giovedì 6 ottobre 2016

Quel gran cuore di Dacia Maraini

Nelle ultime settimane ci ha sorpreso l'attivismo, autentico, di Dacia Maraini, sul Corriere, a difesa dei diritti umani, cominciando dai bambini che in paesi occidentali e non sembrano non avere più difensori.

Ha cominciato con quel suo struggente reportage dal Venezuela di Maduro, allo stremo e nel disordine totale, illustrato da una immagine che non poteva non lasciare sgomenti. Negli ospedali, anche lì, in quel grande paese, stremato dalla crisi petrolifera e dalla dittatura , manca di tutto.
Anche le culle per neonati, nei reparti maternità, ed allora ricorrono agli scatoloni con i quali nell'Occidente ricco arrivano le banane dal Sudamerica. Talvolta, raccontava la Maraini, essendo i bambini più lunghi degli scatoloni, li mettono di traverso per farceli entrare. E su uno dei lati un bigliettino con le generalità del neonato. Nel disastrato Venezuela l'indigenza comincia già dalla nascita. E, salvo qualche reportage come quello della Maraini, comunque assai raro,  nessuna voce si leva contro quel dittatore che sta portando alla guerra civile il suo popolo.

Passano pochi giorni ed ancora un reportage, questa volta dall'altra parte del mondo, da una nazione più vicina a noi, la Siria, martoriata come il Venezuela, dove il presidente, in coppia con l'alleato Putin, non si limita ad affamare il suo popolo,  continua ad ammazzare centinaia e migliaia di  suoi cittadini, senza riguardo neanche per bambini e malati, giacché distrugge anche ospedali. L'assedio di Aleppo meriterebbe la messa sotto accusa del macellaio siriano. Ma nulla accade, gli equilibri nel medio Oriente sono da ridefinire e per questo non si bada tanto per il sottile.
 Il reportage  della Maraini, anche questo secondo, è illustrato da una foto, dalla quale muove le sue riflessione.
Ritrae bambini, non piccolissimi, che fanno il bagno e giocano in alcune pozze d'acqua, non potabile - ad Aleppo manca anche l'acqua potabile; Assad bombarda i suoi cittadini e li asseta  augurandosi che se non con le bombe con la mancanza d'acqua li addomesticherà.
In quelle pozzanghere,  piccoli crateri, un pò profonde, i bambini giocano come tutti i bambini del mondo, ignorando che queclle pozzanghere sono state prodotte dalle bombe che Assad e Putin sganciano giornalmente sulla città.  E' il modo con cui l'infanzia riesce a passare sopra  una tragedia, anzi a sfruttarla per il proprio passatempo.

Dacia Maraini interviene ancora, qualche giorno dopo, su un altro drammatico problema di oggi, dell'Occidente, quello dei migranti, che andrebbero chiamati 'rifugiati' a voler essere precisi. E racconta da Pescasseroli, dove ha una casa, che lì sono ospitati una cinquantina di migranti in una struttura alberghiera (Pescasseroli è una località dell'Abruzzo di montagna, molto frequentata). Da quel che pare di capire questi migranti ospitati non rappresentano per Pescasseroli la 'peste' da evitare, tenendoli segregati. E la Maraini avanza una proposta già altre volte avanzata. Questi giovani hanno bisogno di lavorare, non possono essere lasciati segregati, sebbene in  un  albergo dignitoso. Ci sono in Italia, ma  anche in  Abruzzo, da dove la Maraini scrive, tanti piccoli borghi che hanno bisogno di cure e magari di essere ripopolati. Lì ci sarebbe tanto da fare. Perchè non ci si pensa, a Pascasseroli come altrove? Nelle scorse settimane in tv s'è visto un esperimento di tal genere riuscito nella zona dell'Aspromonte . Che si aspetta ad esportarlo? I migranti -  rifugiati! - sarebbero felici di mettersi al lavoro. Sono esseri umani che tengono quanto tutti alla loro dignità e non aspettano altro che si dia loro un lavoro che li faccia sentire utili al mondo al quale hanno chiesto aiuto, ottenendolo alla bene e meglio.


