Luca Bergamo contro il quale il mondo culturale romano ed anche nazionale (come nel caso del Cinema all'aperto in Piazza s.Cosimato) ha protestato per la sua mancanza di progetto, di idee e per la politica del 'tiriamo a campare', sta tentando il colpo grosso, fidando sui romani scordarelli ed in fondo distratti, con il Teatro Valle.
Chiuso da oltre dieci anni, e da tre passato di proprietà dallo Stato al Comune, dotato infine di un consistente budget per il suo restauro e la messa a norma, 3 milioni di Euro, ora viene riaperto per ospitare una installazione di Mimmo Paladino, non per tornare ad ospitare spettacoli di teatro.
Perchè, allora riaprirlo? Per far finta che l'amministrazione Raggi tiene aq uel luogo storico. Nel quale, però, da quando è passato al Comune non è stato fatto nessuno dei lavori, già finanziati, promessi e previsti per la sua riapertura e restituzione definitiva al teatro.
Potrà essere rivisitato, almeno il foyer, che ospiterà incontri e seminari - dei quali si occuperà, per gratitudine complice, il direttore dell'Argentina, Calbi - ma niente spettacoli di teatro.
L'anno prossimo dovrebbero cominciare - non riprendere - i lavori di restauro, dei quali si sa che non è stata ancora bandita la gara di appalto, per finire chissà quando, presumibilmente dopo che la legislatura Raggi sarà terminata e anche Luca Bergamo andrà a casa.
Perchè nonostante la loro proverbiale distrazione, i romani non vorranno mica riconfermarli in Campidoglio, dopo lo sfascio in ogni campo, Teatro Valle compreso, al quale hanno assistito senza muovere un dito ( per non parlare poi delle emergenze croniche di Roma, prima fra tutte quella dei rifiuti, fattasi ancora più evidente a cavallo delle feste pasquali, dove in molti rioni sono sorti 'golgotha' di rifiuti a cielo aperto.
L'assessore Bergamo, inattivo per quasi due anni, almeno abbia il buon gusto di non prendere i romani e il mondo della cultura per i fondelli, nel caso del Teatro Valle, che resta ancora chiuso, e chissà quando e se riaprirà.
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giovedì 5 aprile 2018
giovedì 1 marzo 2018
Anche le preposizioni, se abusate, possono indurre in errore
Non c'è giorno che non ci capiti di notare, negli annunci o nelle cronache musicali, accanto agli inglesismi fuorvianti - conduttore al posto di direttore, il più usato di questi tempi - le espressioni fantasiose ma stupide - come le bacchette che dirigono o si abbassano o alzano su questo e quello - un uso smodato di preposizioni che spazzano via, senza ragione, le congiunzioni, la più usata di tutte è 'TRA'.
Anche ieri, nell'annunciare il programma di un concerto, il Trovaroma ( allegato il giovedì al quotidiano La Repubblica, che in questo uso malato si distingue nettamente dagli altri, scrive della violoncellista Sol Gabetta, nel sommario della presentazione, che sarà "in concerto TRA Schumann e Britten", mentre ha titolato, in apparente contrasto con il successivo sommarietto, ' Sol Gabetta suona Chopin".
Uno allora si chiede: Sol Gabetta, inizialmente indecisa fra due autori, Schumann e Britten, alla fine ha deciso per nessuno dei due ma per un altro, andando sul sicuro, cioè su Chopin (fra due litiganti, un terzo gode).
Quindi nè Schumann nè Britten ma Chopin. E allora, magari, uno, decide di andare al concerto proprio per Chopin. E, invece, arrivato al Teatro Argentina, sede romana del concerto, per conto della Filarmonica, vede che in programma c'è sì Chopin, ma anche Schumann e Britten.
Da dove è nato questo equivoco? Dall'uso smodato e controsenso della preposizione TRA, alla quale il pigro titolista dell'inserto romano del quotidiano si rivolge ogni volta che in programma ci sono diversi autori, che è poi, specie nelle stagioni cameristiche, la norma. Lui ne sceglie due nel mazzo e li utilizza nel titolo, interponendo fra i nomi la tragica ma innocente preposizione: TRA.
Chi legge quel TRA sul quotidiano romano, sa che non deve attendersi nulla di buono. Perchè il pigro, criminoso e fuorviante titolista, non lo pone fra il primo e l'ultimo autore in programma, secondo l'ordine di esecuzione, o andando dal più antico al più moderno, o secondo una altro criterio che sinceramente non sappiamo suggerirgli, ma a casaccio, e perciò deve attendersi di tutto. Magari quella volta, per un guizzo di intelligenza, gli è saltato in mente di mettere la preposizione fra due autori minori, regalando all'ascoltatore la piacevole sorpresa che nel mezzo, fra i due, c'è un gigante della musica. Insomma a causa di quel TRA ci si può attendere qualunque cosa, anche sorprese, qualche volta addirittura piacevoli.
Non sarebbe meglio, forse, evitare qualche TRA di troppo e tornare alla vecchia, più normale e più chiara congiunzione, come la semplicissima luminosa E - che, oltre tutto, fa risparmiare anche due lettere?
Anche ieri, nell'annunciare il programma di un concerto, il Trovaroma ( allegato il giovedì al quotidiano La Repubblica, che in questo uso malato si distingue nettamente dagli altri, scrive della violoncellista Sol Gabetta, nel sommario della presentazione, che sarà "in concerto TRA Schumann e Britten", mentre ha titolato, in apparente contrasto con il successivo sommarietto, ' Sol Gabetta suona Chopin".
Uno allora si chiede: Sol Gabetta, inizialmente indecisa fra due autori, Schumann e Britten, alla fine ha deciso per nessuno dei due ma per un altro, andando sul sicuro, cioè su Chopin (fra due litiganti, un terzo gode).
Quindi nè Schumann nè Britten ma Chopin. E allora, magari, uno, decide di andare al concerto proprio per Chopin. E, invece, arrivato al Teatro Argentina, sede romana del concerto, per conto della Filarmonica, vede che in programma c'è sì Chopin, ma anche Schumann e Britten.
