L'esempio di papa Ratzinger che si dimette e diventa 'emerito'- per le dimissioni?- e di papa Francesco che prende il suo posto, è stato trapiantato con pari efficacia all'Accademia di Santa Cecilia, che la con la Chiesa di Roma ha legami storici, e non solo geografici.
Anche a Santa Cecilia i due papi, quello in carica (dall'Ongaro) e l'emerito (Cagli), che si era dimesso proprio come ha fatto Ratzinger, erano presenti alla conferenza stampa che annunciava la prossima stagione sinfonica e cameristica. la quale segna il passaggio dall'una all'altra gestione, che è poi la stessa, nonostante i proclami di novità sottolineati anche dai giornali. I quali, a gara fra loro per primeggiare nelle idiozie, hanno sottolineato che a Santa Cecilia non c'è 'solo' classica, alla stessa maniera con cui Fuortes all'Opera di Roma ha detto che a Caracalla non ci sarà' solo' Opera, ma anche 'grande rock', e come tanti altri che, illustrando le loro imprese musicali, usano l'espressione 'non solo musica'. Il trionfo del 'non solo' perpetua l'infausto 'ed anche' di veltroniana memoria, ed è il segno di tempi che non hanno coscienza della propria identità.
Il papa in carica, dall'Ongaro, ha omaggiato quello 'emerito', Cagli, oltre che con la creazione della figura del 'presidente onorario', anche con un particolare ringraziamento per tutto quello che in vent'anni - non pochi mesi - ha fatto per la comune parrocchia ceciliana.
Che c'è di nuovo nelle prossima stagione appena annunciata, davanti a molti giornalisti e pubblico vario? C'è finalmente qualche italiano in stagione: Sollima, Brunello, Lucchesini, Biondi, Lupo, Baglini,Tifu, Gatti, Rana. Ma di veramente nuovo c'è solo Federico Colli, perchè molti di questi ricorrono nelle stagioni ceciliane, anche perché accademici, i quali al momento opportuno voteranno il loro presidente. Ne mancano tanti, e sono sempre quelli che non vengono invitati mai. Comunque ci sentiamo obbligati a ringraziare papa dall'Ongaro per tanta attenzione al problema, che risolverà negli anni futuri. Ci sarebbe piaciuto riascoltare anche Gloria Campaner, la giovane brava pianista che ha già suonato, nella stagione presente, a Santa Cecilia, e in questi giorni suona alla Filarmonica romana; e che, negli anni precedenti, ha suonato già al Quirinale e con l'Orchestra sinfonica di Torino della Rai e Rai 5 le ha dedicato una intera trasmissione, intitolata al famoso burattino di Stravinski, dal titolo 'lezioni di piano'. Da non perdere per il feeling fra intervistata ed intervistatore. Peccato che dall'Ongaro non la conosca ed apprezzi al punto da invitarla per due stagioni consecutive, come per esempio ha fatto con la Tifu o con Rana o con Lupo o con Baglini o con Brunello o con Biondi.
Nella stagione da camera c'è un festival di pianisti, come sempre d'altronde, benchè manchi per il secondo anno consecutivo Pollini. Ci è sfuggito? O se manca, perchè? Poi naturalmente i violinisti , gli stessi che a Santa Cecilia non mancano mai: guida la schiera kavakos e poi la grande novità che certamente una novità lo è per davvero, L'esecuzione delle sinfonie di Beethoven ( la Sinfonia n.9 aprirà la stagione) in più concerti ed in tempi molto larghi, da preferire a certe maratone sempre più frequenti e che andrebbero vietate, in nome del detto evangelico che non vuole che si gettino ' margaritas ante porcos'. Tutte le sinfonie di Beethoven nel corso di una medesima stagione, affidate la medesimo direttore sono un'ottima scelta, perchè Beethoven è 'l'inizio e la fine' della musica, tanto per usare una frase fatta, che ha il suo senso più profondo nella convinzione che la musica da lui non può prescindere, più che da qualunque altro, anche dallo stesso Bach. Ma è questa una novità? O è semplicemente l'antico che è più nuovo del nuovo?
La novità, il belletto per papa dall'Ongaro, sta nella musica da film: Fantasia, Morricone, Rota Piovani, i grandi russi, con la proiezione, nel caso di Fantasia, di una sintesi dei due film con la musica eseguita dal vivo e rivolta ai bambini nel periodo delle feste natalizie, in collaborazione con 'Musica per Roma - Fuortes era in prima fila, non si capisce più se nelle funzioni di ammistratore di Musica per Roma, o in quelle di sovrintendente dell'Opera, venuto a portare il ramoscello d'ulivo alla più diretta concorrente.
Poi naturalmente un pò di musica d'oggi - altrimenti come si qualificherebbe dall'Ongaro, grandissimo compositore e indaffaratissimo organizzatore? - un pezzetto qua un pezzetto là, di Nieder, Francesconi, Panfili, Campogrande...