P.S.Ed oggi un nuovo allarme lanciato dalla Maraini, complice una foto, ancora una foto choc. I bambini dello Yemen ridotti pelle ed ossa, tanti di loro stanno ormai  in due palmi di mano, lasciati morire dal mondo che si gira  per non vedere. Ancora un allarme ancora uno scandaloso atteggiamento  del mondo ricco.

mercoledì 5 ottobre 2016

Approvata la nuova legge sull'editoria. Tetti agli stipendi Rai( Dal sito di Franco Abruzzo)

Via libera definitivo della Camera al disegno di legge sull'editoria, che disciplina principalmente il sostegno pubblico al settore. L’ammontare del contributo dipenderà dal numero di copie annue vendute. Favorite le assunzioni degli under 35. Tetto agli stipendi Rai, riordino dei prepensionamenti e Consiglio nazionale dell'Ordine ridotto a 60 membri (40 professionisti e 20 pubblicisti) - IN ALLEGATO il Dossier n. 173 dell'Ufficio Documentazione e Studi della Camera dedicato alle NORME SUL SOSTEGNO ALL’EDITORIA E ALL’INFORMAZIONE. - Le reazioni, la Fnsi, l'Ordine nazionale e gli Ordini regionali, la Fieg, Roberto Rampi (Pd) e Giancarlo Ghirra. 
ROMA, 4 ottobre 2016. - Via libera definitivo della Camera al ddl editoria, che disciplina principalmente il sostegno pubblico al settore. Ecco, in sintesi, il testo (in Il contenuto del testo trasmesso dal Senato).

IL FONDO - Ad alimentarlo le risorse statali per il sostegno all’editoria quotidiana e periodica, ma anche quelle per le emittenti locali. Previsto l’uso di una quota, fino a 100 milioni di euro annui per il periodo 2016-2018, delle eventuali maggiori entrate da canone Rai in bolletta. Ci sarà anche un contributo di solidarietà da parte dei concessionari di pubblicità su tv e stampa (0,1% del reddito complessivo annuo).

I SOGGETTI BENEFICIARI - Il testo delega il governo a ridefinire l’intera disciplina, entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, partendo dalla platea dei beneficiari. Tra questi, oltre alle tv locali, le cooperative giornalistiche e gli enti senza fini di lucro, quotidiani e periodici delle minoranze linguistiche, imprese ed enti che editano periodici per non vedenti o ipovedenti, associazioni di consumatori, imprese editrici di quotidiani e periodici diffusi all’estero. Esclusi esplicitamente i giornali di partito e le imprese editrici di quotidiani e periodici che fanno capo a gruppi editoriali quotati o partecipati da società quotate. L’ammontare del contributo dipenderà dal numero di copie annue vendute (che non può essere inferiore al 30% delle copie distribuite per le testate locali e al 20% per quelle nazionali) e dagli utenti unici raggiunti, oltre che dal numero di giornalisti assunti. Previsti criteri premiali per l'assunzione a tempo indeterminato di under 35 e limiti massimi al contributo erogabile (50% del totale dei ricavi dell’impresa).

IL TETTO AGLI STIPENDI - Amministratori, dipendenti e consulenti Rai non possono percepire stipendi superiori ai 240 mila euro, tetto che non potrà essere superato anche qualora l'azienda dovesse emettere bond. Il provvedimento prevede anche una riduzione delle risorse pubbliche alle imprese che superano nei confronti del proprio personale, di collaboratori e amministratori, il limite di 240 mila euro. Il governo è delegato a deciderne la rimodulazione.

INCENTIVI E LIBERALIZZAZIONE VENDITA - Il governo dovrà incentivare gli investimenti nell’innovazione digitale, assegnare finanziamenti a progetti innovativi, liberalizzare la vendita dei prodotti editoriali e gli orari di apertura dei punti vendita, incentivare sul piano fiscale gli investimenti pubblicitari su quotidiani e periodici nonché sulle radio e tv locali.

ORDINE GIORNALISTI E PREPENSIONAMENTI - Il testo delega il governo ad adottare, sempre entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, criteri più stringenti per il ricorso ai prepensionamenti dei giornalisti e a rivedere la procedura per il riconoscimento degli stati di crisi, nonché a riordinare e razionalizzare le regole per il Consiglio dell’Ordine (il numero dei componenti viene ridotto a 60, riequilibrandone il rapporto tra professionisti e pubblicisti, due terzi e un terzo).

CRITERI DI EROGAZIONE DEI CONTRIBUTI - Il governo dovrà semplificare l’erogazione dei contributi, che avverrà in due rate (la prima entro il 30 maggio, pari al 50%). Il testo disciplina, inoltre, tempi e modalità di presentazione delle domande e stabilisce i requisiti per la testata online (deve essere regolarmente registrata presso una cancelleria di tribunale, avere un direttore responsabile iscritto all’Ordine, produrre principalmente informazione con aggiornamento quotidiano, non essere una mera trasposizione telematica di una testata cartacea né un mero aggregatore di notizie).

