Madia, guidava lo staff del Wolter, dunque un lavoro per il suo capo sapeva farlo, anche perchè per mantenersi a galla con le sole parole occorre avere gente in gamba che lavora per te.
Di Verini deputato s'erano perse le tracce, senonchè lui che è di Città di Castello, in previsione dell'anniversario di Alberto Burri, il grande pittore castellano, s'è fatto promotore di un disegno di legge per onorare il grande artista. E, in questo modo, a buona parte degli italiani è giunta notizia che Verini c'è, tranne che a noi, che Verini lo conosciamo da tempo, da una decina d'anni, come persona affidabile ed amante dell'arte, e non lo abbiamo mai più perso di vista.
Dieci anni fa avemmo l'incarico di direttore artistico del Festival delle Nazioni che si svolge a Città di Castello. Fu in quell'occasione che lo conoscemmo. Non sapevamo di lui - perchè avremmo dovuto sapere?- ma qualcuno ci disse del suo ruolo politico nazionale e ci consigliò di incontrarlo. Lo incontrammo; dopo i saluti ci mise in guardia contro un ex senatore del suo stesso partito che a Castello spadroneggiava, come anche nel festival, e ci consigliò: per qualunque cosa non si preoccupi, venga da me. Naturalmente conducemmo in porto il festival, con un certo successo. Ma... l'ex senatore ed un altro castellano, il farmacista, tentarono di riprendersi il festival perchè non gradivano la nostra autonomia di gestione. A loro non importava il successo del festival, ma solo la possibilità di esercitare lo squallido potere di piccoli notabili cittadini. Naturalmente l'ebbero vinta loro, perchè anche gli altri amministratori castellani, dall'assessore alla cultura allo stesso sindaco, come del resto a Verini, premeva maggiormente favorire chi alle elezioni portava loro voti. Da allora, e dopo di noi, il festival ha un direttore artistico da dieci anni, che fa un festivalino di routine ed accontenta le mire dei due.
E Verini, al di là della sua scomparsa di un tempo, che c'entra? Due anni fa ci fu chiesto di pensare ad una celebrazione per i mille anni di Sansepolcro. Presentammo un progetto al sindaco che l'accettò e lo realizzammo. Nella serata di celebrazione, all'ombra della Resurrezione di Piero della Francesca, eccoti il Verini in compagnia del sottosegretario ai beni culturali. Sembrò assai contento di come si svolse la celebrazione, durante la quale venne eseguito un quartetto per archi commissionato per l'occasione ad uno dei più grandi compositori italiani e tutto finì lì. Qualche tempo dopo sempre il Verini scomparso, ebbe a dire in un salotto attraversato da spifferi che hanno portato fino a noi i suoi profondi pensieri, che si era pagato troppo quel compositore. Quel compositore era stato pagato il giusto, anzi al di sotto del suo 'valore di mercato'.
Piuttosto, redivivo Verini, perchè non hanno chiesto a noi se il suo stipendio di parlamentare sia giusto o no? Risponderemmo , che quel suo stipendio è esorbitante, e sproporzionato rispetto a ciò che fa. Lo scomparso.
Wolter la candidò per primo, perchè? Perchè alla morte di suo padre giornalista, figura influente del suo staff di segretario, ministro sindaco, morto govane, pensò che che sua figlia meritasse un bell'aiuto. Ora la giovane Madia s'è sistemata quasi per tutta la vita; e Renzi che, per quanto faccia il gallo nel pollaio, sa che a tutte le galline bisogna dare una qualche attenzione ( qui la gallina non è certo Madia, forse Wolter) l'ha voluta nel suo staff per il settore 'lavoro' nel quale, dati i trascorsi, la Madia mamma è a suo agio. Renzi, ma quante ragazze ci sono in Italia con la stessa faccia d'angelo, mamme anche, che sanno il fatto loro e quindi ben più meritevoli della Madia? Perchè proprio Lei? Mi dirà per le quote rosa? ma se devono esser rosa, devono necessariamente essere incompetenti quanto la Madia che, qualche giorno fa, ha scambiato un ministero con relativo ministro con un altro, nel suo settore?