Da dove è nato questo equivoco? Dall'uso smodato e controsenso della preposizione TRA, alla quale il pigro titolista dell'inserto romano del quotidiano si rivolge ogni volta che in programma ci sono diversi autori, che è poi, specie nelle stagioni cameristiche, la norma. Lui ne sceglie due nel mazzo e li utilizza nel titolo, interponendo fra i nomi la tragica ma innocente preposizione: TRA.
Chi legge quel TRA sul quotidiano romano, sa che non deve attendersi nulla di buono. Perchè il pigro, criminoso e fuorviante titolista, non lo pone fra il primo e l'ultimo autore in programma, secondo l'ordine di esecuzione, o andando dal più antico al più moderno, o secondo una altro criterio che sinceramente non sappiamo suggerirgli, ma a casaccio, e perciò deve attendersi di tutto. Magari quella volta, per un guizzo di intelligenza, gli è saltato in mente di mettere la preposizione fra due autori minori, regalando all'ascoltatore la piacevole sorpresa che nel mezzo, fra i due, c'è un gigante della musica. Insomma a causa di quel TRA ci si può attendere qualunque cosa, anche sorprese, qualche volta addirittura piacevoli.
Non sarebbe meglio, forse, evitare qualche TRA di troppo e tornare alla vecchia, più normale e più chiara congiunzione, come la semplicissima luminosa E - che, oltre tutto, fa risparmiare anche due lettere?
sabato 27 maggio 2017
Una 'deflagrazione' necessaria e salutare ha investito l'Accademia Filarmonica Romana. Parola di Paolo Baratta
Senza una deflagrazione che rimetta in discussione ogni cosa, musica compresa, e soprattutto abbattendo steccati di ogni genere, non si va da nessuna parte, ha detto Paolo Baratta, deus ex machina della Biennale da tempo immemorabile, per volontà di tutti i ministri della Cultura PD, e saldamente in sella da svariate stagioni, anche all'Accademia Filarmonica Romana, dove è direttore artistico Matteo D'Amico, e nel cui consiglio direttivo siede anche Michele Dall'Ongaro, sovrintendente a Santa Cecilia, il quale - per civilissimo scambio - ha nel consiglio dell'Accademia di Santa Cecilia proprio Matteo D'Amico. E poi dicono che i musicisti non si vogliono bene! Si vogliono bene, anzi, come dimostra anche questo spassionato e disinteressato scambio, sembrano amarsi perdutamente: naturalmente niente a vedere con il sesso ( meglio comandare...) e lungi ogni idea banale e terra terra di scambio d'interesse. Non possono fare a meno l'uno dell'altro.
Ma ora ci interessa soprattutto la nuova stagione dell'Accademia Filarmonica - di quella di Santa Cecilia abbiamo scritto nelle passate settimane - che è stata appena presentata, alla presenza di Baratta che ha parlato appunto di 'deflagrazione', illustrandone il programma e la linea conduttrice. Basta con i generi, di qua musica di là prosa, di qua poesia, di là pittura. No, mischiamo tutto, perchè tutto è deflagrato. A cominciare dalla sede storica dei concerti: il Teatro Olimpico che, quest'anno, ospiterà solo il nuovo Don Giovanni con l'Orchestra di Piazza Vittorio e gli spettacoli di danza. E i concerti? Quelli sono stati trasferiti al Teatro Argentina, almeno quelli di prestigio (due o forse tre) - forse una misura precauzionale dopo il crollo dell'attico del palazzo in cui ha sede il Teatro Olimpico. Possibile che nessun giornale riferisca di tale 'deflagrante' cambio di sede, a seguito di deflagrazione immobiliare? Neppure un accenno, come fosse la cosa più naturale.
Alla logica della deflagrazione ubbidisce anche il progetto legato a Les fleurs du mal di Baudelaire, la cui lettura integrale affidata al suo più recente traduttore, verrà sostenuta dal 'zum zum' d'autore, in carico al bravo Prosseda - sempre al Teatro Argentina
Gli altri concerti, quelli del progetto Beethoven (con le appendici dei 'contendenti' Dall'Ongaro e Campogrande) che sono affidati alle migliori leve del pianismo italiano, crediamo sotto la supervisione di Lucchesini, si svolgeranno nella Sala Casella che ospiterà anche i concerti dei migliori allievi dell'Accademia di santa Cecilia (ecco a cosa servono le sinergie fra accademie cittadine; ma un piede alla Filarmonica ce lo mette anche quella 'pianistica' di Imola). Si ascolteranno tanti giovani dal volto nuovo che all'Accademia costeranno poco, forse niente (una stagione a costo 'zero', salvo i costi consistenti dell'organizzazione e direzione della Filarmonica).Per la gioia di Baratta.
E, infine, nella sala degli affreschi, una specie di nobile sottoscala della palazzina in cui ha sede la Filarmonica sulla Flaminia, gli incontri con i solisti di 'Imago sonora', complesso residente, che eseguiranno musiche di autori contemporanei.
Ma adesso di un'altra deflagrazione che ha investito proprio Paolo Baratta ci corre l'obbligo di parlare, mentre il diretto interessato, tanto loquace sulla deflagrazione della Filarmonica che presiede, su quella che ha investito lui in persona tace.
E' accaduto che una sentenza del TAR abbia annullato le nomine di cinque direttori di importanti Musei italiani, dei venti scelti dalla commissione 'internazionale, voluta da Franceschini e presieduta da Baratta, a metà 2015. Il TAR, nella sua sentenza oltre a rilievi legislativi, accenna anche a irregolarità nello svolgimento dei lavori della commissione presieduta da Baratta, il quale - come scrive oggi Montanari su 'Repubblica' - si metteva a servizio di Franceschini, in quelle stesse settimane in cui attendeva dal ministro la riconferma, per la quinta volta, alla Presidenza della Biennale.
