E' da tempo che ci penso, anzi nel loro caso da sempre, cioè da quando seguo Tagadà, la trasmissione condotta da Tiziana Panella, giornalista brava e molto professionale (un solo difetto ripetuto infinite volte; la volontà a tutti i costi e più volte in ogni trasmissione, di voler mettere in fila notizie, fatti e persone che in fila non ci stanno; al posto del più banale ma molto più chiaro: riassumendo) che spesso viene sostituita - per volontà o per caso, non saprei - dai due giovani colleghi i quali, riflettendo, possono aver assorbito, fraintendendola, la lezione della loro maestra.
E la lezione sarebbe quella di fare in ogni domanda il riassunto delle puntate precdenti, con fatti e personaggi, ed anche di quella in onda . Loro insomma ogni volta che fanno una domanda vogliono far capire all'intervistato che hanno studiato tutto e bene, e a noi concludere, che ciò che l'intervistato dirà, alla fine dei conti, è perfino superfluo, dopo le loro esaurienti domande.
Anche io di interviste ne ho fatte tante, infinite, dal vivo, alla radio e in tv, o sulle riviste di musica che ho diretto, e su quotidiani, settimanali e mensili ai quali ho collaborato a lungo; e ho sempre pensato di dover sintetizzare al massimo le domande, che devono sempre restare chiarissime, per dar spazio alle risposte, essendo interessato massimamente al pensiero dell'interlocutore - altrimenti perchè lo intervistavo? Senza contare che, così facendo, risparmiavo spazio nelle interviste scritte, e tempo in quelle dal vivo.
In quelle scritte poi, anche se qualche volta mi capitava di sbrodolare al momento della realizzazione, per far capire che io sapevo o per far intendere che ne sapevo anche troppo, quando le pubblicavo, riducevo sempre le domande a pochissime parole e poche righe.
Per questa ragione ho sentito molto fastidio rileggendo ogni tanto i libri-intervista che un mio collega, notissimo, Enzo Restagno, ha dedicato a musicisti di cui raccontava la storia di vita e professionale. Le sue domande erano ( quei libri sono sempre lì, provare a leggere; sono editi dalla EDT di Torino) sempre lunghissime, talvolta più lunghe delle stesse risposte.
In questo giudizio rientra anche una mia considerevole autostima professionale. Per tutta la vita ho fatto il giornalista e contemporaneamente il professore. Quelle chilometriche domande mi fanno pensare ai curricula di tanti professionisti, insicuri di se stessi, che sentono il bisogno di raccontare anche come la fanno la mattina, forse perchè loro per primi sanno che di cose di un certo peso ne hanno fatte poche. Mentre bastano poche note e chi deve intendere, intende.
Capito Sappino e Orsingher? Fine della lezione n.1, gratuita.
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