Verini è un altro dei graziati di Wolter; anzi lui, Wolter come il Wolter nazionale, è uno dei premiati a fine carriera. Dopo aver fatto parte del suo staff per molti anni, il Wolter di Città di Castello viene premiato con la candidatura a parlamentare, naturalmente in circoscrizioni dove l'elezione non è che certissima.
Verini, a differenza della Madia, guidava lo staff del Wolter, dunque un lavoro per il suo capo sapeva farlo, anche perchè per mantenersi a galla con le sole parole occorre avere gente in gamba che lavora per te.
Di Verini deputato s'erano perse le tracce, senonchè lui che è di Città di Castello, in previsione dell'anniversario di Alberto Burri, il grande pittore castellano, s'è fatto promotore di un disegno di legge per onorare il grande artista. E, in questo modo, a buona parte degli italiani è giunta notizia che Verini c'è, tranne che a noi, che Verini lo conosciamo da tempo, da una decina d'anni, come persona affidabile ed amante dell'arte, e non lo abbiamo mai più perso di vista.
Dieci anni fa avemmo l'incarico di direttore artistico del Festival delle Nazioni che si svolge a Città di Castello. Fu in quell'occasione che lo conoscemmo. Non sapevamo di lui - perchè avremmo dovuto sapere?- ma qualcuno ci disse del suo ruolo politico nazionale e ci consigliò di incontrarlo. Lo incontrammo; dopo i saluti ci mise in guardia contro un ex senatore del suo stesso partito che a Castello spadroneggiava, come anche nel festival, e ci consigliò: per qualunque cosa non si preoccupi, venga da me. Naturalmente conducemmo in porto il festival, con un certo successo. Ma... l'ex senatore ed un altro castellano, il farmacista, tentarono di riprendersi il festival perchè non gradivano la nostra autonomia di gestione. A loro non importava il successo del festival, ma solo la possibilità di esercitare lo squallido potere di piccoli notabili cittadini. Naturalmente l'ebbero vinta loro, perchè anche gli altri amministratori castellani, dall'assessore alla cultura allo stesso sindaco, come del resto a Verini, premeva maggiormente favorire chi alle elezioni portava loro voti. Da allora, e dopo di noi, il festival ha un direttore artistico da dieci anni, che fa un festivalino di routine ed accontenta le mire dei due.
E Verini, al di là della sua scomparsa di un tempo, che c'entra? Due anni fa ci fu chiesto di pensare ad una celebrazione per i mille anni di Sansepolcro. Presentammo un progetto al sindaco che l'accettò e lo realizzammo. Nella serata di celebrazione, all'ombra della Resurrezione di Piero della Francesca, eccoti il Verini in compagnia del sottosegretario ai beni culturali. Sembrò assai contento di come si svolse la celebrazione, durante la quale venne eseguito un quartetto per archi commissionato per l'occasione ad uno dei più grandi compositori italiani e tutto finì lì. Qualche tempo dopo sempre il Verini scomparso, ebbe a dire in un salotto attraversato da spifferi che hanno portato fino a noi i suoi profondi pensieri, che si era pagato troppo quel compositore. Quel compositore era stato pagato il giusto, anzi al di sotto del suo 'valore di mercato'.
Piuttosto, redivivo Verini, perchè non hanno chiesto a noi se il suo stipendio di parlamentare sia giusto o no? Risponderemmo , che quel suo stipendio è esorbitante, e sproporzionato rispetto a ciò che fa. Lo scomparso.
domenica 10 novembre 2013
La bellezza ci salverà. Dal diario del capitano inglese Anthony Clarke
Accadde
nel 1944, ed io avevo 28 anni. Ero allora comandante di squadra nella batteria
‘A’ ChestnutTroop, Primo Reggimento, R.H.A. Il reggimento fungeva da
artiglieria di sostegno all’indipendente Nona brigata corazzata e i Chestnut
erano d’appoggio al Terzo Ussari. Ricordo che per un certo periodo restammo di
stanza intorno a Città di Castello e che poi muovemmo verso nord. Fu durante
questo spostamento che mi comandarono di trovare un punto d’osservazione che
dominasse Sansepolcro.
