E' stata presentata la prossima stagione sinfonica e cameristica della romana Accademia di Santa Cecilia- che, inspiegabilmente, non è ancora visibile sul sito dell'istituzione - dal nuovo sovrintendente, dall'Ongaro, e dal direttore musicale, Pappano, che ha confermato di aver allungato la sua permanenza a Londra (Covent Garden) fino alla stagione del 2020, mentre a Roma dovrebbe restare fino al 2019, salvo ripensamenti e precipitosi matrimoni definitivi.
Nessuna novità sugli artisti, specie fra i direttori ospiti: tutti stranieri come nella norma delle stagioni passate, gli stessi di sempre, compresi alcuni debutti di direttori praticamente sconosciuti, di cui sono pronti a raccontarci meraviglie. Nessun nuovo arrivo di direttori di gran nome di cui da tempo si invoca e viene promessa, invano, la presenza: lo staff dell'Accademia è troppo impegnato a dirigere il traffico esistente per andare a impelagarsi in territori che da tempo non frequenta, temendone insidie generate eventualmente dalla rottura di precedenti equilibri.
Per il secondo o terzo anno consecutivo, Pollini diserta, dopo decenni, la stagione ceciliana. Perchè?
Grandi novità, invece, sembrano esserci nelle parole d'ordine dell'Accademia. La prima, sputata dal sovrintendente: 'da soli ormai non si va da nessuna parte', per giustificare le numerose (due,in realtà, e le solite con qualche appendice) collaborazioni con altre istituzioni: la commissione congiunta a Peter Eotvos, dell'Accademia, della Scala, dell'Orchestra Rai e dell'Opera di Firenze; con Musica per Roma per 'Luglio suona bene'; con l'Opera di Roma per Bussotti e per l'offerta promozionale di quattro spettacoli fra Opera e Accademia; e con Romaeuropa per un'opera di Lucia Ronchetti per sole voci (commissionata, in verità, dal Massimo di Palermo; dunque collaborazione per l'ospitata a pochi giorni dalla prima siciliana che avverrà a metà ottobre).
La seconda parola d'ordine, lanciata da Antonio Pappano, doveva giustificare il cambio dei giorni dei concerti, sia sinfonici che cameristici: 'un direttore di nome non si può pretendere che resti a Roma per tre concerti quattro giorni', riposando la domenica, come avviene ancora oggi.
Pappano, forse a causa della sua non perfetta conoscenza della lingua italiana, non si è reso conto della volgarità e dozzinarietà della sua affermazione. I cavalieri dell'arte, i difensori della civiltà del bello, vogliono arrivare a Roma, fare tre prove al massimo (magari facendosi precedere da qualche assistente e limitandosi alla 'generale'), e poi dopo i tre concerti uno di seguito all'altro, via su un aereo per atterrare in un'altra piazza, dove fare nuovi... danni. Un meccanismo che va veloce, e che non ha più tempo per essere oleato a dovere. Per questo i concerti saranno di giovedì, venerdì, sabato. Mercoledì per i concerti da camera, nei quali si segnala l'impresa titanica di avviare l'esecuzione delle 100 e passa sinfonie di Haydn da qui al 2032... praticamente fino all'eternità, affidate ad Antonini sul podio dell'orchestra da camera di Basilea.
Il sovrintendente ha poi annunciato che a partire dall'anno prossimo, stagione 2017-18, prenderà il via un altro progetto che durerà fino al 2050 ( trecento anni dalla morte), e che prevede l'esecuzione integrale del catalogo di Bach; e, dalla stagione successiva quella del 2018-2019, un terzo dedicato a Mozart (esecuzione integrale della sua opera, che si concluderà nel 2091 ( terzo centenario della morte).
Invece, per gli anni prossimi sono state annunciate le inaugurazioni di stagione, dopo quella con il Fidelio ( ottobre 2016); per il 2017 si annuncia 'Il re Ruggero' di Szimanowski - che senso ha riprendere un lavoro che in Italia è stato già presentato, se ricordiamo bene, al Massimo di Palermo, alcuni anni fa senza che nulla a causa di quella ripresa accadesse di positivo all'opera - e, nel 2018 un omaggio a Bernstein con West Side Story.
Perciò non solo non si va da nessuna parte se si è soli; non solo dobbiamo stringere i tempi perchè il mondo corre, ma dobbiamo anche pensare al domani, e progettare per l'eternità. Quanto pensano di durare i dirigenti dell'Accademia? confidano così tanto nei progressi della medicina?