Montanari oggi, e Vittorio Emiliani ieri, hanno messo in dubbio la correttezza dei lavori ed anche la competenza della commissione 'Baratta', denunciando la scarsa qualità dei curricula dei candidati prescelti, curricula che sarebbero stati esaminati in pochi minuti dai componenti della commissione e avallati dal presidente, chiamati a decidere, con scarsa competenza, su direttori di musei di vario genere; sia le modalità 'sbrigative' - 'magmatiche' dice la sentenza del TAR - con cui si sarebbero svolti i colloqui con i candidati, durati qualche decina di minuti appena, mentre all'estero i candidati vengono esaminati e studiati a lungo, per saggiane competenza e professionalità, ed anche la idoneità allo specifico settore del Museo che dovrebbero, se scelti, dirigere.
Paolo Baratta, investito da una simile deflagrazione, non è finito in mille pezzi, ma si è ammutolito!
Ma ora ci interessa soprattutto la nuova stagione dell'Accademia Filarmonica - di quella di Santa Cecilia abbiamo scritto nelle passate settimane - che è stata appena presentata, alla presenza di Baratta che ha parlato appunto di 'deflagrazione', illustrandone il programma e la linea conduttrice. Basta con i generi, di qua musica di là prosa, di qua poesia, di là pittura. No, mischiamo tutto, perchè tutto è deflagrato. A cominciare dalla sede storica dei concerti: il Teatro Olimpico che, quest'anno, ospiterà solo il nuovo Don Giovanni con l'Orchestra di Piazza Vittorio e gli spettacoli di danza. E i concerti? Quelli sono stati trasferiti al Teatro Argentina, almeno quelli di prestigio (due o forse tre) - forse una misura precauzionale dopo il crollo dell'attico del palazzo in cui ha sede il Teatro Olimpico. Possibile che nessun giornale riferisca di tale 'deflagrante' cambio di sede, a seguito di deflagrazione immobiliare? Neppure un accenno, come fosse la cosa più naturale.
Alla logica della deflagrazione ubbidisce anche il progetto legato a Les fleurs du mal di Baudelaire, la cui lettura integrale affidata al suo più recente traduttore, verrà sostenuta dal 'zum zum' d'autore, in carico al bravo Prosseda - sempre al Teatro Argentina
Gli altri concerti, quelli del progetto Beethoven (con le appendici dei 'contendenti' Dall'Ongaro e Campogrande) che sono affidati alle migliori leve del pianismo italiano, crediamo sotto la supervisione di Lucchesini, si svolgeranno nella Sala Casella che ospiterà anche i concerti dei migliori allievi dell'Accademia di santa Cecilia (ecco a cosa servono le sinergie fra accademie cittadine; ma un piede alla Filarmonica ce lo mette anche quella 'pianistica' di Imola). Si ascolteranno tanti giovani dal volto nuovo che all'Accademia costeranno poco, forse niente (una stagione a costo 'zero', salvo i costi consistenti dell'organizzazione e direzione della Filarmonica).Per la gioia di Baratta.
E, infine, nella sala degli affreschi, una specie di nobile sottoscala della palazzina in cui ha sede la Filarmonica sulla Flaminia, gli incontri con i solisti di 'Imago sonora', complesso residente, che eseguiranno musiche di autori contemporanei.
Ma adesso di un'altra deflagrazione che ha investito proprio Paolo Baratta ci corre l'obbligo di parlare, mentre il diretto interessato, tanto loquace sulla deflagrazione della Filarmonica che presiede, su quella che ha investito lui in persona tace.
E' accaduto che una sentenza del TAR abbia annullato le nomine di cinque direttori di importanti Musei italiani, dei venti scelti dalla commissione 'internazionale, voluta da Franceschini e presieduta da Baratta, a metà 2015. Il TAR, nella sua sentenza oltre a rilievi legislativi, accenna anche a irregolarità nello svolgimento dei lavori della commissione presieduta da Baratta, il quale - come scrive oggi Montanari su 'Repubblica' - si metteva a servizio di Franceschini, in quelle stesse settimane in cui attendeva dal ministro la riconferma, per la quinta volta, alla Presidenza della Biennale.
Montanari oggi, e Vittorio Emiliani ieri, hanno messo in dubbio la correttezza dei lavori ed anche la competenza della commissione 'Baratta', denunciando la scarsa qualità dei curricula dei candidati prescelti, curricula che sarebbero stati esaminati in pochi minuti dai componenti della commissione e avallati dal presidente, chiamati a decidere, con scarsa competenza, su direttori di musei di vario genere; sia le modalità 'sbrigative' - 'magmatiche' dice la sentenza del TAR - con cui si sarebbero svolti i colloqui con i candidati, durati qualche decina di minuti appena, mentre all'estero i candidati vengono esaminati e studiati a lungo, per saggiane competenza e professionalità, ed anche la idoneità allo specifico settore del Museo che dovrebbero, se scelti, dirigere.
Paolo Baratta, investito da una simile deflagrazione, non è finito in mille pezzi, ma si è ammutolito!
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mercoledì 8 giugno 2016
Giuseppe Verdi 'componeva a 432 Hertz'. Parola di una sua lontana discendente: Gaia Maschi Verdi
Due giorni fa ci siamo recati al Teatro Argentina, richiamati da due elementi, per una serata musicale, verdiana.
Una lontana discendente del grande compositore, Gaia Maschi Verdi ( il cui nome nulla diceva perfino a noi che da secoli ci occupiamo di musica) presentata da Didi Leoni ( imbarazzata ed imbarazzante 'brava' presentatrice, 'made in tv'), avrebbe raccontato le vicende di un pianoforte verticale, di proprietà del musicista, esposto all'Argentina fino alla fine di dicembre, della ditta Carol Otto Berlin - ed ora finito nelle proprietà, ereditate dalla Gaia Maschi Verdi.
Il secondo elemento, più personale e diremmo anche privato, era la possibilità di rivedere e riascoltare - secondo gli annunci dei giornali - una nostra ex allieva di Conservatorio, Maria Tomassi, soprano, che sta facendo una bella carriera.
Alla fine, nessuno dei due elementi che ci avevano fatto uscire di casa per recarci in quella bolgia che è largo Argentina a Roma, ci ha soddisfatti.