Da principio avanzai col mio carro sui declivi
orientali delle colline che davano ad est, poi proseguii a piedi sui crinali,
con un segnalatore ed una radio portatile, fino a raggiungere i più avanzati
pendii. Ricavammo uno spiazzo all’interno di un gran cespuglio, ci sistemammo
nella maniera più comoda possibile – stavamo infatti per trascorrervi l’intera
giornata – e ci mettemmo ad osservare e ad aspettare. Non eravamo in comunicazione
diretta con le nostre batterie (il che può aver avuto una qualche influenza su
ciò che accadde in seguito), perché la nostra radio non ne aveva la portata.
Eravamo, però, in contatto con il carro, la cui radio era sintonizzata con
quella della batteria.
Detti l’ordine che un cannone di una data fila
e portata sparasse un colpo solo da qualche parte nel mezzo della valle; in
questa maniera, se avessi dovuto cannoneggiare all’improvviso, avrei saputo
quali ordini impartire, senza arrabattarmi qua e là con carta geografica e
goniometro. I nostri cannoni si trovavano due o tre miglia a sud.
Restammo quindi in attesa. Sorse il sole nel
cielo terso; davanti a noi si vedeva chiaramente Sansepolcro. C’era il sospetto
che il nemico fosse ancora in città - mi dissero via radio - e, di conseguenza,
dovevo cannoneggiarla prima che le nostre truppe si avvicinassero. Così regolai
il tiro sulla città e feci partire due o tre scariche di batteria. Marcus
Klinton, mio comandante di batteria, mi informò via radio che c’erano
abbastanza munizioni e, perciò, potevo procedere ed anche usarne a mio
piacimento. Il mattino seguente sarebbe stato lanciato l’attacco e nostro
compito era liberare prima la città. Così cominciai a cannoneggiare
Sansepolcro. Intanto con il binocolo scrutavo di lontano la città metro per
metro, senza riuscire a scorgere da nessuna parte il minimo segno della
presenza del nemico, anche se ciò naturalmente non voleva dire che avesse
abbandonato la città.
In quel preciso istante, cominciò a tormentarmi
un dubbio. Ma io il nome di Sansepolcro lo conoscevo già! Perché conoscevo quel
nome? L’avevo sentito da qualche parte? Se me lo ricordavo, doveva essere stato
in relazione a qualcosa di importante? Ma non riuscivo a ricordare bene né dove
né quando.
Nel frattempo io e il segnalatore ricevemmo la
visita di un ragazzo, coperto di stracci, con un cane. Gli dicemmo:”
Tedeschi…Sansepolcro”, indicando la città. Lui scosse il capo, fece una smorfia
e indicò le colline. I tedeschi avevano abbandonato Sansepolcro; era, dunque,
una ulteriore conferma alla mia ipotesi.
Fu allora che mi tornò in mente la ragione per
cui conoscevo già il nome di Sansepolcro: “La più bella pittura del mondo!”.
Dovevo avere diciotto anni circa quando lessi
un saggio di Aldous Huxley . Ricordavo con chiarezza la descrizione del suo
faticoso viaggio da Arezzo a Sansepolcro e, tuttavia, quanto meritasse farlo
quel viaggio, dato che a Sansepolcro c’era la Resurrezione di Piero della
Francesca, “la più bella pittura del mondo”.
Feci il calcolo dei bossoli sparati e fui
sicuro che, se non avessi ancora distrutto “la più bella pittura del mondo”, avrei
potuto, proseguendo il bombardamento, danneggiarla gravemente. Così feci
cessare il fuoco. L’ufficiale superiore che comandava l’operazione mi chiamò
via radio per sapere perché avevo interrotto il bombardamento; lo rassicurai,
dicendogli che non vedevo postazioni nemiche da bombardare. Non avendo certezze sulla presenza del nemico
a Sansepolcro, mi resi conto che avevo preso una decisione molto coraggiosa ma
rischiosa, che avrebbe potuto costarmi la corte marziale, qualora la fanteria
alleata, entrando a Sansepolcro, fosse stata sorpresa ed attaccata nella sua
avanzata. Ci fu un’interruzione della comunicazione radio che mi salvò dall’obbligo
di fornire una ulteriore spiegazione. Io e il segnalatore ci sedemmo sotto le
fronde che ci nascondevano, scrutammo ancora con il binocolo la città, senza
scorgere ombra del nemico. Quando fece buio, ci ritirammo e tornammo alla
postazione della batteria.