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domenica 10 aprile 2016
Le parole d'ordine della nuova stagione dell'Accademia di Santa Cecilia. Da soli non si va da nessuna parte. I direttori non hanno tempo per fermarsi a roma 4 giorni
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domenica 26 ottobre 2014
Tutti piangono, Santa Cecilia gode. E il satrapo Cagli che fa?
Solo Santa Cecilia, l'Accademia intendiamo, sembra avanzare gloriosa, mietendo un successo dietro l'altro, compresa l'autonomia di recente ottenuta dal Ministero assieme alla Scala, le uniche due fondazioni che se la siano assicurata e che, si spera, non restino le uniche, secondo il disegno dello 'smantellamento dell'inutile musica' che il Ministero sembra voler perseguire.
Archiviata già l'inaugurazione, con Pappano a condurre le danze, e l'Orchestra in partenza per la lunga tournée in Estremo Oriente, sembra che in Accademia ci sia aria di 'elezioni'. Per il nuovo Consiglio di amministrazione che si chiamerà Consiglio di indirizzo, da attivare entro la fine dell'anno, dal cui seno dovrebbe spuntare il nome del nuovo sovrintendete. Nuovo?
Così sembrava solo qualche mese fa quando Cagli annunciava per l'ennesima volta la sua volontà di lasciare in altre mani il timone dell'Accademia, nell'esultanza generale della ciurma che finalmente vedeva chiudersi l'era Cagli, non tutta da cancellare ma durata anche troppo.
Nel caso si fosse dimesso definitivamente, come purtroppo oggi tutti dubitano, le due mani alle quali passare il timone, lui le aveva già individuate da tempo, e nel frattempo 'incremate' ogni giorno per mostrale a tutti senza macchie ed imperfezioni, al momento in cui avrebbero preso il timone della nave accademica.
Le due mani, come tutti sanno, sarebbero quelle di Michele dall'Ongaro che, nel caso fosse eletto presidente, sempre che Cagli decida di abdicare, dovrebbe lasciare tutti i suoi numerosi incarichi, dai quali - e massimamente da essi - ha acquistato in questi anni notorietà e soprattutto potere (Orchestra RAI, RAI5, Radio 3, per citarne solo quelli di più evidente potere!).
Ma forse Cagli non ha intenzione di dimettersi; fa finta, per essere a gran voce chiamato a restare per la salvezza di Santa Cecilia- poveretta! - accordandosi con dall'Ongaro, con i rispettivi elettori, e restare sul trono, tenendo sempre al suo fianco il principe ereditario, alla cui educazione provvede di persona.
A meno che Battistelli, sconfitto nella passata tornata elettorale da Cagli, con un divario di voti enorme da colmare, non si decida a tornare nuovamente in campo, per sfidare Cagli, mettendosi d'accordo con dall'Ongaro, un tempo suo nemico ora non più, e spartirsi il potere: dall'Ongaro presidente e Battistelli vice, per poi scambiarsi i ruoli, se possibile, alla successiva elezione. Ma anche Battistelli, che, a differenza di dall'Ongaro, ha come prevalente occupazione quella del compositore, dovrebbe lasciare i suoi già numerosi incarichi: direttore dell'Orchestra della Toscana, presidenza della Barattelli-L'Aquila, consiglio di amministrazione dell'Opera di Roma ecc... con i quali esercita anch'egli il potere.
Tutto questo potrebbe accadere qualora riuscissero i dioscuri ad allearsi ai danni di Cagli. Potrebbe dall'Ongaro pugnalare alle spalle il suo padre-protettore? S'è visto di peggio, e perciò non ci sarebbe da meravigliarsi. Comunque meglio non fare, fino allo scrutinio delle elezioni, i conti senza l'oste: Cagli.
Archiviata già l'inaugurazione, con Pappano a condurre le danze, e l'Orchestra in partenza per la lunga tournée in Estremo Oriente, sembra che in Accademia ci sia aria di 'elezioni'. Per il nuovo Consiglio di amministrazione che si chiamerà Consiglio di indirizzo, da attivare entro la fine dell'anno, dal cui seno dovrebbe spuntare il nome del nuovo sovrintendete. Nuovo?
Così sembrava solo qualche mese fa quando Cagli annunciava per l'ennesima volta la sua volontà di lasciare in altre mani il timone dell'Accademia, nell'esultanza generale della ciurma che finalmente vedeva chiudersi l'era Cagli, non tutta da cancellare ma durata anche troppo.