LA CONCESSIONE RAI - Viene ridotta a dieci anni, con un regime transitorio di non oltre tre mesi. (ANSA).

4.10.2016 - La riforma dell'editoria è legge, la Fnsi: «Bene, ora i decreti attuativi per il rilancio del settore» La riforma dell'editoria è legge. Con 275 voti a favore, 80 contrari e 32 astenuti, la Camera dei deputati ha dato il via libera definitivo al provvedimento che ora, per diventare pienamente efficace, deve essere completato con i decreti attuativi previsti delle deleghe al governo. Lorusso e Giulietti: «Poste finalmente le basi per il rilancio del sistema dell'informazione». - LE REAZIONI. TESTO IN http://www.fnsi.it/la-riforma-delleditoria-e-legge-la-fnsi-bene-ora-i-decreti-attuativi-per-il-rilancio-del-settore



Battistoni, Rustioni, Gamba, Ciampa(non citato),Quatrini... giovani direttori d'orchestra fanno carriera ottenendo incarichi stabili

L'inutile intervista ad Andrea Battistoni ( veronese, trent'anni quasi, chiamato a dirigere, da direttore principale, la Tokyo Philharmonic Orchestra con contratto quadriennale),  apparsa ieri su Repubblica, a firma del presidente dell'Associazione critici musicali italiana, Angelo Foletto, segnalava l'avanzata a passo spedito  anche dei nostri direttori d'orchestra trentenni,  avanzata a noi graditissima, giacchè non manca occasione per  pronunciarci sulla scarsa attenzione in  Italia verso i giovani musicisti, nella maggior parte dei casi da parte delle istituzioni musicali e della stampa, la quale, va detto,  in qualche caso si butta a capo fitto, ma non conta la professionalità, ci deve essere di mezzo l'età 'giovane'(come  di recente con il direttore persiano, ventiseienne, chiamato alla 'Toscanini' di Parma).

Perchè intervista 'inutile'? Perchè oltre i nomi di alcuni 'giovani' direttori -  sul podio la giovinezza di una bacchetta resta tale anche a trent'anni suonati, data la particolare fisionomia del mestiere di direttore che oltre la genialità e preparazione richiede esperienza - ed una o due domande che sarebbero potute risultare interessanti,  ma nei fatti  anche esse inutili perchè non approfondite, come quella sulla gestione dei complessi orchestrali in Giappone ( un direttore di giornale direbbe: dov'è la notizia?) - la pagina di Repubblica  altro non dice. Nè ci può interessare leggere domande del tipo: non la vede come la solita fuga di cervelli? o, a seguire, ' quindi non c'è da temere il tradimento giapponese 'definitivo'?
 Che domande sono, rivolte ad un giovane direttore italiano che ha una opportunità di lavoro part- time all'estero, dove potrà farsi una esperienza che forse in Italia ai 'giovani' direttori 'italiani' non viene offerta?
 Gli scambi fra nazioni nel caso dei direttori d'orchestra sono abbastanza normali; in Italia  di orchestre non ve ne sono poi tante; e, infine, le istituzioni - e torniamo a denunciare che quando devono assumere  un  giovane direttore, preferiscono uno straniero - non sentono particolarmente il problema, anche perchè chi le finanzia, lo Stato in primis, su tale argomento non dà nessuna direttiva, in nome della 'libertà di progettazione'  riconosciuta ai validissimi direttori artistici. Tutte fandonie; e l'invocata libertà serve solo a coltivare campicelli ed interessi non sempre specchiati.
Se un giorno si dovessero chiudere le frontiere degli altri paesi in faccia ai nostri musicisti sarebbe una tragedia, perchè l'attività musicale italiana ha sempre meno bisogno di forze nuove, a causa della sua costante incessante riduzione, ed anche distruzione, con l'avallo colpevole della recente  legislazione. Perciò domandare ad un giovane direttore se è in fuga, è domanda inutile ed anche stupida, caro Foletto.