L'unica vera notizia, un'autentica novità, è che Pappano resta a Santa Cecilia fino al 2019, ancora per quattro anni, nei quali fare ancora progetti.
Poi, finite le presentazioni, via alle domande dei giornalisti. Nessuna, per la gioia dell'addetta stampa che preferisce il silenzio invece delle voci discordanti. Vero?
Intervengono due abbonati vecchi e non. Ed uno tira in ballo i 25 'intermittenti' che ogni stagione vengono assunti ad ottobre e licienziati a giugno. Che si fa con questi, ora che l'Accademia ha chiesto ed ottenuto l'autonomia di gestione.
Beh, forse qualche domanda si poteva anche fare al nuovo papa, dall'Ongaro. Ad esempio: quando lascia la RAI? Perchè è chiaro che deve lasciare DEFINITIVAMENTE la sovrintendenza dell'Orchestra sinfonica nazionale della Rai, la direzione della Musica a Radio 3, i Concerti del Quirinale, le trasmissioni di RAI 5 e, farebbe bene a lasciare anche tutto il resto che ora non ci sovviene.
E forse avremmo avuto forse l'unica vera notizia, anzi no, la seconda dopo la permanenza di Pappano. Perchè di grandi novità nella prossima stagione non ce ne sono. Finchè c'è Pappano le cose andranno come sono andate negli ultimi dieci anni di gestione del 'presidente emerito'. Una starordinaria routine con lo 'specchietto' di Pappano che manda luce nel mondo.
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mercoledì 1 aprile 2015
All'Accademia di Santa Cecilia, due papi come in Vaticano. Annunciata la stagione 2015-16: qualche italiano, 'non solo classica' ( c'è anche cinema) e Beethoven. Pappano resta fino al 2019.
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venerdì 13 marzo 2015
Premio Paganini a Genova. Italia alla deriva. Che giuria ha radunato Fabio Luisi?
Si sono appena concluse al Teatro Nuovo Carlo Felice di Genova tutte le prove del Premio Paganini che da nove anni non laureava un vincitore. L'ultimo, nel 2006, era stato un giovane violinista cinese. Poi niente più. Ora la direzione artistica del premio è stata affidata a Fabio Luisi, dopo Cesare Mazzonis, che l'ha tenuta negli anni senza vincitore.
I numeri: 101 i candidati al premio - giapponesi, coreani, cinesi statunitensi soprattutto; 8 appena gli italiani - in 30 alle preliminari, 16 alle semifinali - nessun italiano -, 6 alle finali. Ha vinto il sudcoreano, diciannovenne, In Mo Yang. I sei partecipanti alle finali provenivano da Germania,Giappone, Lettonia, Russia, Usa, Corea del Sud. Provenienti da nazioni che hanno grandi tradizioni nelle scuole violinistiche: USA, Estremo Oriente (anche e poi studiano negli USA), Russia, Germania. E l'Italia?
La giuria, presieduta - come abbiamo detto - da Fabio Luisi era prevalentemente composta da direttori artistici ed agenti, un critico, e solo un paio di violinisti, se non andiamo errati. E già questa è un'anomalia. Un concorso, così prestigioso, dalla storia gloriosa, non va considerata come un'audizione per agenti e per direttori artistici, qual è sembrata questa messa insieme da Luisi. Anche perché non è affatto detto che la gran parte dei componenti sapesse qualcosa del violino e del violinismo, in senso tecnico oltre che musicale, critico compreso. Si potrebbe obiettare che questo non vuol dire nulla o quasi, e che la storia ed il futuro di un concorso li fanno i vincitori. Se il giovane coreano avrà una carriera fulgida, tale fulgore immancabilmente si riverserà anche sul Premio Paganini per gli anni a venire, anche quando della giuria ci si sarà del tutto dimenticati.
In Italia il Paganini l'hanno vinto solo due illustri violinisti: Salvatore Accardo e, dopo molti anni, il suo allievo Massimo Quarta.
Ciò che comunque colpisce esaminando questa edizione del Paganini, è la latitanza dei giovani italiani. La nazione che ospita il Concorso può presentarsi con soli 8 concorrenti su 101, tutti assenti già alle preliminari, alle quali partecipavano 30 concorrenti? Anche se non si può dire che la carriera di un musicista dipenda in maniera determinante dalla vittoria ad un concorso, la situazione violinistica italiana, cosi come si è presentata alla giuria del Paganini, desta qualche preoccupazione. Possibile che nessun italiano sia tanto bravo da essere preso in considerazione dal Paganini? Vero è che ora sono in circolazione alcune bravissime violiniste, dalla Tifu alla Marzadori alla Dego che non sono passate dalla forche caudine del Paganini, e che comunque in Italia potrebbero ancora esserci negli anni a venire ottimi violinisti, come ha detto più d'una volta Salvatore Accardo, quando gli hanno chiesto un parere sul panorama violinistico internazionale, lui che insegna a Cremona e che ha visto passare nella sua aula quasi tutti i violinisti oggi in carriera.