Nel caso si fosse dimesso definitivamente, come purtroppo oggi tutti dubitano, le due mani alle quali passare il timone, lui le aveva già individuate da tempo, e nel frattempo 'incremate' ogni giorno per mostrale a tutti senza macchie ed imperfezioni, al momento in cui avrebbero preso il timone della nave accademica.
Le due mani, come tutti sanno, sarebbero quelle di Michele dall'Ongaro che, nel caso fosse eletto presidente, sempre che Cagli decida di abdicare, dovrebbe lasciare tutti i suoi numerosi incarichi, dai quali - e massimamente da essi - ha acquistato in questi anni notorietà e soprattutto potere (Orchestra RAI, RAI5, Radio 3, per citarne solo quelli di più evidente potere!).
Ma forse Cagli non ha intenzione di dimettersi; fa finta, per essere a gran voce chiamato a restare per la salvezza di Santa Cecilia- poveretta! - accordandosi con dall'Ongaro, con i rispettivi elettori, e restare sul trono, tenendo sempre al suo fianco il principe ereditario, alla cui educazione provvede di persona.
A meno che Battistelli, sconfitto nella passata tornata elettorale da Cagli, con un divario di voti enorme da colmare, non si decida a tornare nuovamente in campo, per sfidare Cagli, mettendosi d'accordo con dall'Ongaro, un tempo suo nemico ora non più, e spartirsi il potere: dall'Ongaro presidente e Battistelli vice, per poi scambiarsi i ruoli, se possibile, alla successiva elezione. Ma anche Battistelli, che, a differenza di dall'Ongaro, ha come prevalente occupazione quella del compositore, dovrebbe lasciare i suoi già numerosi incarichi: direttore dell'Orchestra della Toscana, presidenza della Barattelli-L'Aquila, consiglio di amministrazione dell'Opera di Roma ecc... con i quali esercita anch'egli il potere.
Tutto questo potrebbe accadere qualora riuscissero i dioscuri ad allearsi ai danni di Cagli. Potrebbe dall'Ongaro pugnalare alle spalle il suo padre-protettore? S'è visto di peggio, e perciò non ci sarebbe da meravigliarsi. Comunque meglio non fare, fino allo scrutinio delle elezioni, i conti senza l'oste: Cagli.
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sabato 30 agosto 2014
Milano è un comune? No, una comunella. E Milano e Torino sono un MiTo
Cominciamo dalle novità assolute di quest'anno nell'area milanese, in attesa dell'Expo. Tiene banco, quest'autunno, ma solo per qualche ora, l'arrivo, chiacchierato già prima della presa di possesso, di Pereira che dopodomani si insedierà sulla poltrona lasciata da Lissner e che ha già più volte lanciato il suo avveniristico programma di direttore artistico/ sovrintendente: cucire la bocca e legare le mani al loggione. Auguri di buon lavoro al nuovo timoniere della Scala.
Intanto parte MiTo, il festival di cui tutto il mondo parla, per la novità dell'impostazione e la ricchezza delle prospettive ed il numero inverosimile di proposte. Si svolge fra Milano e Torino, distanti la bellezza di un centinaio di chilometri ( o forse sono di più?) costa alle due amministrazione un fottio di soldi per concerti ed altro che si ripetono nelle due capitali del florido nord , facendo conoscere a Torino fatti e persone del mondo della musica noti solo a Milano, e viceversa. Se, ad esempio, Milano gioca la carta Boccadoro, Torino gli risponde battendo un colpo con Campogrande ed aggiungendovi, per ringraziare l'Orchestra Rai, il suo direttore artistico, Dall'Ongaro. In realtà si tratta di poca cosa, un pezzetto solo del noto compositore romano emigrato a Torino che meriterebbe molto di più, giacchè gli presta la sua orchestra ed alcuni ensemble per diversi concerti, persino il ricercatissimo Ensemble Noctis, quello delle serenate e ritirate piemontesi notturne.
A guardia della 'comunella' milanese la corte di Micheli ha il suo gazzettiere di fiducia, la Moreni, 24 ore dal sole al buio, e la sua casa editrice, anche quella di fiducia: Ricordi? Sì, quella.