Sul 'cervello' basterà poi ricordare il libro del nostro Battistoni sulla musica (Non è musica per vecchi)  capolavoro e summa di ovvietà, ben altra cosa dal cervello applicato al pensiero musicale. Ciò non vuol dire che Battsistoni non abbia cervello per il suo mestiere, quello di direttore.
Sulla fuga 'definitiva' oggetto di un altro 'capolavoro' di domanda, sorvoliamo.

Poi, un articolo come quello di Foletto, serve  anche per inserire nella lista qualche nome segnalato da suggeritori amici. Come quello di Sesto Quatrini, il cui viso non ci è nuovo, avendo egli studiato al Conservatorio dell'Aquila negli stessi anni in cui noi vi insegnavamo. Ma oltre che  fisicamente non abbiamo mai saputo nulla di lui, perchè non ha mai frequentato le nostre classi, nè abbiamo mai assistito ad un suo esame o prestazione sul podio.
La sua carriera recente, invece, serve a farci ricrederci su una scuola di direzione, autentica fucina di direttori d'orchestra, che un autentico fuoriclasse del settore, come Marcello Bufalini, sta creando a L'Aquila, dove si è messo in luce oltre Quatrini, anche la giovane Nil Venditti, che ha vinto di recente il 'Premio Abbado' per la direzione, quello che un tempo si chiamava 'Premio nazionale delle Arti.

 Anche perchè la sua scuola ha un vantaggio che altri insegnanti di direzione non hanno. In ragione della circostanza, preziosissima e rara, che a due passi dal Conservatorio, sua moglie Luisa Prayer, direttrice artistica dell'Istituzione Sinfonica Abruzzese, provvede a far debuttare, appena usciti dalla scuola di suo marito, i giovani direttori, sul podio dell'Orchestra abruzzese. La quale  non sarà la Tokyo Philharmonic Orchestra (come, del resto, Bufalini non è né Franco Ferrara, e neanche Jorma Panula, però attenti a lui:  benchè non  più 'giovane', come si intende oggi, ha un futuro ancora tutto da disegnare) ma è pur sempre un'orchestra sulla quale un giovane direttore può fare esperienza preziosa; mentre non è vero il contrario e cioè che una passerella di giovani direttori,  se non affiancata da una guida fissa, autorevole e con molta esperienza alle spalle, possa far bene all'orchestra. Intanto, la Sinfonica Abruzzese, ospitando questi giovani usciti dal Conservatorio aquilano, offre visibilità alla scuola di Bufalini. E' già qualcosa.

lunedì 3 ottobre 2016

Il governo delle città agli artisti, oltre che ai filosofi. Insomma ad oligarchie illuminate

Tempi e casi in cui al governo, addirittura di qualche paese, si potevano trovare esimi musicisti ( Paderewsky, il caso più eclatante, titolare delle più alte cariche pubbliche nella Polonia, dopo la Grande guerra) sono lontani, lontanissimi e sempre più rari. Perchè gli artisti, soprattutto, sanno che la politica, se assunta con l'impegno necessario, rischia di mettere fine alla attività principale per la quale essi stessi sono conosciuti ed apprezzati.  In tempo recenti si registra il caso di Havel ed altri non se  ne ricordano.
La candidatura di Riccardo Muti alla Presidenza della Repubblica, proposta da Vittorio Sgarbi è fortunatamente naufragata. Fortunatamente soprattutto per Muti che potrà continuare  a fare il direttore, dove rende meglio che in qualunque altra possibile attività.

Oggi, filosofi ed artisti, preferiscono attività ed impegni più redditizi. Almeno fino a quando non scoprono che con certi incarichi politici, talvolta impegnativi, si possono avere benefici anche grandi, perfino più grandi di quelli che direttamente o indirettamente, alla luce del sole o sottobanco si ricevono assumendo incarichi dirigenziali in istituzioni culturali (sovrintendenze, direzioni artistiche, direzioni di celebri istituti culturali ecc...), talvolta senza nemmeno domandarli, perchè qualche servo che si prostra ai piedi di chi comanda, anche se non richiesto, è sempre dietro l'angolo, pronto a farsi avanti ed offrirsi.

