mercoledì 11 febbraio 2026

Lettera dal carcere. Gianni Alemanno intervistato da Piero Sansonetti ( da L'Unità)

 

GIANNI ALEMANNO POLITICO

Gianni Alemanno è in prigione da più di un anno. Molto probabilmente è innocente. E’ stato condannato nonostante tanti dubbi e gli è stata negata la condizionale. Alemanno è stato ministro, sindaco di Roma, dirigente di primo piano del Msi e poi di Alleanza nazionale. Forse davanti ai tribunali ha pagato anche per la sua militanza. Lo abbiamo intervistato scambiandoci domande e risposte dal carcere di Rebibbia.

Onorevole Alemanno, lei è in prigione da più di un anno. Provi con poche battute a descrivermi questa esperienza sul piano umano.

Da un lato è un’esperienza feroce e dolorosa, perché ti mette a diretto contatto non solo con gli errori umani di chi è detenuto ma anche con tutte le follie burocratiche e giudiziarie dello Stato italiano. Qui vedi gli effetti finali di un sistema penale inadeguato, di una burocrazia penitenziaria che non riesce a fare rieducazione e di una politica che preferisce la demagogia invece di affrontare le emergenze reali. Dall’altro lato è una specie di “anno sabatico” in cui ci si può mettere allo specchio, misurare e approfondire la propria centratura spirituale, fisica e intellettuale, capire i propri errori e dare significato al tempo che passa. Senza voler fare San Francesco, posso dire che soffro più per le altre persone detenute che per me stesso.

E sul piano politico è cambiato qualcosa nel suo modo di pensare?

Ho approfondito il mio modo di pensare ma non l’ho certo cambiato. Ho sempre pensato che infierire sulle persone detenute non servisse a nulla e che il rigore debba sempre essere accompagnato dalla solidarietà e dal riscatto per chi se lo merita. Ero già stato iscritto a Nessuno tocchi Caino, mi sono sempre battuto contro la pena di morte nel mondo e da parlamentare ho votato a favore dell’ultimo indulto che è stato fatto in Italia nel 2006. Sul piano politico generale “sovranista sociale” ero e “sovranista sociale” sono rimasto, con più convinzione.

Definisca il carcere.

Mi dispiace dirlo, ma è una realtà che somiglia sempre più a “Il processo” di Kafka. Come abbiamo raccontato io e Fabio Falbo nel libro “L’emergenza negata” scritto qui in carcere: “Qualsiasi cittadino oggi può essere raggiunto da un ordine di custodia cautelare o da una condanna definitiva, senza aver commesso un reato o senza essere stato consapevole di averlo commesso, oppure ricevendo un trattamento e una pena del tutto sproporzionati rispetto al pericolo sociale e al rilievo criminale del proprio comportamento.”

Quali rapporti ha stabilito con gli altri prigionieri?

Rispetto reciproco assoluto e molta solidarietà. Per me il rapporto con gli altri “prigionieri” è una vera e propria “scuola di comunità” da tutti i punti di vista. Quando ti devi dividere tutto, dal cibo che cucini ai bisogni più elementari, dai piatti da lavare alla cella da pulire, dalla rabbia e dalla speranza che ti attraversano, impari che l’individualismo è un’illusione e che solo uno spirito comunitario può salvare la tua identità e dignità personale.

Lei è favorevole ad un provvedimento di amnistia e indulto?

Si, anche se non lo reputo realistico, se non altro perché è necessaria una maggioranza parlamentare di due terzi per approvarlo. Ma qualcosa per ridurre il sovraffollamento carcerario bisogna assolutamente che sia fatta, perché questa è la grande “emergenza negata” che rende impossibile qualsiasi funzionamento reale delle carceri italiane, sia in termini di sicurezza che in termini di riabilitazione. Un carcere sovraffollato è un meccanismo anti-meritocratico: fa ristagnare inutilmente chi vorrebbe cambiare vita, diventa “l’università del crimine” per chi vuole continuare a sbagliare. Ci sono in merito molte proposte che legano la scarcerazione alla buona condotta come la “liberazione anticipata speciale” proposta dall’onorevole Giachetti e recepita dal Presidente La Russa. Se continuiamo così, alla fine della legislatura del Governo Meloni saremo oltre il 150% di sovraffollamento carcerario, una percentuale mai raggiunta prima.