Se deve dar 'focus' agli autori li sceglie ovviamente dalla casa di fiducia - vedi Vacchi, e poi muori - nella quale il direttore artistico del mitico festival piemontese/lombardo, Enzo Restagno, ha lavorato, e forse lavora tuttora. E, se per caso non lavorasse più, può sempre rivolgersi a chi ha preso il suo posto, Carlo Mazzarelli che dirige l'altro festival, anche quello tutto milanese, che si intitola 'Milano Musica': e come altro si sarebbe potuto chiamare? Roma Musica o Palermo Musica? Neanche per sogno, giacchè Roma e Palermo non esistono - lo dice lo stesso nome del festival . E Mazzarelli, per proseguire nel solco della tradizione inaugurata da Luciana Pestalozza, e coadiuvato anche da altri pezzi da novanta, anche di anni, come Mario Messinis che con Ricordi troppo ha fatto da sempre, dedica quest'anno l'intero festival a Romitelli - compositore di grande valore morto giovane, a poco più di quarant'anni - edito da chi? Ma Ricordi!
Come si vede Milano tiene fede al suo festival e anche quando si allea con Torino non viene meno alla sua missione: vedi Milano e poi... Torino, e basta.
Un'ultima novità, annunciata con squilli di tromba da Micheli e dal segretario generale del festival, l'ing. Colombo: da quest'anno anche i cani possono ascoltare concerti. Ma non tutti i concerti, mentre i cani tutti. Il costo del biglietto 'animalier' dipende dalla stazza, non dalla razza. Chiariamo bene.
Intanto parte MiTo, il festival di cui tutto il mondo parla, per la novità dell'impostazione e la ricchezza delle prospettive ed il numero inverosimile di proposte. Si svolge fra Milano e Torino, distanti la bellezza di un centinaio di chilometri ( o forse sono di più?) costa alle due amministrazione un fottio di soldi per concerti ed altro che si ripetono nelle due capitali del florido nord , facendo conoscere a Torino fatti e persone del mondo della musica noti solo a Milano, e viceversa. Se, ad esempio, Milano gioca la carta Boccadoro, Torino gli risponde battendo un colpo con Campogrande ed aggiungendovi, per ringraziare l'Orchestra Rai, il suo direttore artistico, Dall'Ongaro. In realtà si tratta di poca cosa, un pezzetto solo del noto compositore romano emigrato a Torino che meriterebbe molto di più, giacchè gli presta la sua orchestra ed alcuni ensemble per diversi concerti, persino il ricercatissimo Ensemble Noctis, quello delle serenate e ritirate piemontesi notturne.
A guardia della 'comunella' milanese la corte di Micheli ha il suo gazzettiere di fiducia, la Moreni, 24 ore dal sole al buio, e la sua casa editrice, anche quella di fiducia: Ricordi? Sì, quella.
Se deve dar 'focus' agli autori li sceglie ovviamente dalla casa di fiducia - vedi Vacchi, e poi muori - nella quale il direttore artistico del mitico festival piemontese/lombardo, Enzo Restagno, ha lavorato, e forse lavora tuttora. E, se per caso non lavorasse più, può sempre rivolgersi a chi ha preso il suo posto, Carlo Mazzarelli che dirige l'altro festival, anche quello tutto milanese, che si intitola 'Milano Musica': e come altro si sarebbe potuto chiamare? Roma Musica o Palermo Musica? Neanche per sogno, giacchè Roma e Palermo non esistono - lo dice lo stesso nome del festival . E Mazzarelli, per proseguire nel solco della tradizione inaugurata da Luciana Pestalozza, e coadiuvato anche da altri pezzi da novanta, anche di anni, come Mario Messinis che con Ricordi troppo ha fatto da sempre, dedica quest'anno l'intero festival a Romitelli - compositore di grande valore morto giovane, a poco più di quarant'anni - edito da chi? Ma Ricordi!
Come si vede Milano tiene fede al suo festival e anche quando si allea con Torino non viene meno alla sua missione: vedi Milano e poi... Torino, e basta.
Un'ultima novità, annunciata con squilli di tromba da Micheli e dal segretario generale del festival, l'ing. Colombo: da quest'anno anche i cani possono ascoltare concerti. Ma non tutti i concerti, mentre i cani tutti. Il costo del biglietto 'animalier' dipende dalla stazza, non dalla razza. Chiariamo bene.
