giovedì 19 febbraio 2026

La situazione attuale della musica. Riflessioni, sempre valide, di un compositore: Fausto Razzi ( da Music@, anno 2010)



La scarsa consistenza culturale che caratterizza la maggior parte della classe politica italiana - quando non si tratti addirittura di un vero e proprio disinteresse per questo fondamentale aspetto dell’educazione del cittadino - ha determinato di fatto una pressoché totale acquiescenza alle leggi del mercato: e le conseguenze di questa resa si sono rivelate particolarmente preoccupanti in questi ultimi anni, quando è stato messo in discussione il concetto del sostegno pubblico alle operazioni culturali in genere, che si vorrebbero del tutto privatizzate, per far rientrare anche la cultura tra le attività con fini economici. 

Nell’area che più specificamente ci riguarda, la musica ha generalmente assunto l’aspetto di una serie di cosiddetti “eventi” (particolarmente ben visti se è prevista la presenza di qualche “personaggio”): non si parla più di spessore culturale ma di spettacolo, in questo modo allineandosi perfettamente alle direttive imposte dalle multinazionali. Un notevole supporto a questa posizione degli operatori musicali viene offerto da gran parte degli intellettuali, la quale non può ovviamente disconoscere la “Grande Musica del Passato”, ma ritiene che l’unico linguaggio musicale contemporaneo sia quello della produzione di consumo.

 Infine, a tale conoscenza “deviata” (che sarebbe assolutamente inconcepibile per altri settori artistici) corrisponde poi - ed è questo probabilmente l’aspetto maggiormente preoccupante della questione - un’evidente ignoranza/incoscienza negli stessi musicisti, talmente attenti  alla diffusione della sola musica del passato da non rendersi conto che per formare un nuovo pubblico non sono sufficienti le proposte (fondamentalmente conservatrici, anche se di buon livello) volte a far conoscere esclusivamente quella letteratura. 

Si tratta infatti di proposte che interessano solo coloro i quali - non accettando Schönberg, Webern o Varèse - tanto più non accettano la musica del nostro tempo, quella degli ultimi cinquant’anni (che infatti è insufficientemente presente, sotto ogni punto di vista, nei programmi delle Istituzioni musicali). Non si comprende cioè che per avvicinare realmente i giovani a Monteverdi o a Mozart non basta eseguire le loro opere secondo una ritualità che, relegandole coscientemente nel passato, le allontana irrimediabilmente dai giovani: la loro interna vitalità (e quindi la loro esplosiva attualità) diviene infatti evidente solo in un confronto con il presente, con il linguaggio della musiche complesse del ‘900, nelle quali (non in tutte, ovviamente, come è sempre stato) si ritrovano tutte le tragedie e le sconfitte, ma anche le affermazioni di volontà, di energia e di speranza per il futuro che sono proprie del nostro presente: un confronto volto quindi non a provocare superficiali paragoni e facili e infruttuose scelte, ma proprio a chiarire gli aspetti e le ragioni delle due avanguardie, quella del passato e quella di oggi. 

Ma per far questo occorre rischiare, e purtroppo la mentalità conservatrice non rischia mai, mentre solo il coraggio di chi crede in una buona causa può far sì che le nuove generazioni si avvicinino in modo attivo a quelle opere realmente attuali (indipendentemente dall’epoca in cui sono state prodotte) che possono diventare uno strumento di riflessione. 

In altre parole: la memoria del passato - indubbiamente una necessità imprescindibile - non può essere considerata un’operazione fine a se stessa ma una spinta propulsiva per affrontare il presente e guardare con coraggio al futuro. E intendere questa necessità dovrebbe essere la prima preoccupazione di chi - in primo luogo, quindi, i musicisti - è preposto all’organizzazione della diffusione. 

Altrimenti l’emarginazione - causata sia dalla non conoscenza del pensiero contemporaneo (un fatto che si badi - investe quasi esclusivamente il settore della musica) sia dall’abitudine (ormai pressoché generalmente diffusa, consolidata, e dal potere scientemente provocata) a subire una produzione semplificata - porterà al definitivo allontanamento delle nuove generazioni anche dalla letteratura di quel passato che già molti giovani considerano “musica dei vecchi”: e allora non ci sarà più spazio, non ci sarà più interesse, non solo per un Quartetto di Beethoven, ma nemmeno per una delle sue Sinfonie. 

Conseguentemente lo “sbocco” - oggi già fortemente limitato in Italia dalla penuria di orchestre - sarà quasi impossibile, e questa volta per una causa molto più grave e definitiva, ossia per la graduale estinzione del pubblico: come potranno allora affrontare la realtà gli studenti di musica, che in genere dedicano il loro tempo esclusivamente allo studio del loro strumento, senza preoccuparsi poi di ciò che avviene fuori del Conservatorio, in quella società nella quale la loro attività futura dovrà effettuarsi, e senza quindi avere argomenti sul linguaggio contemporaneo che permettano di confrontarsi con i loro coetanei?

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