Piani triennali, gestione privata e più soldi dalle regioni: il piano di Colabianchi per la Fenice
L'audizione al Senato del Sovrintendente ha fatto infuriare i sindacati. «Così non trovo direttori di livello internazionale fino al 2030». La richiesta di mantenere le prerogative attuali dei sovrintendenti e togliere i «vincoli pubblicistici»
Nicola
Colabianchi interviene in commissione al Senato
Il 10 febbraio il sovrintendente del Teatro La Fenice Nicola Colabianchi è intervenuto davanti alla settima commissione del Senato a Roma, per parlare a nome del teatro della riforma delle fondazioni lirico-sinfoniche (su cui il governo sta lavorando da anni). Le sue parole hanno surriscaldato gli animi nei corridoi della Fenice, soprattutto per una frase, riportata dai giornali locali: «Non riesco a trovare bravi direttori fino al 2030» (Beatrice Venezi ha un incarico fino al 2030), e per un titolo giornalistico che ha attribuito a Colabianchi una richiesta di “più poteri”.
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Il sovrintendente però parlava in un contesto specifico, e quelle frasi possono essere mal interpretate se non si considera il tono con cui le ha pronunciate, che si può recuperare nei video del Senato. L'intervento di Colabianchi è importante nella sua interezza, perché è la visione della dirigenza della Fenice (il sovrintendente leggeva un discorso scritto, e aveva al suo accanto il direttore Andrea Erri), e critica apertamente alcuni punti della riforma del codice dello spettacolo immaginata e proposta dal governo.
L'idea di privatizzare e la difesa dei poteri dei sovrintendenti
Il primo punto per Colabianchi è che le fondazioni lirico-sinfoniche, fondazioni che gestiscono teatri comunali e finanziate in larghissima parte da fondi pubblici, dovrebbero passare interamente alla sfera privata. «Oggi viviamo in una forma “ibrida” paralizzante: siamo fondazioni di diritto privato, ma siamo soffocati da vincoli pubblicistici spesso contraddittori» ha detto Colabianchi, secondo cui è «indifferibile superare l'inserimento delle Fondazioni nell’elenco Istat delle amministrazioni pubbliche. Solo recuperando una reale flessibilità operativa e un tasso di imprenditorialità moderna potremo competere sul mercato internazionale e ottimizzare i nostri assetti produttivi». Si tratterebbe di una riforma epocale, se accolta.
Per il resto Colabianchi si limita a difendere l'esistente, a chiedere di evitare di dividere la figura di sovrintendente e quella di direttore artistico, ed evitare (come invece prevede la bozza di riforma) che i consigli d'indirizzo degli enti lirici diventino sorta consigli d'amministrazione. «La figura del sovrintendente, quale unico organo di gestione, può vedere salvaguardate le proprie prerogative fondamentali. Mi riferisco alla scelta fiduciaria del Direttore Artistico, alla nomina di collaboratori e consulenti e alla definizione degli indirizzi economico-finanziari. Il consiglio di indirizzo è bene che mantenga funzioni di alta sorveglianza, rispettando l'autonomia gestionale della Fondazione» è la posizione di Colabianchi e del teatro.
Piani triennali e più soldi dalla regione
Poi un'altra richiesta di riforma profonda: «La strada maestra è a nostro avviso basata su una programmazione triennale delle risorse del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (ex Fus, cioè il fondo che finanzia tutti i teatri lirici, ndr). Solo la certezza pluriennale permette piani manageriali seri e coproduzioni internazionali» dice il sovrintendente. In Italia i teatri lirici devono programmare l'offerta artistica di sei mesi in sei mesi, e Colabianchi, esagerando un filo dice allora, davanti alla commissione e senza più leggere l'intervento preparato: «Noi siamo l'unico paese che programma a sei mesi. Io sto cercando direttori di rango e mi dicono che fino al 2030 sono tutti impegnati». Per poi aggiungere: «Se noi rimaniamo legati ai sei mesi non siamo più in grado di procedere a un livello di partecipazione di figure internazionali».
La Fenice di Venezia ha un direttore incaricato da ottobre 2026 fino al 2030, è Beatrice Venezi, di cui però da più parti si stanno chiedendo da mesi le dimissioni.
C'è un'ultima richiesta nell'intervento della Fenice in Senato: «Auspichiamo che per i soci locali sia stabilita una soglia minima di intervento finanziario certa, garantendo una reale corresponsabilità tra Stato e territorio». Ad esempio, spiega Colabianchi che aveva accanto a sè in quel contesto il sovrintendente del Teatro Lirico di Cagliari, la regione Sardegna dà a quel teatro 8 milioni l'anno, la Fenice riceve dalla regione Veneto 600 mila euro. La richiesta è quella di uniformare le cifre, dato che tutte le fondazioni liriche hanno come soci il comune e la regione.
Altre richieste sono più che altro economiche, Colabianchi ha chiesto di riformare i criteri di riparto dei fondi premiando la qualità artistica e l'impatto economico e sociale reale (di fatto così si premierebbero i teatri che già funzionano, come la Fenice), prevedere coperture finanziarie certe per sostenere i costi del rinnovo del contratto collettivo nazionale, e incentivare il mecenatismo con un più generoso credito d'imposta.
Le proteste nel Teatro continuano
Intanto alla Fenice la distanza tra sovrintendente e lavoratori resta ampia. Giovedì, in occasione dell'ultima messa in scena della Traviata, un altro volantinaggio e un altro lancio di volantini in solidarietà a coro e orchestra.
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