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venerdì 6 dicembre 2013
Un mestiere alla volta
Alla vigilia delle primarie del PD, per eleggere il segretario del partito, uno dei tre aspiranti alla segreteria e cioè Cuperlo, riferendosi a Renzi, che ogni tanto lancia frecciatine agli altri due candidati, ha detto chiaro e tondo: e poi Renzi deve dirci quanto prima cosa intende fare, perchè non può fare contemporaneamente, se vincerà le primarie, il segretario del partito ed il sindaco di Firenze, in quanto ciò vorrebbe dire non rispettare nessuno dei due incarichi e fare ambedue con la mano sinistra, come si dice. Cuperlo ha ragione: i conflitti di interesse in ogni ambito sono infiniti in Italia, molto più che in ogni altro paese, e sembra che nessuno se ne prende carico. In uno dei nostri post, in questo blog, di qualche settimana fa ne abbiamo offerto un campionario eloquente. Ma a nulla sembra essere servito, per quanto diversi doppi o tripli incarichi , al di là del merito e della moralità del comportamento, sono in contrasto con la legge che regola l'attività dei dipendenti pubblici. Ma anche perchè alcuni di questi doppi e tripli incarichi vengono attribuiti ad occhi chiusi, semplicemente per compensare qualcuno per i servigi resi, oppure perchè si vuole mettere le mani su un posto di potere, attraverso prestanomi. Il merito, le capacità. le competenze non sono prese in considerazione in questi casi.
Vogliamo vedere uno di questi casi, estraneo all'elenco che abbiamo già prodotto nel nostro precedente post, al quale facevamo riferimento, quello di Cesare Mazzonis, direttore artistico dell'Orchestra nazionale della Rai di Torino e della Accademia Filarmonica Romana,? Appena giunto a Roma - in realtà per lui si tratta di un ritorno- chiama per la serata inaugurale ad accompagnare Angela Hewitt, l'Orchestra nazionale della Rai di Torino, a ranghi ridotti. Chiama cioè la 'sua orchestra, mentre lì avrebbe potuto essere invitata un'altra compagine strumentale italiana.. Così facendo si restringono sempre più le possibilità di esercizio della professione per tanti solisti ed ensembles che non appartengono al giro di potere in auge. Mazzonis che farà a Roma? Molte cose, si presume, fra le quali cercare altre opportunità di lavoro per la sua orchestra. E le altre orchestre italiane? Andranno a farsi fottere, perchè Mazzonis ad esse preferirà sempre quella sua torinese, e in tale scelta non sarà solo perchè avrà al suo fianco il sovrintendente dell'Orchestra Rai di Torino che, pura coincidenza, è anche nel comitato artistico della Accademia Filarmonica Romana.
Vogliamo vedere uno di questi casi, estraneo all'elenco che abbiamo già prodotto nel nostro precedente post, al quale facevamo riferimento, quello di Cesare Mazzonis, direttore artistico dell'Orchestra nazionale della Rai di Torino e della Accademia Filarmonica Romana,? Appena giunto a Roma - in realtà per lui si tratta di un ritorno- chiama per la serata inaugurale ad accompagnare Angela Hewitt, l'Orchestra nazionale della Rai di Torino, a ranghi ridotti. Chiama cioè la 'sua orchestra, mentre lì avrebbe potuto essere invitata un'altra compagine strumentale italiana.. Così facendo si restringono sempre più le possibilità di esercizio della professione per tanti solisti ed ensembles che non appartengono al giro di potere in auge. Mazzonis che farà a Roma? Molte cose, si presume, fra le quali cercare altre opportunità di lavoro per la sua orchestra. E le altre orchestre italiane? Andranno a farsi fottere, perchè Mazzonis ad esse preferirà sempre quella sua torinese, e in tale scelta non sarà solo perchè avrà al suo fianco il sovrintendente dell'Orchestra Rai di Torino che, pura coincidenza, è anche nel comitato artistico della Accademia Filarmonica Romana.
giovedì 14 novembre 2013
La musica italiana sta sparendo
La musica italiana sta sparendo per colpa dei manager
italiani che la gestiscono.
La morte o la
distruzione della musica in Italia, con sentenza inappellabile, l’hanno
decretata alcuni fra coloro che, due anni fa, si stracciavano le vesti e si
dichiaravano pronti a bruciarsi vivi in
Piazza del Parlamento - l’avessero fatto, la musica italiana sarebbe salva! -
qualora il governo Berlusconi avesse drasticamente tagliato i finanziamenti
statali a questo settore, di antiche
gloria e tradizione. Al loro fianco scesero noti esponenti politici, non
parlamentari ( leggi: Gianni Letta per l’Accademia di Santa Cecilia); li
convinsero a non mettere in atto azioni dimostrative plateali e definitive,
come le dimissioni (salutari!) dopo decenni di ininterrotta gestione di
istituzioni musicali di prestigio. Le vesti subito se le ricomposero a
copertura delle vergogne fisiche, il fuoco rigeneratore in Piazza del
Parlamento non fu neanche acceso e le dimissioni, ventilate a mò di minaccia,
praticamente negate. E, passata la tempesta, tutti si tornò a far festa,
compatibilmente con i tempi di vacche magre in cui viviamo.
