Karajan, Abbado, Muti, Barenboim e… Venezi Rivolta alla Fenice: “la musica non ha colore”
Non ci permettiamo di giudicare il talento di Beatrice Venezi, direttrice o direttora o direttore, a sua scelta (ci tiene molto al genere: preferisce il maschile) d’orchestra, alla quale auguriamo un radioso avvenire tra la Scala, il Metropolitan e il Covent Garden. Per ora è stata bocciata da tutti i dipendenti, coristi, orchestrali, tecnici, appena raggiunti dalla ferale notizia che era stata proprio lei ad essere imposta alla direzione artistica della Fenice, il celeberrimo teatro, già colpito (siamo prossimi al trentennale) dalle fiamme divoratrici e miracolosamente resuscitato, chissà se in grado di sopravvivere ad un nuovo colpo.
Non ci permettiamo di giudicare, perché riconosciamo la nostra ignoranza musicale, che sembrerebbe comunque stare alla pari con quella di chi l’ha selezionata, e sappiamo per giunta che Von Karajan, Abbado, Muti, Barenboim (per non dire dell’antico Toscanini) sono eccezioni virtuose che non si trovano dietro l’angolo.
Alla Fenice peraltro non è successo nulla che non sia successo altrove in altre stagioni, magari in modi meno clamorosi… Beatrice Venezi sa bene infatti che cosa significano i fischi. Non sono una novità per lei. Nel 2024, a Palermo, al Politeama, la sua direzione venne contestata dagli orchestrali. Gli autori del comunicato di protesta, animatori dell’iniziativa, vennero licenziati. Delitto d’opinione.
Ribellione compatta
A Venezia però la storia si è fatta più spessa, non solo a causa del prestigio universale della Fenice. Piuttosto per la compattezza della ribellione e per la, forse inattesa, solidarietà degli spettatori paganti. In trecento, orchestrali appunto, coristi, tecnici, sono scesi in piazza l’altra sera, offrendo volantini al pubblico, che ha piacevolmente ricevuto, condividendo i contenuti e animando per giunta in sala un lancio assai teatrale dei medesimi volantini, come era accaduto alla Scala un secolo e mezzo fa, ai tempi di Radetzky, quando i foglietti volanti, liberati dai loggionisti, recavano la scritta Viva Verdi, cioè Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia. A Venezia ci si è limitati a scrivere gentilmente “la musica non ha colore, non ha genere, non ha età”. Il “lancio” ha insomma chiarito che non solo l’orchestra e la comunità dei lavoratori non hanno digerito il blitz del sovrintendente Colabianchi (che ha nominato Venezi, nonostante fino a pochi giorni prima lo avesse negato), ma non l’ha digerito neppure il pubblico storico della Fenice.
Nel caso in questione, a giustificare la promozione, si era dettagliato il curriculum, assai scarso secondo molti e comunque inadeguato (per quanto chilometrico nelle pagine ufficiali del ministero della cultura del simpatico Giuli, una lista di teatri e di onorificenze, tra le quali non si trascura il premio Atreju assegnatole alla festa di Atreju). Di suo il sovrintendente aveva argomentato: “E’ giovane, è donna”. Argomenti di scarsa tenuta, di fronte a Mozart o a Wagner.
Noi, per la dichiarata ignoranza, ci rifacciamo al parere di alcuni esperti e soprattutto a quello dell’ex sovrintendente, Cristiano Chiarot, in un articolo sul Manifesto del 24 settembre scorso: “La narrazione ufficiale parla di scelta dopo proficui colloqui. Dichiarazione che a voler essere gentili, suona come una battuta da camerino. Chi ha strumenti per leggere quei documenti sa riconoscere quando un colloquio sia più retorico che sostanziale. E in Italia – anche a destra – ci sono direttori con esperienze molto più solide. Che i colloqui ci siano stati è pacifico. Decisivi però quelli con i vertici di Fratelli d’Italia e del governo”.
Insomma, anche a non volerlo di fronte ad una artista e all’arte, non si può rinunciare a ricordare che Beatrice non ha mai nascosto le sue simpatie per la destra e che è amica di Giorgia e che il padre fu a suo tempo attivista e candidato sindaco a Lucca per i fascisti di Forza Nuova. A pensar male forse non si sbaglia. D’altra parte noi italiani siamo riusciti a cacciare uno dei più grandi direttori d’orchestra, Valery Gergev, perché putiniano, e siamo arrivati a censurare Dostoevskij, perché russo. Come escludere che anche nel caso della più modesta Venezi non ci siano di mezzo al contrario e a sua favore la politica e l’appartenenza politica?
Però qui ci sta di mezzo anche qualcosa che riguarda la dignità, un caso umano… Perché chiunque, di fronte al rifiuto clamoroso e rumoroso di trecento persone che dovrebbero diventare primi collaboratori, si rassegnerebbe e rinuncerebbe. Capitò persino a Riccardo Muti, quando si ritrovò sfiduciato da una parte delle maestranze scaligere. Invece lei, imperterrita, non si muove e già annuncia il proprio “progetto artistico, culturale, umano”. A partire dall’ottobre 2026.
Poi c’è la politica, come suggeriva il nostro interrogativo. Perché viene da chiedersi quale senso abbia scegliere il direttore d’orchestra, il sovrintendente, il direttore di un museo, il presidente di un ente culturale, secondo il criterio della fedeltà, dell’amicizia, della consanguineità. A che vantaggi conduce tanta ansia famelica e vendicativa? Giova alla destra tanto mediocre selezione? Rinunciando persino a pescare tra i “talenti” che anche da quella parte, cioè a destra, vivono ed esercitano. Certo, così si disegna una nuova geografia dei poteri e quindi delle clientele, dei favori, delle ricompense. Familismo amorale, dettavano i sociologi. Si potrebbe estendere il significato di famiglia: partitismo amorale (con il suo carattere di trasversalità, ovviamente). A futura memoria, quando si tratterrà di tornare alle urne. Ma intanto la ricchezza di un paese (anche la cultura, con la grande musica, è ricchezza, per non dire d’altro) finisce sotto il tappeto.
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