Lei è in prigione per ragioni che io ritengo molto discutibili, dopo aver subito un processo travolgente, con accuse infamanti (“Mafia capitale”) concluso con l’assoluzione da tutte le imputazioni principali. Si sente perseguitato?

Sì, mi sento perseguitato, sia per la volontà deliberata di alcuni magistrati, sia per l’inadeguatezza e la superficialità di altri. Non solo io sono innocente ma, salvo che in Cassazione, ho sempre avuto condanne superiori alle richieste dei pubblici ministeri. Di più: il reato principale per cui sono stato condannato – il traffico d’influenze finalizzato ad un abuso d’ufficio – oggi non esiste più, dopo la riforma che ha abolito l’abuso d’ufficio. Non solo non ho commesso i fatti che mi sono stati addebitati, ma questi fatti, anche se li avessi commessi, oggi non costituisco più reato.

Avrebbe potuto chiedere la Grazia al Presidente della Repubblica. Perché non lo ha fatto?

Molti amici, anche autorevoli, mi hanno sollecitato a chiedere la Grazia. Non l’ho fatto perché chiedere la Grazia significa ammettere, almeno implicitamente, la propria colpevolezza. Io non voglio essere graziato, io voglio essere assolto. All’inizio di questa vicenda giudiziaria ho rifiutato di patteggiare una condanna a due anni per corruzione. Sarebbe stato comodo, ma significava ammettere reati che non avevo commesso. E infatti la corruzione è stata cancellata dalla Cassazione. Adesso, dopo che la giustizia italiana ha respinto tutte le mie istanze, la Corte Europea dei Diritti Umani ha dichiarato ammissibile il mio ricorso e nei prossimi mesi a Strasburgo si svolgerà un’udienza che sarà il capitolo finale in questa lunghissima vicenda giudiziaria. Certo, è paradossale che un sovranista come me debba ricorrere alla giustizia europea, ma questa è la situazione della giustizia italiana, la “patria del diritto”. Poi, c’è un altro aspetto che rende per me impercorribile la strada della Grazia: se fosse stata accolta, al di là di tutte le ottime motivazioni e della imparzialità del Quirinale, avrei fatto la figura del “politico privilegiato” che viene aiutato a “trovare una scappatoia” per uscire dal Carcere. Non è la mia storia e non rispetta la mia dignità. Preferisco che il Presidente Mattarella riservi tutto il suo potere di grazia per le migliaia di casi di persone abbandonate e indifese che languono nelle carceri italiane.

L’Alemanno che tra qualche mese uscirà da Rebibbia assomiglia all’Alemanno che ci è entrato?

Non sta a me giudicarlo. Io ho cercato di utilizzare tutto questo “tempo sospeso” per diventare migliore come essere umano, ma saranno gli altri a dire se ci sono riuscito.

Come vede lo scontro politico che è aperto oggi in Italia?

Se parliamo dello scontro sul referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, credo che sia giusto votare Sì e credo che la sinistra italiana – pur con molte significative eccezioni – sbaglia a non vedere i problemi che affliggono la magistratura italiana, che non sono solo quelli della carenza di risorse e della sovrapproduzione di leggi penali da parte del Parlamento. Temo però che questa riforma non sia sufficiente a cambiare la situazione della Giustizia italiana. Più in generale vedo un Governo che, nonostante il protagonismo della Meloni, è molto deludente sulle grandi riforme e sulle grandi questioni internazionali, ma che ha la fortuna di avere un’opposizione politicamente inadeguata e culturalmente ancora più lontana dai problemi degli Italiani.

La politica in questi mesi le ha espresso qualche solidarietà?

Si, tanti vecchi amici del centrodestra e in particolare di Fratelli d’Italia sono venuti a trovarmi e mi hanno fatto sentire il loro affetto, come non sono mancate personalità del centrosinistra che mi hanno attestato la loro solidarietà. Il problema però è che io non chiedevo e non chiedo solidarietà per me stesso, chiedo serietà e attenzione per risolvere l’emergenza carceraria. E questo fino ad ora nel centrodestra – con l’unica eccezione del Presidente La Russa, è completamente mancato.

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