Quelle azioni dimostrative erano, ipocritamente,
dettate dall’imperativo di difendere la nostra grande tradizione musicale.
Quale? Quella dei nostri grandi compositori richiesti ed apprezzati nel mondo,
quella dei nostri bravissimi interpreti, vanto un tempo della nostra scuola
musicale, oggi un po’ meno, ma pur sempre capace di accudire talenti che non
mancano, esattamente come non mancano in tante altre categorie – come
l’affermazione internazionale di molti di loro, riuniti sotto l’etichetta di
‘cervelli ‘in fuga’, sta a dimostrare.
Ma, intanto, che fine hanno fatto tutti i nostri
ottimi compositori, i nostri bravi interpreti?
Un paio di esempi lo chiariranno.
Risparmiamo
al lettore i nomi di direttori e solisti (vocali e strumentali) impegnati nelle
due stagioni sinfoniche più prestigiose del nostro paese: l’Accademia di Santa
Cecilia a Roma e l’Orchestra sinfonica nazionale della Rai, con sede a Torino,
della quale ultima, nel numero precedente di Music@, abbiamo fornito
l’inimmaginabile elenco: italiani, solo
un paio di direttori e neanche un solista. Santa Cecilia per la stagione appena
iniziata non è da meno. Diranno che gli italiani sono presenti; sì, le prime
parti solistiche dell’orchestra - tutti bravissimi, senza dubbio!- ma ad essi
si ricorre solo perché non si hanno i soldi per pagare solisti esterni. Perché
non l’hanno fatto anche negli anni
passati? E’ dal 2002 che quei bravissimi solisti siedono stabilmente nell’orchestra ceciliana. Vanno a suonare altrove ma nella loro
orchestra mai. O quasi.
Negli stessi giorni in cui venivano presentate le
stagioni - con giusto anticipo! - sui
giornali italiani imperversava la polemica attizzata dagli architetti francesi
i quali lamentavano la loro bocciatura nei concorsi per le grandi opere in
patria. E una archistar italiana, Fuksass, riportando il discorso in casa
nostra, attribuiva al ‘provincialismo’ italiano - ed ora si scopre essere anche francese - una
situazione analoga in campo architettonico. E, noi aggiungiamo, anche musicale.
Quale può
essere la ragione profonda di tale evidente ed inammissibile assenza? La superiore bravura degli artisti stranieri,
sempre più bravi degli italiani? Tesi difficile, comunque, da difendere, ed
ancor meno dopo che un giudice super partes, come Salvatore Accardo, ha difeso
i giovani violinisti italiani, ritenendoli
più bravi e più colti di tantissimi stranieri. E lui di violinisti nelle
sue classi di perfezionamento ne ha visti passare tanti, forse tutti!
Gli stranieri costituiscono, forse, un vantaggio per
le casse delle nostre istituzioni musicali? Assolutamente no; anzi, è vero il
contrario; con gli italiani si può forse trattare meglio, specie agitando il
capestro della crisi terribile di questi anni. Ma allora, perché? C’entrano le
agenzie internazionali, quelle più potenti che hanno artisti per ogni esigenza?
Una delle
ragioni andrebbe ricercata proprio nello strapotere delle agenzie, che in
Italia - paese nel quale i cachets sono più alti che in tutto il resto del
mondo - fanno il bello e cattivo tempo, vantando la rappresentanza di molti
direttori d’orchestra che sono a capo di importanti istituzioni e che perciò
possono contare sulle scritture anche di molti solisti; e nel teatro d’opera
l’influenza è ancora più evidente. I casi di alcuni agenti del passato e
presenti che in Italia hanno trovato l’America, o il ‘Nuovo mondo nel Vecchio
continente’ sono ben noti a tutti coloro che si occupano di organizzazione
musicale, il che ci esime dal fare i loro nomi, tante altre volte fatti. Che ci
siano interessi economici o di altro genere - musicisti di poco valore che
hanno responsabilità artistiche potrebbero giovarsene, nella logica di scambi,
lontani dagli occhi attenti del proprio teatro d’azione - sì è spesso parlato,
oggi come ieri; e qualche volta si è anche ipotizzato, a carico di grandi personalità dell’organizzazione
musicale italiana, il loro
cointeressamento nelle grandi agenzie internazionali, a livello societario,
magari attraverso prestanomi di comodo. Certo se anche non è vero e non si può
dimostrare, il sospetto viene.
