Nel quartiere dove abito, a Roma, c’è una chiesa in cui la comunità ucraina si riunisce ogni domenica. È dedicata a Sergio e Bacco, due santi soldati. Durante la messa i fedeli sono così tanti da saturare l’interno. Gli altri occupano parte della piazza, ascoltano la voce del sacerdote dall’altoparlante. Pregano per le cose per cui preghiamo tutti, e pregano per altre che non ci riguardano, la fine della guerra, la liberazione dell’Ucraina, i parenti e gli amici al freddo e al fronte. È questo surplus di preghiere a dare ai loro volti una contrizione particolare, che dal 24 febbraio 2022 non è mai davvero cambiata.
Tutto intorno c’è la vita romana, la fontana con i gradini su cui bivaccano i turisti, i tavolini dei bar, la pizza al taglio. Così la guerra a est continua a vivere anche qui, in questa parte di Europa in pace, ma è come racchiusa nei silenzi, dentro gusci di noce che ci permettono di evitarla quanto vogliamo.
Vale anche per me. A Natale ho comprato un addobbo di lana al banchetto discreto davanti alla chiesa ucraina, ma il più delle volte tiro dritto. A malapena mi soffermo a pensare a tutto ciò che si nasconde dietro la compostezza dei fedeli, alla sofferenza, all’ingiustizia. Forse sta nell’ordine naturale delle cose. La guerra dura da quattro anni, che in realtà sono dodici, e al di là di annunci e titoli non se ne intravede la fine. È una guerra lunghissima, incistata. In molti lo avevano presentito da subito che il tempo sarebbe stato infine l’arma russa di distruzione più micidiale.
Come sempre, prima di mettermi a scrivere di Ucraina, ho mandato dei messaggi alle persone che conosco lì. Una ragazza che finora era stata incrollabile ha risposto così alla mia richiesta di sintetizzare un pensiero sulla ricorrenza che si avvicina: «Questa volta non posso aiutarti. Mi dispiace. Non riesco nemmeno più a raccogliere i miei pensieri».
Nell’ultimo anno l’Ucraina tutta si è chiusa in un guscio di noce. Si è asserragliata non solo verso il confine est ma anche, emotivamente, verso ovest. Più del protrarsi infinito dell’invasione, è stato il primo anno di presidenza Trump a cambiare qualcosa nel profondo. L’imboscata a Zelensky alla Casa Bianca. La fotografia di Trump e Putin a passeggio in Alaska, appesa con finta nonchalance in quelle stesse stanze. Gli sfregi, i capricci, l’ambivalenza spietata del governo degli Stati Uniti.
Ma non solo loro. Anche da noi l’Ucraina riempie i media, poi viene eclissata, poi ricompare. Uno scandalo di corruzione fa mormorare a molti «eh, lo vedi che dopotutto». Un’Europa sempre più imbarazzata, balbettante, alla fine fa la cosa giusta — inviare armi, sostenere, schierarsi a favore — ma dopo iter ogni volta più penosi, fatti di calcoli tattici ed elucubrazioni. Intanto è il quarto inverno con l’elettricità a sprazzi, un inverno più inclemente di altri, a decine di gradi sotto zero, un inverno che non ha nessun riguardo per la nostra geopolitica.
In un articolo per il New York Times la giornalista Nataliya Gumenyuk ha scritto: «La lezione dell’ultimo anno, nel bene o nel male, è che il mondo non verrà a salvarci». Mi ha trafitto soprattutto l’inciso, «nel bene o nel male», for better or for worse. Trasmette la stessa rassegnazione che ho sentito nel messaggio della mia amica, ma anche una presa di distanza, una constatazione senza lacrime. Parole che arrivano dall’interno del guscio.
Un atleta olimpionico vuole indossare un casco che omaggia i suoi colleghi, giovanissimi, uccisi al fronte oppure da civili. Fra loro anche una judoka di nove anni, Victoria Ivashko, della quale altrimenti non avremmo mai conosciuto il nome. Ma gli viene impedito di farlo. C’è un regolamento sui simboli a cui non si può derogare. L’atleta rinuncia alla competizione, non piange. La presidente del comitato che gli ha impedito di gareggiare, invece, piange. Le dispiace ed è sincera ma nemmeno lei può farci nulla, il regolamento prevede normalità e neutralità. Il regolamento è il regolamento.
Solo che, nella vita dell’atleta, gli ultimi quattro anni che poi sono dodici non hanno proprio nulla di normale o di neutrale. E questa deroga perenne è iniziata, ironicamente, proprio al termine di altre olimpiadi invernali, quelle del 2014, che si tenevano in Russia, a Sochi, ospitate dal presidente Putin, il preludio festoso all’occupazione della Crimea. Mi chiedo come dobbiamo apparire agli occhi dell’atleta, con la nostra pretesa di normalità e neutralità, con i nostri regolamenti, ma non riesco a rispondermi. So che non siamo all’altezza del suo casco e dei suoi morti. Il massimo che possiamo fare, perciò, è occuparci di noi. Cosa pensiamo della sua ostinazione, del suo senso di opportunità? Cosa pensiamo della pax olimpica? Cosa pensiamo, noi, di noi?
Quattro anni. Personalmente, c’è una sola lezione che ho appreso con chiarezza: che talvolta l’ambizione acritica alla pace favorisce la violenza peggiore. Anzi no, ce n’è anche un’altra: che dai luoghi sicuri non si capisce quasi nulla della verità.
Dopo tutto questo tempo il dibattito italiano sull’Ucraina è più intorbidato che mai. Potrei elencare le persone che tengono ancora il punto — politici, giornalisti, intellettuali, organizzazioni non governative — e non ci metterei molto. A essersi infoltita parecchio, invece, è la schiera di coloro che in modi più o meno velati, più o meno coscienti, agevolano la propaganda russa. A essersi ingrossato è quel substrato di ideologie novecentesche marcite che è emerso fin dai primi giorni. Ma anche questo, forse, sta nell’ordine naturale delle cose. Perché chi deve ribadire in continuazione la verità, soffiare sul vapore della propaganda per disperderlo, prima o poi perde slancio e si stanca. La falsità, l’irragionevolezza alla lunga affaticano.
Temo che sull’Ucraina succederà infine come per la pandemia, dove le uniche voci ancora in circolazione sono di chi vuole una resa dei conti sulle mascherine, il lockdown, i vaccini, mentre tutti gli altri sono ormai altrove. Un’altra strategia bellica che si nutre del tempo.
Secondo la tradizione, i santi soldati Sergio e Bacco vennero portati al tempio di Giove e invitati a ripudiare la loro fede cristiana. Si rifiutarono. Allora furono vestiti con abiti femminili e costretti a sfilare per la città. Bacco venne lapidato; Sergio dovette camminare con dei chiodi conficcati nei piedi, prima della decapitazione.
Scrive Nataliya Gumenyuk: «Ciò che mi è chiaro è che questa guerra non sembra più un’interruzione; è semplicemente la realtà». La realtà. Il punto è quello dall’inizio e lo è ancora. Chi vuole vederla, chi ha la forza di continuare a vederla, chi distoglie lo sguardo, chi la altera per i propri scopi. Mentre noi ci disperdiamo nel vapore delle fantasie negoziali, della retorica pacifista, della propaganda russa, l’Ucraina persevera nei suoi conti con la realtà, che è fatta di droni, missili, sabotaggi, trincee, diaspora e mattoni scaldati sui fornelli perché irradino calore nella notte. Continua a fare quello che deve dentro il suo guscio di noce ogni giorno più duro. E continuerà, con sacrificio, nel martirio, fino a quando sarà necessario.

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