Per Maria Tomassi, perchè semplicemente non c'era, limitandosi la presenza musicale all'esecuzione di alcuni brani sullo storico pianoforte ( che di storico non aveva che l'accordatura più bassa di quella corrente, che è attualmente a 440Hz, e basta) : una 'fantasia' su opere celebri di Verdi - affidata ad un 'virtuoso' del Conservatorio di Santa Cecilia, del quale si è ascoltata la storia di vita assai simile e lunga come quella di Pollini, sebbene non abbia i suoi anni che avrà solo fra molti decenni, speriamo con la stessa gloriosa carriera, appena iniziata - e il celebre valzerino orchestrato da Rota e fatto ascoltare nel celebre Gattopardo di Luchino Visconti.
Poi, ancora, da un secondo pianista, i preludi all'Atto primo e terzo di Traviata e quattro chiacchiere, sconclusionate , che recano offesa alla memoria del celebre compositore, finito in quelle mani sacrileghe sebbene parentali, alla lontanissimaaaaaa, a condire la scialba celebrazione romana( per la quale era tirato in ballo anche il Ministero dell'Aeronautica, senza che ne abbiamo capito la ragione!)
Era questa la serata per la quale, ignari, ci eravamo recati al Teatro Argentina, dove abbiamo anche visto un sofisticato, di troppe pretese, cortometraggio di una giovane charmante regista francese ( Anne Camille Charliat, presente, dal titolo ' La scordatura', nel quale si ascolta anche il termine la 'partizione', 'dal sen sfuggito', al posto di 'partitura', che per un film musicale e dieci righe di testo, è il colmo!) finanziato come tante altre opere prime - che potrebbero restare ultime.
La Maschi Verdi, da musicologa discendente, ha spiegato che quell'accordatura, aurea 'fu modificata nel 1939, dai nazisti, allo scopo, letterale, di: " influire in modo terroristico sul cervello umano per aumentarne l'aggressività", aggiungendo poi - idiozia su idiozia - che i giovani che ascoltano musica classica, sono 'meno aggressivi' di quelli che si dedicano alla musica del diavolo, chiassosa e straniante.
Povero Verdi che 'componeva a 432 Hertz'!, secondo l'infelice espressione di Gaia Maschi Verdi.
P.S. Chi non avesse capito del tutto l'arruolamento nella schiera dei musicologi di Gaia Maschi Verdi, può trovare altra materia di informazione sul sito 'Calabria on web', dove in una lunga intervista alla discendente del compositore, si legge di 'depositi siae di brani giovanili di Verdi', di 'pellegrinaggi in terra santa' e di altre altre amenità, che non non siamo riusciti a leggere ed abbiamo chiuso prima.
Una lontana discendente del grande compositore, Gaia Maschi Verdi ( il cui nome nulla diceva perfino a noi che da secoli ci occupiamo di musica) presentata da Didi Leoni ( imbarazzata ed imbarazzante 'brava' presentatrice, 'made in tv'), avrebbe raccontato le vicende di un pianoforte verticale, di proprietà del musicista, esposto all'Argentina fino alla fine di dicembre, della ditta Carol Otto Berlin - ed ora finito nelle proprietà, ereditate dalla Gaia Maschi Verdi.
Il secondo elemento, più personale e diremmo anche privato, era la possibilità di rivedere e riascoltare - secondo gli annunci dei giornali - una nostra ex allieva di Conservatorio, Maria Tomassi, soprano, che sta facendo una bella carriera.
Alla fine, nessuno dei due elementi che ci avevano fatto uscire di casa per recarci in quella bolgia che è largo Argentina a Roma, ci ha soddisfatti.
Per Maria Tomassi, perchè semplicemente non c'era, limitandosi la presenza musicale all'esecuzione di alcuni brani sullo storico pianoforte ( che di storico non aveva che l'accordatura più bassa di quella corrente, che è attualmente a 440Hz, e basta) : una 'fantasia' su opere celebri di Verdi - affidata ad un 'virtuoso' del Conservatorio di Santa Cecilia, del quale si è ascoltata la storia di vita assai simile e lunga come quella di Pollini, sebbene non abbia i suoi anni che avrà solo fra molti decenni, speriamo con la stessa gloriosa carriera, appena iniziata - e il celebre valzerino orchestrato da Rota e fatto ascoltare nel celebre Gattopardo di Luchino Visconti.
Poi, ancora, da un secondo pianista, i preludi all'Atto primo e terzo di Traviata e quattro chiacchiere, sconclusionate , che recano offesa alla memoria del celebre compositore, finito in quelle mani sacrileghe sebbene parentali, alla lontanissimaaaaaa, a condire la scialba celebrazione romana( per la quale era tirato in ballo anche il Ministero dell'Aeronautica, senza che ne abbiamo capito la ragione!)
Era questa la serata per la quale, ignari, ci eravamo recati al Teatro Argentina, dove abbiamo anche visto un sofisticato, di troppe pretese, cortometraggio di una giovane charmante regista francese ( Anne Camille Charliat, presente, dal titolo ' La scordatura', nel quale si ascolta anche il termine la 'partizione', 'dal sen sfuggito', al posto di 'partitura', che per un film musicale e dieci righe di testo, è il colmo!) finanziato come tante altre opere prime - che potrebbero restare ultime.
La Maschi Verdi, da musicologa discendente, ha spiegato che quell'accordatura, aurea 'fu modificata nel 1939, dai nazisti, allo scopo, letterale, di: " influire in modo terroristico sul cervello umano per aumentarne l'aggressività", aggiungendo poi - idiozia su idiozia - che i giovani che ascoltano musica classica, sono 'meno aggressivi' di quelli che si dedicano alla musica del diavolo, chiassosa e straniante.
Povero Verdi che 'componeva a 432 Hertz'!, secondo l'infelice espressione di Gaia Maschi Verdi.
P.S. Chi non avesse capito del tutto l'arruolamento nella schiera dei musicologi di Gaia Maschi Verdi, può trovare altra materia di informazione sul sito 'Calabria on web', dove in una lunga intervista alla discendente del compositore, si legge di 'depositi siae di brani giovanili di Verdi', di 'pellegrinaggi in terra santa' e di altre altre amenità, che non non siamo riusciti a leggere ed abbiamo chiuso prima.
