sabato 9 dicembre 2023

Alla Scala serve un direttore artistico. Riflessioni di un critico dopo il 'Don Carlo' ( da La Repubblica, di Angelo Foletto)

 

Dopo la Prima, ecco perché per la Scala ora è il tempo per un direttore artistico
Dopo la Prima, ecco perché per la Scala ora è il tempo per un direttore artistico

Non c’è tre senza quattro (o cinque). Dopo Masnadieri, Giovanna d’Arco e Don Carlo, dirigendo tra un anno La forza del destino – che fu titolo inaugurale della stagione 1965-66 – Riccardo Chailly aggiungerà un altro tassello all’integrale delle opere verdiane tratte da Schiller. Al completamento della cinquina manca Luisa Miller. Ma il quadro dal schilleriano Wallensteins Lager (Il campo di Wallenstein) – «misto di comico e di terribile (ad uso Shakespeare)» – su cui è costruita parte della seconda parte del terzo atto di Forza è un altro saggio di ciò che il teatro del Verdi cercava.

E che il direttore musicale scaligero insegue con metodo. Il confronto col Don Carlo, visti i precedenti abbadiani di cui era stato testimone diretto, è stato audacemente superato. L’ha orientato una lettura che partiva dall’orchestra, anzi dalle zone più radicate nel registro grave per conquistare gradatamente il rapporto con il canto. Qualche antiquato melomane, abituato a una gerarchia di concertazione tutta a favore delle voci, non ha capito l’idea di Chailly. E ha mugugnato. Avrà le recite successive per ravvedersi.

Don Carlo e l’etichetta di opera non popolare

Così come in molti hanno avuto l’opportunità di riflettere su altri luoghi comuni: l’etichetta “difficile da mettere in scena” e “opera non popolare” è stata staccata a forza dal verdiano Don Carlo. Certo la locandina voluta da Verdi è impegnativa. Basta ripensare all’uscita dei cantanti per i ringraziamenti, nel finale: almeno sette di prima fila (Don Carlo, Elisabetta, Filippo II, Rodrigo, Eboli, Grande Inquisitore, Frate/Carlo V e Tebaldo, più gli otto solisti di spicco (sei Deputati fiamminghi, Tebaldo e Voce dal Cielo) e tre parti di contorno. Eppure, l’inaugurazione scaligera ha avuto un doppio preambolo.

Dal Comunale di Modena (la produzione, nel circuito italiano Opera Streaming, si può rivedere qui) in novembre è partita l’edizione emiliana diretta da Jordi Bernaàcer e messa in scena da Joseph Franconi-Lee con il “nostro” Michele Pertusi. Da Pavia che l’ha prodotto — le repliche regionali che si concludono a Como questa sera e domani pomeriggio — è salpato con molti buoni giudizi, il Don Carlo diretto da Jacopo Brusa, la regia di Andrea Bernard e Carlo Lepore come Filippo. In entrambi i casi sui leggii la versione in quattro atti, la stessa di ieri in Scala: gli appassionati del convulso capolavoro verdiano hanno avuto di che divertirsi.

Gli spettatori speciali della Prima della Scala

In platea l’altra sera c’erano, molti “appassionati” speciali. Una sfilza di attuali e ex sovrintendenti. A pensare male, viene da dire che volevano farsi vedere dai componenti del cda scaligero. Come aveva promesso il sindaco, passato il 7 dicembre ritorna sul tavolo la discussione sulla questione prolungamento o post Dominique Meyer. E quella più scottante del direttore artistico. Lo vuole buona parte del cda e ci vuole: lo dicono anche le piccole cose. Ad esempio, al di là dell’idea spettacolare complessiva che al pubblico proprio non è piaciuta — meno monocorde e drammaturgicamente rinunciataria a vederla in tv — alcune cantonate sceniche non dovevano esserci. L’imperatore che interrompe una vestizione cerimoniale per aprirsi da solo una cancellata, le cappe dorate sistemate su appendini da lavanderia di quartiere, i Deputati fiamminghi che cantano col cappello bel calzato e mostrano il didietro alla coppia imperiale eccetera.

Minuzie, certo. L’occhio della regia televisiva, presumibilmente, le ha emendate — come ha sbianchettato l’audio dei dissensi del pubblico, alla fine — ma, ancora una volta, la messinscena del Sant’Ambrogio nazional-popolare-televisivo scaligero ha posto due domande “artistiche” cruciali. Perché non osare di più, interpretativamente, nella scelta dei registi della prima, visto che si può contare su una sostanza musicale così solida e rilevante come quella garantita da Chailly? Che bilanciamento ci deve essere tra spettacolo che funziona per le telecamere e produzione che non deluda gli spettatori che lo vedono in teatro? 

Domande, e risposte, da direttore artistico, appunto.

                                                                 *****

P.S.

Perchè pensare che Chailly non abbia abbastanza potere da imporsi per avere un certo regista, che farebbe la gioia del nostro critico, ammesso che lo voglia? E poi siamo sicuri che qualche direttore artistico il cui nome sta circolando.  risolverebbe i problemi?

 Certo è che se arrivano come sovrintendenti Carlo Fuortes, inviso, e peggio ancora Nastasi, di un direttore artistico ci sarà 'urgenza' - come dice il nostro critico - visto che i sunnominati di musica non capiscono un c...

 Infine, perchè simile urgenza lo stesso critico, da quel che ricordiamo, non  ha sentito all'epoca di Lissner, e forse anche di Pereira, se ricordiamo altrettanto bene?

                                                                                             Pietro Acquafredda

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