lunedì 30 marzo 2026

Il mondo è stanco del 'partito della guerra' di Tel Aviv ( da Inside Over, di Andrea Muratore)

 

Israele, il caso Pizzaballa è un disastro d’immagine: il mondo si è stancato del “partito della guerra” di Tel Aviv

Il caso di Pierbattista Pizzaballa e del fermo in direzione del Santo Sepolcro del Patriarca di Gerusalemme dei Latini è stato pesantemente commentato a livello internazionale da diversi leader, da Giorgia Meloni a Emmanuel Macron, che hanno manifestato lo sdegno per la chiusura di Israele ai luoghi di culto e per l’interdizione al cardinale bergamasco nella giornata della Domenica delle Palme.

Una levata di scudi per cui si sono spese parole forti, addirittura maggiori di quelle che erano in gioco quando le critiche a Israele erano fatte per le azioni militari a Gaza. Su InsideOver lo abbiamo spesso detto: le perifrasi e i giri di parole utilizzati per edulcorare la critica dei massacri con cui Israele ha stravolto la Striscia di Gaza dall’ottobre 2023 a oggi e per una politica definita anche dalle Nazioni Unite come genocidiaria peseranno come un macigno politico e morale su molte classi dirigenti che, infatti, stanno già iniziando a pagare elettoralmente per questo contraccolpo. Però il caso Pizzaballa è stato, oggettivamente, un passaggio fondamentale e importante.

Nella Domenica delle Palme oltre un miliardo di cristiani cattolici guardano a Gerusalemme. Nelle messe domenicali di tutto l’ecumene, a ogni latitudine, si guarda al Santo Sepolcro, laddove Gesù dopo la crocifissione, che si racconta nella liturgia dell’ultima domenica di Quaresima, fu deposto nel luogo concesso da Giuseppe d’Arimatea. Il Santo Sepolcro diventa, in quel giorno, il punto focale a cui tendono, giocoforza, tutti gli sguardi dei credenti, che nella giornata delle Palme sentono ripetuta la narrazione del Vangelo delle ultime ore terrene di Gesù. Inevitabile che vedere interdetto l’accesso al Patriarca latino di Gerusalemme, la più alta autorità ecclesiale della Città Santa alle tre religioni abramitiche, in un giorno tanto simbolico ha scosso governi spesso disattenti nei mesi scorsi ai sentori dell’opinione pubblica su Gaza.

Sarebbe forse dovuto arrivare per i morti di Gaza, tutto ciò. Ma queste reazioni, che anticipano una percepita ostilità per questi metodi usati da Israele nelle opinioni pubbliche, sono anche la logica conseguenza delle lezioni per l’inazione su Gaza. I fatti avvengono in un “qui e ora” politico. E il “qui e ora” di oggi parla, inoltre, di una crescente stanchezza politica per il partito della guerra israeliano, che sostiene gli Usa nella guerra scatenata per volontà di Donald Trump e Benjamin Netanyahu contro l’Iran. Una guerra senza esiti favorevoli dopo un mese che sta travolgendo l’economia globale e cui l’Europa non partecipa se non indirettamente, come backup antiaereo per i suoi asset schierati nel Mediterraneo orientale e nel Golfo.

L’Europa si è stancata del partito della guerra israeliano e non intende sostenere quello americano. L’indignazione seguita al fermo di Pizzaballa ha prodotto dei distinguo a Tel Aviv.

Il presidente Isaac Herzog ha telefonato al cardinale bergamasco esprimendogli la sua solidarietà e il leader dell’opposizione Yair Lapid ha criticato il danno d’immagine che Netanyahu ha imposto allo Stato Ebraico. Da ultimo, anche l’ufficio di Netanyahu ha dichiarato che sono in corso di elaborazione piani per permettere gli accessi al Santo Sepolcro nella settimana di Pasqua ai leader religiosi. Herzog e Lapid sono stati pienamente a favore della campagna di Gaza ma iniziano a prendere le misure a Netanyahu in un anno che vedrà il primo ministro avvicinarsi al voto autunnale con una situazione bellica non ancora definita e non necessariamente favorevole a Israele.

In tal senso, il confronto con la Chiesa cattolica offre spazi di manovra. Herzog, che poche settimane fa era stato attaccato da Trump per non aver concesso la grazia a Netanyahu dai processi che lo vedono imputato, e Lapid non sono certamente esenti da enormi responsabilità per aver legittimato il clima dell’era di Gaza. Ma restano, in prospettiva, figure meno compromesse di Netanyahu al clima autodistruttivo che si respira nella coalizione di governo. E occasioni come questa sono l’occasione per provare a uscire dall’angolo. Ammesso che sia possibile, dopo il precedente di Gaza.

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