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domenica 6 marzo 2016
Lo storico Teatro Valle di Roma è ancora un problema
Solo oggi abbiamo appreso che la proprietà dello storico teatro Valle, a Roma, è passata dallo Stato al Comune di Roma, e che ambedue i soggetti metteranno insieme circa 3 milioni di Euro per procedere - loro dicono 'speditamente' - al restauro completo dell'edificio ed al suo ammodernamento e successivamente alla riapertura ed all'affidamento, probabilmente al Teatro di Roma - asso pigliatutto - gestito dai compagnucci del partitino al governo della città e che ha già la gestione, oltre che del Teatro Argentina, di altri spazi teatrali. Insomma un vero e proprio circuito teatrale destinato a soddisfare, passando ogni volta di mano ad ogni cambio di governo della città, gli appetiti di cosiddetti operatori culturali nati e formati all'ombra di qualche sezione di partito.
E noi che pensavamo - visto che il teatro è chiuso dall'estate del 2014 - che i solertissimi Franceschini e la sua compagna ed ora moglie De Biase, e Marino e la Marinelli avevano già avviato i lavori di restauro e ripristino della storica sala, oltre che della sua illustre facciata del Valadier. No, tutto come due anni fa circa, nel frattempo il teatro è rimasto chiuso e forse il suo deperimento strutturale è andato ancora avanti.
Nella discussione sul futuro del teatro Valle si è inserita ora la Fondazione Romaeuropa, apparentemente alla chetichella, ma per vantare una specie di diritto di prelazione sulla gestione del teatro, per bocca di Fabrizio Grifasi direttore generale ed artistico della Fondazione e dell'omonimo festival, e membro del CdA 'A VITA'.
Dice Grifasi: prima di destinare lo spazio nel centro di Roma a qualcuno, si discuta della sua finalità, di quale progetto impiantarvi, perché anche il Teatro Valle non può finire ad essere una scatola che vive di 'ospitate'. Grifasi naturalmente, senza dirlo apertamente, fa capire di poter vantare qualche diritto, se quello spazio viene destinato a 'coltivare' la nuova creazione teatrale', nel quale campo la fondazione da lui diretta 'A VITA' si è specializzata. A proposito di Grifasi ed anche della Veaute, anch'ella Presidente 'A VITA' della medesima fondazione, specializzatasi anche in 'VITALIZI', perché non schiodano lasciando, dopo molti anni ormai, il posto ad altri?
Non lo diciamo perché abbiamo qualche mira, noi non siamo più in età da essere considerati all'altezza. Dunque lo diciamo per i 'Nuovi teatranti' ai quali la Fondazione terrebbe immensamente, a suo dire, mentre è governata da vecchi ( meglio 'adulti' che però diventeranno anche vecchi restando sempre lì, ' A VITA'), attaccati alle poltrone, come nessun altro.
Ora, si sa anche della mancanza cronica di spazi teatrali nei quali ospitare le manifestazioni del festival che dopo essere stato condensato per anni nella stagione estiva, e su palcoscenici allestiti ad hoc ( negli ultimi anni a Santa Croce in Gerusalemme) ora ha una programmazione autunnale, spalmata lungo due o tre mesi, ospitata dove può.
E' evidente che Grifasi e la sua Fondazione, di cui è membro 'A VITA', guardano al Valle anche come ad un possibile spazio nel quale trasferire buona parte della programmazione festivaliera. Insomma come si dice a Roma, con 'una fava due piccioni', sbattendo in faccia soltanto la nobilissima idea che chi avrà la gestione del Valle , l'otterrà con un progetto ed una finalità degne del teatro e di una autonoma consistenza culturale. Come soltanto la Fondazione Romaeuropa potrebbe garantire - che è ciò che vuol dire Grifasi, ma che non ci trova d'accordo.
Perchè se Romaeuropa continua a fare ciò che ha sempre fatto - magari ogni tanto con nuovi filoni di interesse e nuovi artisti, mentre invece per la gran parte sono sempre gli stessi; questo basta e avanza - al Valle possono provvedere altri. O bisogna pensare che senza Grifasi la cultura a Roma rischia di dissolversi?
E noi che pensavamo - visto che il teatro è chiuso dall'estate del 2014 - che i solertissimi Franceschini e la sua compagna ed ora moglie De Biase, e Marino e la Marinelli avevano già avviato i lavori di restauro e ripristino della storica sala, oltre che della sua illustre facciata del Valadier. No, tutto come due anni fa circa, nel frattempo il teatro è rimasto chiuso e forse il suo deperimento strutturale è andato ancora avanti.
Nella discussione sul futuro del teatro Valle si è inserita ora la Fondazione Romaeuropa, apparentemente alla chetichella, ma per vantare una specie di diritto di prelazione sulla gestione del teatro, per bocca di Fabrizio Grifasi direttore generale ed artistico della Fondazione e dell'omonimo festival, e membro del CdA 'A VITA'.
Dice Grifasi: prima di destinare lo spazio nel centro di Roma a qualcuno, si discuta della sua finalità, di quale progetto impiantarvi, perché anche il Teatro Valle non può finire ad essere una scatola che vive di 'ospitate'. Grifasi naturalmente, senza dirlo apertamente, fa capire di poter vantare qualche diritto, se quello spazio viene destinato a 'coltivare' la nuova creazione teatrale', nel quale campo la fondazione da lui diretta 'A VITA' si è specializzata. A proposito di Grifasi ed anche della Veaute, anch'ella Presidente 'A VITA' della medesima fondazione, specializzatasi anche in 'VITALIZI', perché non schiodano lasciando, dopo molti anni ormai, il posto ad altri?
Non lo diciamo perché abbiamo qualche mira, noi non siamo più in età da essere considerati all'altezza. Dunque lo diciamo per i 'Nuovi teatranti' ai quali la Fondazione terrebbe immensamente, a suo dire, mentre è governata da vecchi ( meglio 'adulti' che però diventeranno anche vecchi restando sempre lì, ' A VITA'), attaccati alle poltrone, come nessun altro.
Ora, si sa anche della mancanza cronica di spazi teatrali nei quali ospitare le manifestazioni del festival che dopo essere stato condensato per anni nella stagione estiva, e su palcoscenici allestiti ad hoc ( negli ultimi anni a Santa Croce in Gerusalemme) ora ha una programmazione autunnale, spalmata lungo due o tre mesi, ospitata dove può.