Ma in anni molto recenti, con nostra sorpresa, troviamo due giovani musicisti, compositori per la precisione, che hanno assunto incarichi politici; in un caso, di grande peso, e cioè quello di Assessore alla cultura del Comune di Milano, nel gabinetto Pisapia, rinnovato anche da Sala, assunto da Filippo Del Corno, di cui non si è mai sentito parlare tanto, ma che forse proprio dietro la facciata silenziosa agisce e svolge con impegno e dedizione il suo delicato compito, come ha fatto quando ha dovuto risolvere il problema della successione a Francesco Micheli ed al suo gruppo, alla guida del festival Mito, affidato da Del Corno alle cure artistiche di un suo compagno di avventure  musicali, come Nicola Campogrande, i cui esiti sorprendentemente entusiasmanti abbiamo sentito sottolineare dallo stesso direttore artistico e dai suoi sodali della stampa milanese. E le cui fortune artistiche sicuramente andranno a gonfie vele nei prossimi mesi od anni, cosa che non ci sembra sia accaduto a Del Corno - ma forse Milano è per noi troppo lontana perchè ci giungano gli echi della sue strabilianti imprese musiciali. Del Corno che sembra, dunque, aver trovato una buona soluzione per il Festival Mito, forse non è intervenuto con identica partecipazione e convinzione, assieme al suo sindaco, nella questione che ha visto Torino e Milano, contrapposte nel settore dei libri, per via della scissione prodottasi all'interno dell' AIE.

Ma ora un altro caso, con una responsabilità meno prestigiosa, seppure impegnativa altrettanto, è venuto alla luce, almeno per noi. Quello di Cristian Carrara, una altro compositore, friulano d'origine ma stabilitosi a Roma, dove ha fatto una discreta carriera nelle ACLI ed anche nelle sezioni dei partiti politici, riuscendo a  vincere le elezioni regionali ultime, e divenendo, nel gabinetto Zingaretti, Presidente della Commissione cultura.
 Il suo nome, nelle cronache musicali, dalle Alpi alla Sicilia, compare spesso e noi lo abbiamo notato con piacevole ricorrente sorpresa,ancora più grande  dal momento che riscontriamo come tale e tanta attività musicale, almeno negli ultimi quattro o cinque anni,  già prima  del suo incarico in Regione, è convissuta con un impegno sociale civile e politico di qualche peso. E tuttora continua. Bravo!

Dal duello Renzi-Zagrebelsky alla identificazione di Elena Ferrante, ricorrendo alla denuncia dei redditi della traduttrice/ autrice

Davvero non riusciamo a capire l' illegalità che si riscontra nella ricerca effettuata da un giornalista del Sole 24 Ore il quale, per venire a capo della identità di Elena Ferrante, la scrittrice di successo che pubblica per la casa editrice e/o, sia andato a rovistare  nelle dichiarazioni dei redditi, su una traduttrice molto nota italiana, sposata allo scrittore Starnone, il cui nome era qualche volta venuto fuori fra i più indiziati.
Il giornalista, armato di santa pazienza, è andato a spulciare le denunce dei redditi della traduttrice, scrittrice in incognito, rilevando che con il suo lavoro di traduttrice non avrebbe potuto  ricevere dal suo editore le somme che compaiono, a partire da certi anni - da quando cioè data il suo successo editoriale - nelle sue dichiarazioni dei redditi. E neppure gli acquisti immobiliari che ne sono seguiti sempre a partire da quegli anni.
A noi il suo nome non ci interessa, perchè Lei è e resterà per noi Elena Ferrante. Come lo è anche per i suoi editori che non hanno nè confermato nè respinto i risultati delle ricerche reddituali del giornalista del Sole 24 Ore. Che hanno la stessa validità di quelli sul DNA, addotti in molti casi come incontrovertibili per l'assoluzione o la condanna di persone implicate in fatti delittuosi. Punto e basta. Inutile lanciarsi contro il giornalista che avrebbe violato la privacy della scrittrice. Per non farsela violare sarebbe bastato che lei non si fosse prestata al gioco dell'anonimato che ha fatto venire la voglia a quel giornalista, ma non a lui soltanto, di venire a capo del rebus.

