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mercoledì 15 luglio 2015

I soliti colpi di sole estivi e le solite inchieste di una rivista di musica italiana

Il Corriere della Sera di oggi, ancora a firma di Giuseppina Manin, torna a parlare di melodramma, per riferire della puntuale inchiesta mensile di 'Classic Voice' che questa volta con grande acume giornalistico e ricchezza di dati prende di mira il repertorio dei teatri. Concludendo, in base alla sua iricerca, che i teatri italiani vivono di 'repertorio'- peccato che dimentica quelli stranieri che vivono più o meno come quelli italiani di repertorio - dimenticando  anzi ignorando  le 'opere originali' ( che vuol dire 'originali, che quelle di verdi e Puccini originali non sono?) - e qui ci ha messo le mani il solito asino del titolista che in tre giorni toppa solennemente almeno due volte.
 Non più tardi di tre anni fa, un'altra rivista di musica, edita dal Conservatorio aquilano, Music@, dimostrava che il repertorio italiano, che secondo Classic Voice si vuole dominante in Italia, era ancor più dominante all'estero. Dati alla mano, con tabelle, titoli e teatri, in Italia e nel mondo risultava che Traviata o Butterfly e Bohème erano rappresentati con più frequenza e regolarità all'estero di quanto non accadesse in Italia. E' successo forse che nel giro di due anni le cose sono completamente capovolte? Allora? Tutti idioti? Tutti che voltano le spalle alle novità?
 No, semplicemente i classici del melodramma sono i più rappresentati e più amati e perciò anche quelli più richiesti e seguiti. E' un peccato se Traviata riempie i teatri più di Co2 di Battistelli che nelle poche recite scaligere di quest'anno il teatro non l'ha mai riempito?
 Se il medesimo discorso si facesse per i classici di altri ambiti artistici, come la letteratura o il teatro, noi dovremmo bandire i grandi capolavori in nome della modernità. Non è possibile.
 Se poi un tempo si facevano a teatro più novità di oggi, non è detto che sia la strategia migliore, forse occorrerebbe, ma senza intenti punitivi, farsi coraggio e presentare una qualche novità ogni stagione od ogni due, che moltiplicata per i teatri, vuol una trentina circa di novità a biennio. sarebbe un bel traguardo. Va anche aggiunto che le più frequenti novità di un tempo miravano ad attirare i contributi specifici del ministero destinati ai titoli nuovi.
 Con aria snob, infine, la Manin e  i suoi suggeritori di Classic Voice che, evidentemente, con il Corriere ha un filo diretto - chissà per quale ragione o quale tramite in carne ed ossa - afferma che il teatro d'opera italiano, dal punto di vista del repertorio, si sta 'arenizzando', sta virando cioè velocemente verso il 'popolare', come se fosse una offesa. No, cara Manin, le opere più popolari - ci vogliamo mettere fra queste anche il teatro di Shakespeare - sono tali perchè rappresentano le vette della umana creatività nei secoli. Si deve semmai esigere che la riproposta delle opere popolari non diventi occasione per 'spedizioni punitive' come può accadere anche nei teatri a danno del pubblico più affezionato.
 Secondo il suo (della Manin) ragionamento e quello dei capoccioni della sua rivista di riferimento, dovremmo farla finita anche con Bach e Vivaldi ed anche Beethoven, meglio sostituirli con le 'quattro stagioni' di Max Richter o con quelle di Piazzolla o Glass ( ma perchè, sia detto per inciso, hanno bisogno di attaccarsi a Vivaldi; facciano qualcosa di nuovo  e lascino in pace Vivaldi che, di suo,  ancora funziona!).
Nicola Sani, sovrintendente a Bologna, impegnato anche su molti altri fronti a lui totalmente estranei, in chiusura di inchiesta, si augura che l'Italia abbia 'manager culturali capaci di unire COMPETENZA GESTIONALE ED ARTISTICA';  che è poi l'augurio che noi abbiamo fatto all'Italia, dopo aver letto delle nomine di Sani oltre che a Sovrintendente a Bologna, a Direttore artistico a Siena e Direttore dell' Istituto di Studi verdiani di Parma ecc... Da dove prende tanta energia oltre che tanta competenza, ci è venuto da chiederci?

domenica 26 ottobre 2014

Letto sulla stampa di domenica: Sole 24 Ore e Corriere. Da Girardi a Buttafuoco

Cominciamo da Buttafuoco perchè più interessante  l'argomento  e più bella  la scrittura. Denuncia Buttafuoco, sul Sole 24 Ore, che a custodire il' satiro danzante'  nel museo di Mazara del Vallo, in un locale di 200 metri quadri circa, ci sono 25 custodi, i quali hanno principale, se non unico, obbligo contrattuale, così sembra, quello di avvertire i visitatori ( dieci-quindicimila in un anno ) che è proibito fotografare la celeberrima scultura bronzea che ha  fatto passare sulle labbra di tutti, dove è stato esposto, il nome dell'Italia. Meno che nel suo museo, che a dispetto dei 25 custodi, è chiuso per vacanza settimanale nei fine settimana. Ora, vien da domandarsi, una volta letta tale denuncia che si aspetta a mandare a casa, a fare altri lavori per la Regione o per  il Comune, almeno una quindicina di quei custodi e agli altri 10 restanti imporre orari di normale lavoro, otto ore, sabato e domenica compresi?
Ma questo la Regione non ha mai pensato di farlo, mentre lo farebbe domani stesso il sindaco della cittadina siciliana, sempre che Crocetta, indaffaratissimo nel fare e disfare giunte e governi regionali, passi il Museo al Comune, tanto la Regione che egli governa non sa che farsene, come dimostra la denuncia. Ci sarà tale passaggio? Pensiamo di no.
Mentre un bel giornalista e scrittore si occupa dei fatti di casa nostra, un altro del Corriere vola negli Stati Uniti,  New Messico (dove sta sulla cartina? non riusciamo a trovarlo dopo quasi due ore di ricerca) per assistere - ma non è stata ancora rappresentata - ad  un'opera che si credeva persa del nostro Faccio, direttore d'orchestra stimato, attivo al tempo di Verdi, ma anche buon compositore. Trattasi di 'Amleto' da Shakespeare, libretto di Boito. Che sarà mai quest'opera che molto probabilmente non verrà mai più ripresa? Non lo sa neanche Girardi, nonostante che si sia sentito anche con Gossett che ha seguito la ricostruzione su uno spartito dell'epoca. Lo saprà dopo averla vista ed ascoltata? M a noi che c'importa di una cosa così lontana ed ancora da valutare? Non sarebbe stato più opportuno volgere occhi ed orecchie a cose di casa nostra, visto che in queste ultime giornate molte se ne sono viste e sentite di interessanti, a quel che dicono?
 Ci potrebbe obiettare il Girardi del Corriere: ognuno si interessa a ciò che vuole. Sacrosanta verità. Anche noi eravamo interessati a sapere dell'Amleto di Faccio. Solo che dopo la lettura nulla abbiamo appreso oltre il nome dell'autore e quello del librettista. E naturalmente il titolo dell'opera, da Shakespeare.