Ma forse quando si vede che i cartelloni delle maggiori istituzioni musicali italiane sono infarciti quasi esclusivamente di artisti stranieri, e poco o nessun spazio hanno gli ottimi strumentisti italiani che quindi lavorano in prevalenza all'estero, forse un pò di sconforto viene. Perchè lavorare tanto, sacrificarsi per anni ed anni, se poi non si viene presi in considerazione nella stessa nazione in cui si è nati e ci si è formati? Sacrificarsi solo per la musica? E' poco.
Se non si cambia passo, l'Italia potrebbe a breve essere del tutto marginale al grande giro internazionale della musica. Se Franceschini e Nastasi, invece che lavorare per accentrare il potere e per fini diversi da quelli istituzionali e cioè per la difesa della cultura italiana innanzitutto in Italia, e , di conseguenza, prendessero in seria considerazione come risolvere tale problema, forse gli verrebbero perdonate le già numerose imperdonabili cantonate delle quali ha brillato la loro presenza al Collegio romano.
I numeri: 101 i candidati al premio - giapponesi, coreani, cinesi statunitensi soprattutto; 8 appena gli italiani - in 30 alle preliminari, 16 alle semifinali - nessun italiano -, 6 alle finali. Ha vinto il sudcoreano, diciannovenne, In Mo Yang. I sei partecipanti alle finali provenivano da Germania,Giappone, Lettonia, Russia, Usa, Corea del Sud. Provenienti da nazioni che hanno grandi tradizioni nelle scuole violinistiche: USA, Estremo Oriente (anche e poi studiano negli USA), Russia, Germania. E l'Italia?
La giuria, presieduta - come abbiamo detto - da Fabio Luisi era prevalentemente composta da direttori artistici ed agenti, un critico, e solo un paio di violinisti, se non andiamo errati. E già questa è un'anomalia. Un concorso, così prestigioso, dalla storia gloriosa, non va considerata come un'audizione per agenti e per direttori artistici, qual è sembrata questa messa insieme da Luisi. Anche perché non è affatto detto che la gran parte dei componenti sapesse qualcosa del violino e del violinismo, in senso tecnico oltre che musicale, critico compreso. Si potrebbe obiettare che questo non vuol dire nulla o quasi, e che la storia ed il futuro di un concorso li fanno i vincitori. Se il giovane coreano avrà una carriera fulgida, tale fulgore immancabilmente si riverserà anche sul Premio Paganini per gli anni a venire, anche quando della giuria ci si sarà del tutto dimenticati.
In Italia il Paganini l'hanno vinto solo due illustri violinisti: Salvatore Accardo e, dopo molti anni, il suo allievo Massimo Quarta.
Ciò che comunque colpisce esaminando questa edizione del Paganini, è la latitanza dei giovani italiani. La nazione che ospita il Concorso può presentarsi con soli 8 concorrenti su 101, tutti assenti già alle preliminari, alle quali partecipavano 30 concorrenti? Anche se non si può dire che la carriera di un musicista dipenda in maniera determinante dalla vittoria ad un concorso, la situazione violinistica italiana, cosi come si è presentata alla giuria del Paganini, desta qualche preoccupazione. Possibile che nessun italiano sia tanto bravo da essere preso in considerazione dal Paganini? Vero è che ora sono in circolazione alcune bravissime violiniste, dalla Tifu alla Marzadori alla Dego che non sono passate dalla forche caudine del Paganini, e che comunque in Italia potrebbero ancora esserci negli anni a venire ottimi violinisti, come ha detto più d'una volta Salvatore Accardo, quando gli hanno chiesto un parere sul panorama violinistico internazionale, lui che insegna a Cremona e che ha visto passare nella sua aula quasi tutti i violinisti oggi in carriera.
Ma forse quando si vede che i cartelloni delle maggiori istituzioni musicali italiane sono infarciti quasi esclusivamente di artisti stranieri, e poco o nessun spazio hanno gli ottimi strumentisti italiani che quindi lavorano in prevalenza all'estero, forse un pò di sconforto viene. Perchè lavorare tanto, sacrificarsi per anni ed anni, se poi non si viene presi in considerazione nella stessa nazione in cui si è nati e ci si è formati? Sacrificarsi solo per la musica? E' poco.
Se non si cambia passo, l'Italia potrebbe a breve essere del tutto marginale al grande giro internazionale della musica. Se Franceschini e Nastasi, invece che lavorare per accentrare il potere e per fini diversi da quelli istituzionali e cioè per la difesa della cultura italiana innanzitutto in Italia, e , di conseguenza, prendessero in seria considerazione come risolvere tale problema, forse gli verrebbero perdonate le già numerose imperdonabili cantonate delle quali ha brillato la loro presenza al Collegio romano.
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