Questa storia ce ne ha fatto venire in mente un'altra, riguardante la 'figlia' di Nino Rota, per la quale l'identità della donna che la partorì è rimasta, fino ad ora ufficialmente, sconosciuta , ma che secondo noi era una notissima signora dell'ambiente del cinema italiano con la quale Rota ebbe sempre un rapporto di grandissima familiarità, e con la quale l'avrebbe concepita, durante - verosimilmente - un lungo viaggio che i due fecero in Inghilterra.
A questa conclusione ed alla conseguente identificazione della possibile madre della figlia di Nino Rota, giungemmo anni fa, sia in considerazione dello strettissimo legame fra i due genitori, sia anche per il fatto che la 'signora del cinema italiano' si era presa cura, finchè  era stata al mondo, di quella donna, cui non aveva mai fatto mancare nulla (forse per disposizione congiunta e con i soldi messi a disposizione dal musicista) fino a quando, dopo la morte del musicista, il suo nome è venuto alla luce come anche il suo diritto all'eredità.
Il nome della signora lo facemmo a suo tempo, in un articolo dettagliato che ci aveva portato a tale conclusione, e non c'è affatto bisogno che lo ripetiamo anche in questa circostanza. Quella donna se aveva un padre, Nino Rota, doveva aver anche una madre; e se questa non si è fatta mai spontaneamente avanti, che male c'è che qualcuno indaghi per identificarla?

E poi il duello televisivo ( La 7) Renzi-Zagrebelsky, arbitrato da Mentana, del quale abbiamo già scritto in questo nostro blog, concludendo che  non c'è stata vittoria di nessuno e che la sfida è finita pari, con qualche decimale di vantaggio, se vogliamo spaccare in quattro  il capello, per Renzi, che si è sottoposto alla sfida, dando prova di  grande coraggio, con l'incarnazione stessa della dottrina costituzionale, nella persona di Zagrebelsky.  Sulla cui partita persa contro Renzi s'è pronunciato perfino Scalfari, dichiarandosi preventivamente amico del costituzionalista, al quale però ha impartito dal pulpito domenicale di Repubblica, una lezione di storia della democrazia che, ha sottolineato Scalfari, non è mai stata 'diretta', né può esserla, bensì 'rappresentativa', affidata ad una 'oligarchia', illuminata o meno, ma sempre e  comunque invisa al costituzionalista, dalla Grecia ai nostri giorni. Più duro di Scalfari su Zagrebelsky è stato oggi, sul nuovo 'Foglio' del lunedì, l'elefantino.

Arena Lirica spa a Verona. Con l'intimo di Calzedonia. A Parma uno spettacolo da 'mille e un Euro'

Veronesi, patron di Calzedonia-Intimissimi e Manni, dell'omonima azienda veronese, sono - sarebbero - pronti a partire con il progetto di privatizzare la gestione dell'Arena (si limiterebbero alla gestione dell'Arena in estate - quella che produce, se ben amministrata, i maggiori guadagni e che potrebbe essere ancor più produttiva, qualora il progetto di coprirla, finanziato proprio dal patron di Calzedonia - dovesse un giorni realizzarsi).

Dunque una società privata che ogni anno (stagione) assume e licenzia, per i tre mesi in cui l'Arena  allestisce gli spettacoli all'aperto, ma che forse potrebbe ospitare, anche in altri mesi dell'anno, altri 'eventi'- li chiamano così, anche quando si tratta di spettacoli lirici o concerti; sono sempre 'eventi', perché una 'replica' ha poco appeal!). In questo secondo caso l'Arena diventerebbe soltanto un luogo che ospita spettacoli - o 'eventi' , secondo il nuovo dizionario trecani e tregatti.
 E tutto il resto dell'anno, e la Fondazione Arena di Verona, quella che fa opera e concerti tutto l'anno al Teatro Filarmonico e che ha orchestra e coro stabili?
 Di quella i due lungimiranti investitori privati non si danno pena, e giacché Fuortes ha già ottenuto che per risanare i conti, venga chiusa proprio in autunno per un paio di mesi ( con risparmio di costi di 2 milioni circa per anno), tale chiusura - pensano i due industriali - si potrebbe estendere a tutto il resto dell'anno, chiudendo la Fondazione, completamente, in favore di 'Arena Lirica spa'.
Per lo Stato, qualora dicono i due industriali veronesi lo Stato decidesse finalmente di farla gestire ai privati, sarebbe un gran risparmio, e si toglierebbe dalle scatole una Fondazione lirica, delle 14 attive.

Tale modello potrebbe poi applicarsi anche ad altre, portando a compimento il progetto che Nastasi, negli anni in cui ha fatto il buono e cattivo tempo al Ministero, ha fortemente  desiderato anzi voluto, ma che non gli è riuscito di realizzare.  Ma non è detto che il suo fedelissimo scudiero Franceschini 'mezzo disastro' non ci riesca.
 E, infatti la legge che si sta discutendo, in previsione della quale l'ANFOLS ha chiesto al Ministro di essere ascoltata, prevederebbe che  le Fondazioni che entro il 31 dicembre del 2018 non hanno i conti in ordine, vengano declassate da Fondazioni a 'Teatri lirici'. Che vorrebbe dire, meno finanziamenti e molto altro ancora.