C’è anche qualche altra ragione? Sicuramente, e
forse più d’una. Ma prima di qualunque altra l’incapacità di molti (troppi!) direttori artistici di
giudicare un solista o un direttore attraverso audizioni. Non è un’ accusa, è
semplice constatazione. Chi non sa
discernere una voce da un’altra, e la sua idoneità a sostenere un ruolo, come
può fare di mestiere il direttore artistico? Per questo ricorre all’agenzia, la
quale è ben felice della situazione in cui versano molte istituzioni musicali
che hanno a capo persone incapaci, ai quali prestare soccorso con le loro
proposte che fanno gli interessi degli artisti ed anche quelli propri, ossia
delle agenzie. Queste non sono farneticazioni. Quante volte leggiamo, perfino
nei resoconti giornalistici di colleghi che hanno anche rapporti di lavoro con
le stesse istituzioni, che il cast di questa o quell’opera non era all’altezza,
che non era stato scelto come si doveva. E per dirlo loro, che poi sono ‘ a
libro paga’ delle istituzioni, vuol dire che non potevano farne a meno, ed anche
per evitare di essere lapidati nella pubblica piazza. Con questo si spiega come
mai alcuni direttori artistici gestiscano contemporaneamente più istituzioni:
queste possono fregiarsi di un nome altisonante al loro vertice, ed i direttori
artistici, facenti funzione, offrire un ventaglio ancora più ampio alle agenzie
che sono i veri gestori, a tutti gli effetti, di tali istituzioni.
Chi qualche
volta ha tentato di porre all’attenzione tale problema ed avanzato la necessità
di risolverlo, anche a livello ministeriale, è stato accusato di voler
incatenare la libertà del direttore artistico. No, quella proposta voleva solo
liberare numerosi direttori artistici dalle catene della loro incapacità e
della inevitabile schiavitù nei confronti delle agenzie.
Ancora oggi
la musica in Italia esiste, perché ci sono i finanziamenti pubblici, senza i
quali - assenti quasi del tutto quelli privati - il sistema collasserebbe.
Allora il Ministero, le cui commissioni centrali ‘consultive’ offrono pareri al Ministro sulla distribuzione dei
finanziamenti, potrebbero introdurre il parametro‘artisti italiani’, come
elemento incentivante per la determinazione dei finanziamenti medesimi. Non per
favorire gli inetti, semplicemente per non assistere più all’indecente
spettacolo di vedere intere stagioni costruite esclusivamente con artisti
stranieri, mentre i nostri bussano invano alle porte o emigrano. Gli esempi dai
quale ci siamo mossi, dell’Accademia di Santa Cecilia e dell’Orchestra
sinfonica nazionale della Rai, non traggano in inganno, facendo concludere che
si tratta di casi isolati e casuali che variano da stagione a stagione.
Sono esempi eclatanti, certamente i più
eclatanti; ma basta dare un’occhiata anche a istituzioni meno blasonate ma
ugualmente importanti per rendersi conto
della esistenza di fatto di
piccoli potentati, province dell’impero raggruppate a due o a tre, a capo delle
quali esistono ufficialetti con l’ordine perentorio del generale che gli ha
affidato tale missione, di smistare sul territorio, quanto proposto dalle agenzie. Sempre loro, in
assenza di direttori artistici capaci e dediti al loro lavoro.
(Da
Music@ n. 35 novembre–dicembre 2013) Francolina del Gelso
lunedì 14 ottobre 2013
Roma. E' tempo di ricominciare
Il calendario
musicale di ottobre segnala quattro dei cinque debutti delle più importanti
stagioni romane. Comincia , il 19, l’ Istituzione Universitaria dei Concerti (Aula
magna della Minerva) con Salvatore Accardo ( serie di concerti Minerva) e ‘I
Turchini’ di Antonio Florio ( serie Calliope). All’indomani, il 20, prende il via la stagione
vera e propria dell’Orchestra Sinfonica di Roma (Auditorium della
Conciliazione) diretta dal suo fondatore e direttore Francesco La Vecchia (
qualche giorno dopo che l’Orchestra stabile ha eseguito a Roma, Palermo e
Firenze il ‘Requiem’ di Verdi, e la
China National Opera House ha
messo in scena ‘Il Trovatore’ ) con
‘Petruska’ di Strawinsky e ‘Romeo e Giulietta’ di Prokofiev . La Vecchia può vantarsi
di aver fatto emergere dal
dimenticatoio molti musicisti italiani del Primo Novecento, e di cedere il podio, in questa stagione, anche
ad altri direttori - era ora! - benchè tutti stranieri, di nazioni sperdute e
pressochè sconosciuti.
