Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti potrebbero colpire ancora l’hub petrolifero iraniano di Kharg “per divertimento.” e ha respinto l’idea di un accordo rapido con Teheran. Nell’intervista a NBC News, il presidente statunitense ha rivendicato la distruzione di gran parte dell’isola, definendo “straordinari” gli alleati del Golfo e dicendosi sorpreso che siano finiti sotto attacco. Intanto l’effetto domino del conflitto si allarga su più fronti: sistemi antimissile in azione, corridoi energetici sotto stress, vittime civili in aumento.
Negli Emirati Arabi Uniti, a Bahrain e in Arabia Saudita sono risuonate sirene e allarmi. Abu Dhabi ha parlato apertamente di intercettazioni in corso contro missili e droni lanciati dall’Iran e ha attribuito “rumori uditi” alle distruzioni in volo dei vettori. Riyadh ha dichiarato di aver abbattuto dieci droni sopra la capitale e nell’est del Paese. Teheran, dal canto suo, sostiene che “il nemico” stia usando droni che imitano gli Shahed-136 per colpire Paesi terzi e addossarle la responsabilità: un’accusa rilanciata dai media di Stato senza fornire prove e accompagnata dall’elenco di attacchi che includerebbero Turchia, Iraq e Kuwait.
La pressione militare si riflette immediate sul traffico energetico. Con lo Stretto di Hormuz di fatto quasi chiuso dall’inizio della guerra, una quota significativa del greggio mondiale è rimasta bloccata o deviata. A Fujairah, snodo chiave degli Emirati fuori dallo stretto, le operazioni di carico del petrolio sono ripartite, secondo Bloomberg, dopo l’incendio causato dai detriti di un drone iraniano intercettato che hanno colpito un impianto. Il terminal elabora circa un milione di barili al giorno di Murban, all’incirca l’1% della domanda globale, e il suo funzionamento è diventato un indicatore della resilienza dei flussi nel Golfo.
Il quadro si complica con la richiesta di Washington ai partner di inviare navi per una “missione di squadra” volta a riaprire Hormuz. Seul ha fatto sapere che consulterà gli Stati Uniti prima di decidere, segnalando la cautela con cui le capitali asiatiche ponderano il rischio di coinvolgimento. Intanto lo sport misura il costo simbolico della crisi: la Formula 1 ha cancellato i Gran Premi di Bahrain e Arabia Saudita in calendario ad aprile, a conferma di un’insicurezza che ormai trascende il piano strettamente militare.
Sul terreno, i canali ufficiali diffondono versioni discordanti ma concordano sull’inasprirsi delle ostilità. In Iran, un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele ha colpito una fabbrica a Isfahan, provocando almeno quindici morti secondo l’agenzia semiufficiale Fars: l’impianto, che produceva apparecchi domestici, era operativo al momento dell’impatto. In Libano, il ministero della Sanità ha contato 826 vittime, tra cui donne, bambini e personale sanitario, dall’inizio della guerra; stamattina dodici operatori medici sarebbero stati uccisi in un raid su una clinica a Burj Qalaouiya, nel sud del Paese. Non ci sono conferme indipendenti immediate sui singoli episodi, ma la tendenza descritta dai servizi sanitari locali è di un incremento netto delle vittime civili.
L’ombra del conflitto si estende anche in Cisgiordania. Secondo le autorità sanitarie palestinesi, quattro persone, tra cui due bambini, sono state uccise durante un’incursione israeliana nel villaggio di Tammun; altri minori risultano feriti. L’esercito israeliano ha fatto sapere a Reuters che stava verificando le segnalazioni. Organizzazioni per i diritti e personale medico descrivono un contesto aggravato dai posti di blocco, che rallentano l’arrivo delle ambulanze e agevolano l’impunità di aggressioni da parte di coloni.
Sul piano politico, l’escalation verbale accompagna quella militare. I Guardiani della rivoluzione iraniani hanno dichiarato che continueranno a “braccare e uccidere” il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, pubblicando la minaccia sul sito Sepah News. Nei giorni scorsi lo stesso Netanyahu aveva risposto con un’avvertenza allusiva sui leader dell’Iran e di Hezbollah, alimentando un contesto in cui i messaggi di deterrenza si scambiano ed esasperano i rischi di miscalcolo. A Teheran, dopo l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei nel raid del 28 febbraio, il vertice è passato al figlio Mojtaba: un trasferimento che aggiunge incognite sulla tenuta del sistema interno mentre il Paese si confronta con pressioni esterne senza precedenti.
La dimensione economica pesa sugli umori pubblici, soprattutto negli Stati Uniti. Il prezzo medio della benzina ha sfiorato i 3,68 dollari al gallone, circa 75 centesimi in più rispetto a un mese fa, secondo l’associazione AAA. Trump, alle prese con la scadenza di metà mandato in novembre, ha minimizzato l’impatto promettendo un calo futuro dei prezzi alla pompa. Per ora, tuttavia, consumatori e imprese registrano rincari sensibili, con i mercati energetici che prezzano la riduzione dell’offerta e i rischi di ulteriori interruzioni logistiche.
Tra proclami e smentite, l’elemento più stabile è l’incertezza. La scelta della Casa Bianca di rivendicare la linea dura – fino all’ipotesi di nuovi raid su Kharg – segnala che un cessate il fuoco è lontano, mentre l’Iran prova a costruire un racconto che diluisca la sua responsabilità diretta negli attacchi nella regione, attribuendo ad attori esterni l’uso di droni “copia”. Nei Paesi del Golfo, le difese aeree restano in allerta; porti e terminal continuano a oscillare tra fermo e ripartenza; le cancellerie valutano se impegnarsi nella sicurezza dei corridoi marittimi. In assenza di un canale negoziale credibile, la crisi di sicurezza nel Medio Oriente rischia di radicarsi, con ricadute che attraversano confini, settori e opinioni pubbliche.


Nessun commento:
Posta un commento