Qualche nostro collega che si intende particolarmente di cose economiche ha  specificato che potrebbero essere declassati a 'teatri di tradizione',  ad enti cioè sempre finanziati dallo Stato, che ospitano di tutto nelle loro stagioni e soprattutto che non hanno 'masse' artistiche - come volgarmente si definiscono in Italia orchestra e coro delle Fondazioni' - stabili.
Ci sembra di risentire l'eco della 'pazza idea' di Fuortes a Roma, quando. d'accordo con Nastasi - sempre lui, il mostro in agguato - voleva 'esternalizzare' orchestra e coro, per risolvere i problemi del teatro dell'Opera di Roma di cui era stato nominato commissario dal ministro 'facente funzione' (Nastasi) ' come accade in tanti teatri nel mondo' - dichiarazione di uno sprovveduto  alla quale avevano replicato proprio i sovrintendenti di grandi teatri d'Europa, dando a Fuortes dell'incompetente oltre che del folle.
 Insomma i teatri sarebbero dei carrozzoni da smobilitare, però Nastasi non ci ha mai spiegato perchè in uno di questi, benchè carrozzone, Napoli, aveva fatto sorgere ex novo un Museo, dove ha trovato lavoro per sua moglie.

Ciò che gli imprenditori veronesi non hanno spiegato è cosa farebbero il giorno in cui si rompessero di  organizzare l'opera in Arena. Non è come nell'idustria dell'intimo, dove ,passato di moda un modello di reggiseni e mutandine, se ne fa un altro, senza una grande fatica. Con l' Arena che si fa? ci direbbero soltanto: basta, ora vogliamo pensare ad altro? oppure vi porterebbero spettacoli di circo,  gare di ogni genere, sfilate di intimo e costumi da bagno - il settore nel quale Calzedonia viaggia a vele spiegate?
 La storia dell'Arena, il vanto dell'opera italiana, le ricadute economiche sulla città a seguito ed in ragione degli spettacoli lirici (non sui conti bancari di Calzedonia- Intimissimi) ecc... che fine farebbero? Veronesi e Manni lo spieghino.

E il Ministro spieghi, dal canto suo, che fa una 'fondazione lirica' quando viene declassata a 'teatro lirico' ( con lo stesso meccanismo dei teatri di prosa ma con la grandissima differenza che i teatri di prosa non hanno orchestra e coro stabili)? Licenzia tutti i professori d'orchestra e del coro? E di tutti i dipendenti tecnici e amministrativi che se ne fa, non avendo più un'attività che li giustifichi e  soprattutto nè orchestra nè coro?
 Il Ministro che vuole ricostruire la platea del Colosseo per ospitarvi ogni genere di spettacolo si renderà responsabile di tale atto barbarico distruttivo della grande tradizione operistica italiana, che il mondo intero ci invidia - è proprio il caso di dirlo?
 E poi, se un 'teatro lirico' raddrizza le sue gambe può aspirare nuovamente a far parte delle Fondazioni, dalle quali era stato espulso per cattiva amministrazione? E allora che fa? Riassume orchestrali e coristi, magari in numero decisamente inferiore, come anche gli amministrativi? E se poi dovesse nuovamente ricadere nel vizio di non far quadrare i conti? Di  nuovo fuori?

Non sarebbe più saggio - sempre che tale virtù venga ancora coltivata nelle stanze del potere - mettere  come amministratori e direttori artistici nei teatri persone competenti e responsabili con incarichi a tempo, dicendo da subito loro che se i conti non tornano, se non riescono cioè a farli quadrare con i soldi pubblici e privati, pagano di persona?
 Questo sarebbe veramente una mossa saggia dello Stato - altro che privatizzazione! - che invece tende sempre a dare tali incarichi come premio per i servizi resi al potere da questo o quel funzionario.

