sabato 14 marzo 2026

Presidenza Trump: la DISASTROSA portata storica ( da Corriere della Sera, di Mario Platero)

 

Trump e l'appuntamento con la Storia: perché ha deciso di attaccare ora (rischiando tutto)

 Donald Trump ha finalmente parlato a lungo e non in pillole, ieri notte: ha rassicurato i mercati, ha aperto alla Cina, ha ringraziato Putin per avergli proposto di mediare sull’Iran, ma gli ha cortesemente chiesto di pensare prima a chiudere la guerra con l’Ucraina

Eppure, in questa conferenza stampa serale non gli sono state fatte alcune domande chiave: come mai ha mancato alla promessa centrale della sua campagna elettorale, di non fare più guerre e di essere il Presidente della pace? Come mai ha scelto coscientemente di irritare il popolo MAGA, i democratici e l’opinione pubblica in genere – cioè tutti - cosa poco saggia in vista delle elezioni di metà mandato che saranno vinte, almeno alla Camera, quasi certamente dai democratici? 

Queste domande sono chiave perché nessuno ancora ha spiegato come mai il Presidente abbia scelto di imbarcarsi in questa guerra che, lo si sapeva a priori, potenzialmente lo avrebbe danneggiato sul piano della politica interna. È questo uno dei tanti aspetti contradditori della sua scelta, ma certamente il più importante. E negli ambienti politici a Washington c’è una risposta che comincia a prendere corpo, soprattutto ora, che la furia dei MAGA ha raggiunto l’apice della protesta con le urla del fanatico Nick Fuentes: ha accusato Trump di aver tradito la piattaforma «America First» e ha addirittura implorato i suoi compagni della destra attivista di votare per i democratici a novembre per punire il tradimento di Trump «e chi pensa solo agli interessi economici di politici corrotti». 

La cosa non ha neppure sfiorato Trump. Nel suo intimo, opportunista di sempre, il leader americano ha concluso che ormai gli restano poco meno di tre anni di presidenza, che chiuderà il suo mandato nel gennaio del ’29 a quasi 83 anni e che per lui – imminente (o di fatto) «lame duck» - diventa prioritario su tutto dare corpo a quella che è la sua più importante ossessione: lasciare un segno tangibile e chiaro nella storia del paese e mondiale, distruggere un nemico storico degli Stati Uniti, chiudere una partita che si è aperta quasi 50 anni con insulti, attacchi, sequestri, destabilizzazione regionali e mondiali che Washington ha sempre sopportato, senza reagire mai con durezza. L’unico tentativo militare concreto fu l'operazione di Jimmy Carter, Operation Eagle Claw, il 24 aprile del 1980 per liberare 54 ostaggi americani in mano del nuovo regime degli Ayatollah. Operazione che si chiuse con un clamoroso  fallimento e la morte di otto soldati americani. Di più, Trump ha cambiato il paradigma nei rapporti di forza sul piano internazionale, spostando l’attenzione sui «nemici» dal contesto multilaterale agli alleati e riportando gli Stati Uniti di nuovo «in controllo».

L’ambita portata «storica» della sua presidenza, prioritaria e centrale (che coincide con il suo innato narcisismo) oggi prevale su tutto, sugli interessi dello stesso partito repubblicano e certamente su quelli del MAGA e giustifica questo suo attacco contro l’Iran in questo momento particolare. Risponde anche a chi analizzando l’attacco all’Iran, lo accusa di incoerenza, improvvisazione, dilettantismo e di esporci tutti al rischio massimo di una possibile Terza Guerra Mondiale, fino a incoraggiare un terrorismo strisciante nel mondo, la distruzione delle economie del Golfo e così via. 

È stato anche detto che Trump ha attaccato ora per distogliere l’opinione pubblica dallo scandalo Epstein, per cercare di recuperare consensi cercando la solidarietà dell’elettorato in un momento di guerra; per superare le critiche per la debolezza dell’economia che non soddisfa la gran parte degli americani o per aver ceduto alle pressioni di Nethanyahu. E si potrebbe continuare. 