E' evidente che Grifasi e la sua Fondazione, di cui è membro 'A VITA', guardano al Valle anche come ad un possibile spazio nel quale trasferire buona parte della programmazione festivaliera. Insomma come si dice a Roma, con 'una fava due piccioni', sbattendo in faccia soltanto la nobilissima idea che chi avrà la gestione del Valle , l'otterrà con un progetto ed una finalità degne del teatro e di una autonoma consistenza culturale. Come soltanto la Fondazione Romaeuropa potrebbe garantire - che è ciò che vuol dire Grifasi, ma che non ci trova d'accordo.
Perchè se Romaeuropa continua a fare ciò che ha sempre fatto - magari ogni tanto con nuovi filoni di interesse e nuovi artisti, mentre invece per la gran parte sono sempre gli stessi; questo basta e avanza - al Valle possono provvedere altri. O bisogna pensare che senza Grifasi la cultura a Roma rischia di dissolversi?
sabato 15 novembre 2014
Roma, non ancora allagata, fa acqua da tutte le parti, dal Campidoglio all'Opera. Marino, ma anche Fuortes, dovrebbero ritirarsi in buon ordine.
I giornali locali di questi giorni sembrano bollettini di guerra, meglio: di vigilia di resa. Tutto il PD contro il sindaco della capitale - che è del PD. Il divorzio minacciato è ora annunciato, fra Ignazio Marino e il governo della città, e fra Ignazio Marino e il Presidente - anzi la Presidente della 'Commissione Cultura', l'avvenente battagliera Michela Di Biase, sposata Franceschini, la quale nella riunione del partito di ieri l'ha quasi insultato dicendo che non c'è cosa che egli sappia fare al momento giusto, compreso quella sortita tardiva fra la 'ggente di Tor Sapienza, nonostante tutti glielo avessero consigliato anzi chiesto da giorni e prima che il fuoco divampasse. Egli non demorde, vuole restare in cima alla classifica del più grande gaffeur che la storia recente di Roma ricordi, contendendo in detta classifica il primo posto all'ex rettore della Sapienza, Frati, che di gaffes ne inanellava una al giorno, e di una in particolare, noi stessi fummo testimoni in un tragicomica serata nell'Aula magna, al cospetto di Riccardo Muti cui il rettore consegnava il diploma di laurea honoris causa.
No Marino, anche a seguito del suo appoggio all'altro improponibile personaggio di questi giorni, Carlo Fuortes, nel suo insensato progetto di esternalizzare orchestra e coro dell'Opera, per il quale il mondo intero gli ha riso dietro, non può restare. Non ne ha indovinata una, anche senza parlare del Caso Valle, che lui magari si vanterà di aver risolto mentre invece i rivoltosi occupanti hanno solo ascoltato un invito, al quale non potevano dire di no, del potente direttore di Radio 3 e dell'Argentina, Marino Sinibaldi oltre che della veterana Giovanna Marinelli, promossa assessora, con grande scontento della Di Biase che a quell'incarico teneva e forse ci teneva anche suo marito Franceschini. Naturalmente passiamo sopra il pasticcio delle strisce blu per i parcheggi e mille altre cose nelle quali ha dato prova di essere quell'incapace che da subito i cittadini hanno stigmatizzato.
Con quale faccia crede di poter restare dopo la sconfessione generale dei cittadini e del suo stesso partito, non si capisce; come non si capisce neanche come faccia a restare, il suo sodale Fuortes, quand'anche alla fine riuscisse a mettere una toppa al disastro che ha contribuito ad aumentare all'Opera di Roma, dove cominciano a venir giù pezzi, quasi alla viglia della prima - mancano solo dieci giorni. Il soprano scritturato per Rusalka ha dichiarato forfait - per motivi di salute, si legge in un comunicato, ma noi temiamo che la sua malattia sia diplomatica, per non dispiacere a Muti; e non è ancora detto che gli altri pezzi tengano tutti; da qui al 27 potrebbero cadere anche altri, sempre che dal CDA del prossimo 23 si metta finalmente fine alla tragicommedia, messa in scena da Marino e Fuortes nello storico Costanzi.
Dal quale sempre il Fuortes incompetente, fa sapere che il Maestro Muti gli ha detto espressamente che egli non intende rinunciare alla sua carica di 'direttore onorario a vita', altra barzelletta che, comunque, si può inscenare anche a distanza, e cioè non mettendo più piede nel teatro dell'Opera di Roma.
No Marino, anche a seguito del suo appoggio all'altro improponibile personaggio di questi giorni, Carlo Fuortes, nel suo insensato progetto di esternalizzare orchestra e coro dell'Opera, per il quale il mondo intero gli ha riso dietro, non può restare. Non ne ha indovinata una, anche senza parlare del Caso Valle, che lui magari si vanterà di aver risolto mentre invece i rivoltosi occupanti hanno solo ascoltato un invito, al quale non potevano dire di no, del potente direttore di Radio 3 e dell'Argentina, Marino Sinibaldi oltre che della veterana Giovanna Marinelli, promossa assessora, con grande scontento della Di Biase che a quell'incarico teneva e forse ci teneva anche suo marito Franceschini. Naturalmente passiamo sopra il pasticcio delle strisce blu per i parcheggi e mille altre cose nelle quali ha dato prova di essere quell'incapace che da subito i cittadini hanno stigmatizzato.
Con quale faccia crede di poter restare dopo la sconfessione generale dei cittadini e del suo stesso partito, non si capisce; come non si capisce neanche come faccia a restare, il suo sodale Fuortes, quand'anche alla fine riuscisse a mettere una toppa al disastro che ha contribuito ad aumentare all'Opera di Roma, dove cominciano a venir giù pezzi, quasi alla viglia della prima - mancano solo dieci giorni. Il soprano scritturato per Rusalka ha dichiarato forfait - per motivi di salute, si legge in un comunicato, ma noi temiamo che la sua malattia sia diplomatica, per non dispiacere a Muti; e non è ancora detto che gli altri pezzi tengano tutti; da qui al 27 potrebbero cadere anche altri, sempre che dal CDA del prossimo 23 si metta finalmente fine alla tragicommedia, messa in scena da Marino e Fuortes nello storico Costanzi.