In questi giorni l'amministrazione Pizzarotti ha deciso, nel corso dell'annuale 'Festival Verdi' di Parma', di ospitare  nel celebre Teatro Farnese - una meraviglia che toglie il respiro ancora oggi! - alcune recite della 'Giovanna d'Arco', affidandone la realizzazione ad un noto regista cinematografico ( Greenaway, in coppia con la sua signora). Ma sembra che - tanto per restare in tema di buona amministrazione - lo spettacolo che si avvale soprattutto di luci e proiezioni, e di costumi che si possono comprare anche ai grandi magazzini, sia costato - secondo fonti giornalistiche sempre molto informate, come il blog di Luigi Boschi - intorno ai 500.000 Euro. Una enormità.
Quanto sarebbe costato se avesse dovuto -ma non al Farnese - prevedere anche scene? E quanto frutterà, in termini di biglietti venduti, quello spettacolo fortemente voluto, oltre che da Pizzarotti, dai nuovi vertici del Regio di Parma, per le cui nomine Pizzarotti si beccò una denuncia per irregolarità amministrative, dalla quale proprio nei giorni scorsi è stato del tutto scagionato?

sabato 1 ottobre 2016

Renzi-Zagrebelsky. Pari

A giudicare l'incontro/scontro di ieri sera fra Renzi e Zagrebelsky arbitrato da Mentana, sugli schermi de La 7, con gli stessi criteri con cui la stampa ha giudicato  lo scontro americano televisivo fra Trump, l'impresentabile e Clinton, l'antipatica, si dovrebbe concludere che non ci è stato nè vincitore nè vinto, e che tutti e due si sono difesi, ognuno con le proprie ragioni, senza riuscire a  tirarsi dalla propria parte nessuno dello schieramento opposto.

Sebbene il grande costituzionalista abbia dichiarato alla vigilia che  non si sentiva  a suo agio  davanti ad una telecamera, il suo compito di professore, competente e sicuro delle sue idee, l'ha svolto egregiamente.
E al presidente Renzi,  dei due il più svantaggiato, di fronte a chi voleva a tutti i costi fargli un esame di diritto costituzionale, e quindi di considerarlo alla stregua di uno studente in attesa di ricevere la votazione d'esame, gli va dato atto che s'è difeso abbastanza bene, nonostante qualche momento di nervosismo che avrebbe fatto bene a dominare.

In sostanza Zagrebelsky ha sostenuto la tesi che sebbene la riforma fosse anche necessaria, di una riforma pasticciata come ha giudicato quella di Renzi, non c'era proprio bisogno. Si elimina il CNEL, si ridisegnano le competenze delle Regioni e dello Stato centrale, si riducono i costi della politica,  si elimina il Senato, la cosiddetta 'seconda' Camera, in parte bene... ma  la nuova assise creerà più problemi di quanti avrebbe voluto risolverne.
 Ed ha anche aggiunto che il modo in cui  Renzi esponeva le novità della riforma - soprattutto con quel 'si sa subito chi vince' lo preoccupa, più che per Renzi stesso, per ciò che potrebbe accadere in futuro, in un paese non più bipolare per le forze politiche in campo, bensì tripolare, e con il ballottaggio che potrebbe, attraverso il premio di maggioranza, consegnare Paese e Parlamento ad una forza politica non maggioritaria, e potrebbe anche darsi che in futuro - disgraziatamente- a governarci, non sia Salvemini, ma uno che per il cognome gli somiglia molto, Solo per il cognome.

Anche Zegrebelsky, in qualche momento, ha tirato fuori qualche ruggine nata per il comportamento della ministra Boschi, quando ha ricordato di essere stato richiesto di un parere costituzionale sulla riforma e di averlo, una volta ricevuto, gettato nel cestino della cartaccia. E qualche spettatore ha anche pensato che alla base di alcune sue critiche ci fosse proprio questa ruggine con la ministra, più volte citata.
 Renzi ha ribadito sempre che la riforma è attesa dal paese da molti anni e che non può essere ancora una volta affossata dalle discussioni infinite del Parlamento, anche questa volta che il testo è stato discusso e ridiscusso votato e rivotato.

Alla fine quell'incontro-scontro che doveva risolversi in una sconfitta del Premier bacchettato dal celebre professore s'è concluso con un pari delle forze in campo.
 Nessuno dei due è riuscito a convincere pienamente, o meglio ambedue hanno convinto su singoli aspetti della riforma, nessuno decisivo e dirimente. E il pubblico, il Paese, resta diviso fra chi vuole la riforma, anche se non perfetta perchè il Paese deve rinnovarsi, e chi invece pensa sia meglio lasciare le cose come stanno per non peggiorarle.
Ma quest'ultima affermazione si va facendo da anni, mentre contemporaneamente si dice che le cose vanno assolutamente cambiate perchè così non si va avanti.