Il giorno dopo facemmo il nostro ingresso a
Sansepolcro, senza perdite per noi e senza incontrare resistenza. Domandai
subito dove si trovava la Resurrezione. Ci andai e vidi che il Palazzo comunale
era intatto. Entrai, ed eccola sana e salva, e magnifica la Resurrezione di
Piero,”la più bella pittura del mondo”,
così come l’aveva descritta Huxley:
“Dipinta ad affresco, i suoi colori chiari
eppure sottilmente sobri risaltano sulla parete con intatta freschezza. Non dobbiamo
ricorrere all’immaginazione per indovinare la bellezza; è là, dinanzi a noi in
tutto il suo splendore. Piero ha fatto della semplice composizione triangolare
il simbolo tematico. La base del triangolo è costituita dal sepolcro; mentre i
soldati che dormono attorno ad esso hanno la funzione di indicare, con le loro
posture, il convergere verso l’alto dei lati, i quali si incontrano al vertice,
sul volto del Cristo risorto. Il quale
si sta ergendo con un vessillo nella mano destra e con il piede sinistro già
alzato e appoggiato sull’orlo del sepolcro, pronto ad incamminarsi per il
mondo. Nessun altra struttura geometrica avrebbe potuto essere più semplice ed
adatta. Ma l’essere che si leva dalla tomba dinanzi ai nostri occhi è molto più
simile ad un eroe di Plutarco che al Cristo della religione cristiana. Il suo
corpo è sviluppato alla perfezione come quello di un atleta greco, ed emana una
tale forza che la ferita sulla massa muscolare del fianco appare quasi
irrilevante. Il volto è deciso, pensieroso; gli occhi freddi. L’intera figura è
espressione del potere fisico ed intellettuale. E’ l’ideale classico che
risorge dalla tomba nella quale era giaciuto per molte centinaia di anni,
incredibilmente più maestoso e bello della stessa realtà classica” (Aldous Huxley)
La
gente aveva cominciato a ripararla con sacchetti di sabbia, ma erano arrivati
solo all’altezza della vita del Cristo risorto. Alzai gli occhi al soffitto e
realizzai che sarebbe stata sufficiente una granata per distruggere quel
capolavoro. Talvolta mi chiedo come mi sarei sentito, ora, se mi fosse capitato
di distruggere la Resurrezione. Per un momento ho pensato di scrivere ad Aldous
Huxley. Ciò che era accaduto avrebbe potuto costituire un bell’esempio del
potere della letteratura, e di come la penna sia più potente della spada!
Sono tornato a Sansepolcro molti anni dopo; il
sindaco Ottorino Goretti (sindaco dal 1964 al 1976) mi consegnò le chiavi della
città, onorandomi della cittadinanza. Così parlò il sindaco Goretti: ”Ricorre
quest’anno il ventennale della Liberazione; e mentre torna alla mente il
ricordo di eventi tristi e tragici, con gioia vogliamo ricordare e celebrare un
avvenimento ispirato da calorosa e profonda umanità, e dal rispetto ed amore per la civiltà e la storia. Quanto accadde in
quel lontano 1944, ad opera del capitano Clarke che salvò la Resurrezione di
Piero della Francesca e Sansepolcro dal bombardamento, sta a ricordarci come
l’attenzione alla cultura e all’arte abbia sconfitto la brutalità della guerra.
Possiamo, perciò, sperare che vedremo un giorno la fine delle guerre, che le
nostre comunità potranno vivere in armonia ,
e che l’arte e la cultura porteranno, finalmente,
la pace fra i popoli”.
(Il capitano inglese, Anthony Clarke, insignito
della Croce militare per ‘valore e
coraggio in combattimento’ è morto nel
1981, a Cape Town, in Sudafrica, dove si era ritirato aprendo una importante
libreria. A Sansepolcro, una via porta
il suo nome, a ricordo di quando la Resurrezione salvò Sansepolcro dal
bombardamento).(Testo raccolto e rielaborato da Pietro Acquafredda)
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