Vi immaginate se qualcuno avesse gridato «Viva la Germania antinazista» in un teatro tedesco e quattro poliziotti lo avessero avvicinato per chiedergli i documenti?
Gli agenti della Digos hanno identificato il loggionista Marco Vizzardelli che, alla prima della Scala, aveva accompagnato le ultime note dell’inno nazionale con l’urlo «Viva l’Italia antifascista!». Lo avrebbero fatto anche se avesse gridato «Viva la pappa col pomodoro»: dicono sia la prassi nelle manifestazioni riprese dalla tv. Però in un Paese dove i fascisti sono pochi ma gli anti-antifascisti ancora tantissimi, l’impressione è stata che rivendicare a voce alta la natura antifascista del patto costituzionale venisse considerata una provocazione o addirittura un sintomo di pericolosità sociale.
Il loggionista sostiene di essere rimasto turbato dalla presenza di La Russa e Salvini sul Palco reale accanto alla Segre. Il modo migliore per tranquillizzarlo sarebbe stato che i due politici di destra sottoscrivessero la sua ovvia affermazione, ancora più stringente per chi, come loro, ha giurato sulla Carta che la incarna. Invece La Russa ha affermato di non avere sentito niente e Salvini che a teatro non sta bene urlare (lo ha detto nel luogo che ospita il loggione più famoso del mondo). Proprio non ce la fanno. E un po’ lo fanno apposta, per aizzare la sinistra e distrarre l’attenzione dall’economia.
Al netto della retorica, però, il problema resta. E resterà fino a quando «Viva l’Italia antifascista» non diventerà un modo di dire condiviso e persino banale. Come gridare «Viva la mamma».
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