Dal quale sempre il Fuortes incompetente, fa sapere che il Maestro Muti gli ha detto espressamente che egli non intende rinunciare alla sua carica di 'direttore onorario a vita', altra barzelletta che, comunque, si può inscenare anche a distanza, e cioè non mettendo più piede nel teatro dell'Opera di Roma.
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venerdì 11 luglio 2014
Libri per Dell'Utri; Casa Verdi a Busseto acquistata dalla Siae. Flavia Barca si schiera con gli occupanti del Valle;ancora Giovanna Marinelli?
'Più libri, più liberi', il motto inventato per una fiera di libri, ha fatto paura alla direzione del carcere di Parma che ha negato a Marcello Dell'Utri, di avere più di un libro o due che sarebbero quelli consentiti. Evidentemente sia il legislatore che il direttore dell'istituto di pena parmigiano che osserva la legge parola per parola, incapace di interpretarla anche a costo di esporsi al ridicolo, avrà pensato che dando più libri a Dell'Utri, era come volerlo rendere più libero. Ecco perché il legislatore ha limitatore il possesso di liberi in carcere, si sarà detto ed ha fatto.. Però... la prossima volta non processate Dell'Utri ancora per concorso 'esterno' in associazione mafiosa, dopo che l'avete messo in un istituto di pena dove c'è già Totò Riina. Semmai sarete voi carcerieri ad esser processati per concorso 'interno' in associazione mafiosa. Cosa pretendete da un pover'uomo, senza libri, a stretto contatto con la mafia in persona?
Palazzo Orlandi a Busseto, abitato da Verdi e, se non andiamo errati, di proprietà della prima moglie del musicista, non sarà messo all'asta, né lasciato andare in malora; almeno si spera dopo che la SIAE ha deciso di avquistarlo per farne un centro di studi verdiani.
Flavia Barca, ora che è uscita definitivamente dalle stanze di Piazza Campitelli, dove ha sede l'Assessorato alla cultura di Roma, si toglie qualche sassolino, dicendosi al fianco degli occupanti del valle, ed aggiungendo che il progetto di Marino di 'fare un bando' - il sindaco ama i bandi e i tempi lunghi: ha anche promesso che in tre anni toglierà l'immondizia dalla capitale, nel frattempo cosa facciamo, sindaco? - non ha senso, meglio allora collegare il valle all'Argentina , in una cogestione fruttuosa.
marino non ha ancora capito che in certe situazioni conta il tempo. Dovrebbe saperlo, se non lo sa ancora gli servirà un banale esempio dalla sua professione medica. E' come se lui, chirurgo, ordinasse di portare un malato in sala operatoria, di addormentarlo, assicurando che arriverà entro brevissimo tempo per operarlo, e poi se ne dimentichi. Che ne sarà del malato? Che ne sarà di Roma e dei suoi tanti problemi con il sindaco LENTO?
Ancora insoluto il caso della successione a Flavia Barca,Mentre torna in lizza il nome di Giovanna Marinelli, al Comune ai tempi di Veltroni e Borgna e poi premiata, a fine mandato, con la presidenza dell'Argentina. Possibile che i vecchi mostri tornano sempre? Si fa anche il nome della Rummo, che viene dal Ministero, per rinsaldare i rapporti con Franceschini. Inutile, c'è già Michela Di Biase.
Palazzo Orlandi a Busseto, abitato da Verdi e, se non andiamo errati, di proprietà della prima moglie del musicista, non sarà messo all'asta, né lasciato andare in malora; almeno si spera dopo che la SIAE ha deciso di avquistarlo per farne un centro di studi verdiani.
Flavia Barca, ora che è uscita definitivamente dalle stanze di Piazza Campitelli, dove ha sede l'Assessorato alla cultura di Roma, si toglie qualche sassolino, dicendosi al fianco degli occupanti del valle, ed aggiungendo che il progetto di Marino di 'fare un bando' - il sindaco ama i bandi e i tempi lunghi: ha anche promesso che in tre anni toglierà l'immondizia dalla capitale, nel frattempo cosa facciamo, sindaco? - non ha senso, meglio allora collegare il valle all'Argentina , in una cogestione fruttuosa.
marino non ha ancora capito che in certe situazioni conta il tempo. Dovrebbe saperlo, se non lo sa ancora gli servirà un banale esempio dalla sua professione medica. E' come se lui, chirurgo, ordinasse di portare un malato in sala operatoria, di addormentarlo, assicurando che arriverà entro brevissimo tempo per operarlo, e poi se ne dimentichi. Che ne sarà del malato? Che ne sarà di Roma e dei suoi tanti problemi con il sindaco LENTO?
Ancora insoluto il caso della successione a Flavia Barca,Mentre torna in lizza il nome di Giovanna Marinelli, al Comune ai tempi di Veltroni e Borgna e poi premiata, a fine mandato, con la presidenza dell'Argentina. Possibile che i vecchi mostri tornano sempre? Si fa anche il nome della Rummo, che viene dal Ministero, per rinsaldare i rapporti con Franceschini. Inutile, c'è già Michela Di Biase.
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domenica 15 giugno 2014
Salvate Roma dal sindaco Marino
Salvate Roma da Ignazio Marino. Per quale ragione? Non ve ne è una in particolare. Roma ha da essere salvata dal suo sindaco prima che la distrugga completamente. Accusa generica, diranno i lettori benevoli di questo post. No, non è così, perchè occorre salvare Roma dalla monnezza, dal caos del traffico, dalla inettitudine di Marino, al quale, dopo gli ultimi eventi, riconosciamo solo annunci per realizzazioni future - vuole tre anni di tempo - e intitolazioni 'politicamente corrette', prima della lista quella ad Enrico Berlinguer. Meritatissima, chiariamo subito. Ma è possibile che due fra i luoghi più sacri alla storia di Roma devono essere intitolati a due politici, mentre le vere glorie del paese, da De Chirico in poi, devono accontentarsi della più squallida periferia, dove - per dare fumo negli occhi - il costruttore Mezzaroma sta costruendo il quartiere 'Rinascimento', ma sempre periferia resta. Dove, diciamola tutta, si vorrebbe sapere chi ha autorizzato Mezzaroma a cementificare non mezza ma tutta la città, e si rischia pure che cementifichi anche Tivoli a ridosso della Villa di Adriano, con l'avallo del grande architetto Portoghesi, che, d'accordo con il costruttore, sostiene che con la nuova cementificazione verrebbe occultata l'attuale vista della Tivoli periferica davvero brutta.