A seguire, il 21, Santa Cecilia ( Auditorium Parco della Musica)
inaugura con Maurizio Pollini la
stagione da camera; e, il 26, la stagione sinfonica, con i complessi al gran
completo, noti solisti, e la direzione
di Tony Pappano. In programma l’opera ‘Peter Grimes’ di Benjamin Britten,
che quasi sicuramente finirà in CD, per onorare il centenario della nascita del
musicista, il più noto del Novecento inglese. C’è poi, il 31, il concerto
inaugurale, al Teatro Olimpico, della
stagione della Accademia Filarmonica Romana che, quest’anno, registra anche un cambio di direzione
artistica – fuori Sandro Cappelletto, dentro Cesare Mazzonis, che ha lo stesso incarico all’Orchestra
Nazionale della Rai di Torino – con la pianista Angela Hewitt, in un programma
interamente dedicato a Bach,
accompagnata dall’Orchestra da camera della Rai di Torino - quella di
Mazzonis, per intenderci, perché Mazzonis, venendo a Roma intende procurare altro lavoro alla sua orchestra.
Buon ultima, la ‘sorellastra pigra’ Teatro dell’ Opera che avvierà la nuova stagione a fine novembre con ‘Ernani’
di Giuseppe Verdi ; Muti sul podio. La
stagione è stata annunciata in ottobre, come, del resto, fanno tutti i grandi
teatri internazionali che non l’annunciano mai con mesi e mesi di anticipo.
Seppur diverse fra loro, le stagioni romane si somigliano
tutte per la preoccupante e dissennata
assenza di interpreti italiani dai rispettivi cartelloni.
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mercoledì 14 agosto 2013
Papa Francesco fuorigioco
Poco meno di due mesi fa Papa Francesco disertò il concerto che l'Orchestra sinfonica nazionale della Rai gli offriva. Quella sedia vuota nella capiente sala Nervi fece grande scalpore. Si fecero supposizioni. Papa Francesco avrebbe detto ai suoi più stretti collaboratori che il concerto era cosa del passato, e che lui non si sentiva un principe del Rinascimento in onore del quale quel concerto si teneva- del Rinascimento ma anche dei secoli successivi. La ragione ufficiale parlava invece di un impegno improvviso e improcrastinabile del Pontefice: la visita ad un cardinale gravemente ammalato - una bugia! - l'udienza concessa ad un prelato che aveva fatto scoppiare mesi prima lo scandalo IOR- più probabile; ma nulla che non si poteva rimandare per ascoltare Beethoven. Si disse anche che per Papa Francesco la musica non rappresentava un grande interesse - e sembra questa la ragione principale e più vera, anche alla luce di ciò che è accaduto proprio ieri. Il Papa, la cui passione per il calcio è cosa nota - allo stesso modo del suo disinteresse per la musica - ieri ha ricevuto le nazionali argentina e italiana che oggi si sfidano, in amichevole, all'Olimpico. A loro ha fatto un bel discorso, certamente. ma, ci si passi la domanda: il Papa non aveva niente di più importante da fare che passare un'ora almeno con i calciatori? Come nei giorni del concerto, anche ieri la Chiesa, anzi il Vaticano, attraversa un periodo di turbolenza. Il card. Bertone, in procinto di lasciare la Segreteria di Stato vaticana, avrebbe in mente di denunciare una giovane commercialista che il Papa ha chiamato nel ristretto consesso di tecnici che vigileranno sulle finanze vaticane e sullo IOR. E non è cosa da poco. Nonostante ciò il Papa ha rimandato tutto per ricevere i calciatori. Nulla di male, purché anche questo Papa non si abitui a dire bugie 'ufficiali'. Ci si può annoiare con la musica ed entusiasmare con una partita di calcio. Questione di gusti e sensibilità, anche per un Papa. E noi non ci scandalizzeremo, purché non venga nuovamente a dirci che i concerti sono roba dei secoli passati.
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