In realtà Trump, che pure ha un suo lato autodistruttivo, non poteva essere così superficiale: i documenti Epstein non saranno dimenticati, il prezzo del greggio ha già aumentato il costo del carburante alla pompa di benzina e non può che irritare gli americani, soprattutto non può non sapere che le guerre, soprattutto quelle per scelta, come questa, e non necessarie, non prevalgono sulla preoccupazione principale per gli americani e cioè l’economia. Per quanto breve – e ieri Trump ha detto che molti degli obiettivi sono stati raggiunti in anticipo – la guerra continuerà di certo qualche settimana. 

Se il prezzo del greggio che si è già ridotto, resterà attorno ai 100 dollari avrà un impatto sull’economia e sulla crescita. Soprattutto sull’inflazione.

Persino il suo prescelto alla guida della Federal Reserve, Kevin Warsh, difficilmente potrà abbassare i tassi con un’inflazione ancora attiva. 

Tutte le varie interpretazioni che hanno cercato di spiegare la guerra di Trump contro l’Iran appaiono dunque persino più incoerenti delle apparenti incoerenze presidenziali. Ed ecco che Trump oggi, dietro questo suo apparente scivolare via davanti a ogni cosa, negare l’evidenza ( come il bombardamento per sbaglio della scuola per ragazzine) appare più imprescrutabile che mai. 

Se osserviamo il quadro complessivo, l’idea che potesse esserci un disegno dietro l’apparente caos e mancanza di una annunciata visione strategica comincia a spuntare. Un esempio ce lo ha dato Paolo Valentino su queste pagine quando ha ricordato che Mosca ha di fatto perso o sta perdendo senza reagire o intervenire tre capisaldi chiave del suo potere internazionale

Prima ha abbandonato il dittatore siriano Assad al suo destino offrendogli solo un esilio dorato in Russia piuttosto che un aiuto concreto. Poi ha assistito alla caduta di Maduro in Venezuela, ora all’uccisione di Khamenei e piu’ in generale all’indebolimento estremo di Theran. Aggiungiamo che presto potrebbe aggiungersi alla lista anche Cuba. Questi risultati «sul campo» stridono con l’immagine di un Trump ha sempre dato l’impressione di corteggiare e assecondare Putin ad esempio contro l’Ucraina. 

Di nuovo, molti spiegavano il comportamento «debole» di Trump col potere ricattatorio di Putin nei suoi confronti, sul piano degli affari o di qualche avventura romantica. Ecco però che, mentre lo lusingava, l’America di Trump procedeva con l’eliminazione sistematica dei suoi alleati globali. 

C’è dunque una dimensione piu’ complessa di quel che sta capitando che ancora dobbiamo comprendere fino in fondo. Di certo Trump scegliendo la guerra contro l’Iran ha anche scelto di ignorare MAGA. Con altrettanta certezza dobbiamo chiederci se questa sua scommessa «storica» funzionerà

Ieri in conferenza stampa ha anticipato che le guerra contro l’Iran è molto avanti e pur col suo fare in apparenza contraddittorio ha chiarito molte cose. Il successo dell’operazione non sarà necessariamente definito da un cambio di regime, ma dall’aver ridotto al minimo il potere offensivo esterno dell’Iran. Senza il rischio di interferenze militari l'economia della regione potrà riprendersi molto meglio che in passato. E lui a quel punto sarà li a coglierne i frutti anche attraverso i suoi figli. Il Presidente ci ha detto che America e Israele hanno distrutto l’aviazione, i radar, la marina militare, fabbriche di droni e una buona parte del potenziale bellico esterno dell’Iran. Ha lasciato intendere che la guerra continuerà ancora concentrandosi anche su obiettivi interni come la Guardia Rivoluzionaria. E ha invitato la leadership iraniana a scegliere interlocutori più moderati con cui si potrà lavorare sul modello venezuelano. 

I contorni di questo intervento militare contro l’Iran dunque cominciano ad assumere un profilo più definito. Trump non ha però menzionato il forte residuo di uranio arricchito ancora nascosto in qualche cava segreta. 

Mettiamo dunque dei paletti, Trump non potrà definire l’operazione un successo se non avrà neutralizzato l’uranio arricchito. 

Per il resto se il suo intervento, a differenza di quello di Jimmy Carter ( peraltro molto meno ambizioso) funzionerà, potrà dire di aver scritto dal suo punto di vista una vera pagina di storia. A questo punto del suo percorso politico, è quello che gli importa di più, certamente più di una vittoria alle elezioni di metà mandato.

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