Ora l'ennesima tragedia sta per abbattersi sulla città di Roma, e Marino sembra non darsene pena. L'intensa attività culturale e di spettacolo che da anni ed anni ha animato le estati romane, e le altre stagioni dell'anno, anche sotto la gestione Alemanno, sta per essere decimata. Il sindaco non sente ragioni. C'è un taglio netto del 50% dei finanziamenti attribuiti alle associazioni - quelle poche che vi saranno ammesse, rispetto alla dotazione dello scorso anno. D'altro canto, dopo l'uscita di scena della Barca, con la quale va ricordato che non c'era con il sindaco accordo su nulla, l'assessorato alla cultura è ancora vacante; e per disastrarlo definitivamente e del tutto, il sindaco ha attribuito a se stesso anche quella delega. Le associazioni sono sul piede di guerra e nei prossimi giorni chiederanno un incontro con Maurizio Pucci che il sindaco ha chiamato a collaborare con il suo gabinetto per i 'grandi eventi'. E quali sarebbero questi grandi eventi per i quali c'era bisogno di un incaricato speciale?
La mannaia dei tagli, come hanno scritto questi giorni i giornali cittadini, sembra volersi abbattere, per mano del sindaco - sempre lui! - anche su tutte le istituzioni culturali della città alle quali verrebbe dimezzato il finanziamento, da Musica per Roma, a Santa Cecilia, all'Opera ed altre che hanno fatto sapere che già oggi sono in sofferenza e che se il taglio ci sarà dovranno tagliare la produzione con le conseguenze negative che è facile immaginare.
A dare una mano a Marino-Attila, flagello della città di Roma, ci si è messo, involontariamente, anche Renzi, con le nuove regole dettate alle Camere di Commercio, fra le quali quella di Roma, presieduta da Cremonesi, abbastanza presente nel finanziamento delle istituzioni culturali della città.
Le Camere di Commercio avranno una dotazione minore, a causa del taglio dei contributi annuali dei singoli iscritti e perciò minori disponibilità da investire per la promozione ed il sostegno culturale.
Ma la tragedia maggiore di tutte - come se tutte queste non fossero sufficienti - sta nel progetto di Marino di voler accorpare in un'unica fondazione tutte le istituzioni culturali della città, da Santa Cecilia all'Opera, al Palazzo delle Esposizioni, al Teatro di Roma a Musica per Roma, per poter risparmiare anche attraverso la mobilità dei singoli da una istituzione all'altra.
Data la follia del progetto, al quale, s'è appreso il sindaco sta facendo lavorare una commissione segreta, l'unica possibile salvezza è che Marino si prenda un periodo lungo di 'riposo e cure del caso' o che Renzi lo costringa, per non fargli fare altri guai, a dimettersi, per la salvezza di Roma.
Ora l'ennesima tragedia sta per abbattersi sulla città di Roma, e Marino sembra non darsene pena. L'intensa attività culturale e di spettacolo che da anni ed anni ha animato le estati romane, e le altre stagioni dell'anno, anche sotto la gestione Alemanno, sta per essere decimata. Il sindaco non sente ragioni. C'è un taglio netto del 50% dei finanziamenti attribuiti alle associazioni - quelle poche che vi saranno ammesse, rispetto alla dotazione dello scorso anno. D'altro canto, dopo l'uscita di scena della Barca, con la quale va ricordato che non c'era con il sindaco accordo su nulla, l'assessorato alla cultura è ancora vacante; e per disastrarlo definitivamente e del tutto, il sindaco ha attribuito a se stesso anche quella delega. Le associazioni sono sul piede di guerra e nei prossimi giorni chiederanno un incontro con Maurizio Pucci che il sindaco ha chiamato a collaborare con il suo gabinetto per i 'grandi eventi'. E quali sarebbero questi grandi eventi per i quali c'era bisogno di un incaricato speciale?
La mannaia dei tagli, come hanno scritto questi giorni i giornali cittadini, sembra volersi abbattere, per mano del sindaco - sempre lui! - anche su tutte le istituzioni culturali della città alle quali verrebbe dimezzato il finanziamento, da Musica per Roma, a Santa Cecilia, all'Opera ed altre che hanno fatto sapere che già oggi sono in sofferenza e che se il taglio ci sarà dovranno tagliare la produzione con le conseguenze negative che è facile immaginare.
A dare una mano a Marino-Attila, flagello della città di Roma, ci si è messo, involontariamente, anche Renzi, con le nuove regole dettate alle Camere di Commercio, fra le quali quella di Roma, presieduta da Cremonesi, abbastanza presente nel finanziamento delle istituzioni culturali della città.
Le Camere di Commercio avranno una dotazione minore, a causa del taglio dei contributi annuali dei singoli iscritti e perciò minori disponibilità da investire per la promozione ed il sostegno culturale.
Ma la tragedia maggiore di tutte - come se tutte queste non fossero sufficienti - sta nel progetto di Marino di voler accorpare in un'unica fondazione tutte le istituzioni culturali della città, da Santa Cecilia all'Opera, al Palazzo delle Esposizioni, al Teatro di Roma a Musica per Roma, per poter risparmiare anche attraverso la mobilità dei singoli da una istituzione all'altra.
Data la follia del progetto, al quale, s'è appreso il sindaco sta facendo lavorare una commissione segreta, l'unica possibile salvezza è che Marino si prenda un periodo lungo di 'riposo e cure del caso' o che Renzi lo costringa, per non fargli fare altri guai, a dimettersi, per la salvezza di Roma.
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