Come abbiamo scritto in uno dei post precedenti, troppe stagioni musicali italiane, sia concertistiche che operistiche, si fanno ormai quasi esclusivamente con artisti stranieri. Ed abbiamo portato due esempi significativi, quelli dell'Accademia di Santa Cecilia e dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai che ha sede a Torino. Queste due, semplicemente perchè in anni passati ma non lontani, esaminando attentamente il programma delle due stagioni abbiamo constatato con i nostri occhi che di direttori e solisti italiani neanche l'ombra.
Qualcuno direbbe che si è trattato di un caso, ristretto a quelle due istituzioni e magari relativamente ad un anno particolare. Purtroppo non è così, perchè anche le stagioni odierne - ma non abbiamo fatto un controllo accurato - osservano la medesima regola: non passa l'italiano.
Qualche minuto fa, tanto per aggiungere un altro esempio ancora, abbiamo esaminato anche la stagione attuale del Teatro Comunale di Bologna che ora ha un nuovo sovrintendente, Fulvio Macciardi, che probabilmente fa anche da direttore artistico - a meno che non affidi la gestione del cartellone direttamente a qualche agente, come del resto ha fatto il Rossini Opera Festival di Pesaro che si è messo nelle mani di Ernesto Palacio, noto agente/cantante che poi è anche quello la cui agenzia rappresenta Michele Mariotti. La stagione presente del Comunale di Bologna deve averla allestita Nicola Sani, sia sinfonica che operistica, prima di mollare.
Anche nella stagione del Comunale di Bologna, sia operistica che sinfonica, tolti i concerti e le opere che il suo direttore musicale, cioè Michele Mariotti ha tenuto per sé, e tolto un titolo d'opera affidato a Matteo Pagliari - al debutto 'canonico' in Italia - di direttori italiani non v'è traccia nel cartellone.
Ben vengano gli stranieri in Italia, soprattutto poi se Europei, essendo ormai tutti cittadini del medesimo 'vecchio continente'; ma, nello stesso tempo, non ci può essere l'assenza totale di musicisti italiani in istituzioni musicali FINANZIATE CON SOLDI PUBBLICI.
Fra le altre nazioni del 'vecchio continente' non ve ne è una che fa altrettanto. Provate a dare uno sguardo ai cartelloni francesi o inglesi o tedeschi, per non dire irlandesi o spagnoli, scoprirete che quasi tutte sono fatte con artisti 'indigeni', lo spazio per gli stranieri è davvero limitatissimo.
Noi non vogliamo che accada la stessa cosa in Italia, perché simo convinti che la circolazione anche dei musicisti sia utile, anzi utilissima, però visto che anche l'Italia ha bravi musicisti, impegnamoli anche nel nostro paese.
Se riflettiamo a quanto, attraverso il FUS lo Stato dà alle attività musicali in Italia, anche senza contare i contributi degli enti territoriali ecc... ci rendiamo conto che si tratta di una somma assasi consistente, e perciò è davvero assurdo che questo vada a finire in buona parte in tasche di musicisti/cittadini stranieri e che agli italiani non siano riservate che poche briciole.
Tutte le volte che anche nel lontano passato abbiamo sollevato tale problema, ci è stato detto, in maniera troppo interessata da parte dei vari direttori artistici, che loro vogliono essere lasciati liberi nella programmazione, e che imponendo loro l'obbligo di invitare anche musicisti italiani sarebbe una offesa ed una limitazione alla loro libertà. Loro la chiamano libertà, noi li chiameremmo TRAFFICI.
Chissà cosa si scoprirebbe se qualche attento osservatore vi ficcasse il naso.
domenica 4 febbraio 2018
Al Teatro Comunale di Bologna, dove fino a poco tempo fa comandava Nicola Sani, non c'è posto per direttori d'orchestra italiani
Da Summer Academy ad Accademia Internazionale. Ultimissime sensazionali dalla Chigiana, dove Nicola Sani è stato confermato fino al 2021
Siena, giovedì 18 gennaio 2018 – Conclusa l’esperienza quale direttore artistico (dal 2011) e sovrintendente (dal 2015 al 2017) del Teatro Comunale di Bologna, il compositore Nicola Sani è riconfermato direttore artistico dell’Accademia Chigiana di Siena, fino al 2021.
Sotto la direzione di Sani, l’istituzione quest’anno rafforza ulteriormente i tratti distintivi che ne hanno delineato il nuovo corso e, in particolare, una programmazione artistica del Festival estivo originale ed esclusiva, caratterizzata da un sempre maggiore spazio dedicato alla contemporaneità, la crescente compenetrazione, interna all’Accademia, tra la dimensione didattica e dello spettacolo, l’internazionalità dei rapporti e delle nuove collaborazioni istituzionali.
“Siamo al lavoro per la a trasformazione della Chigiana, dalla storica Summer Academy ad accademia internazionale, dichiara Sani, con un programma di attività annuale, in collaborazione con le maggiori università statunitensi e accademie internazionali: il Chigiana Global Program. Si tratta di un passo storico per la Chigiana, che dovrebbe portare l’accademia a competere con istituzioni del calibro di Juilliard, Manhattan e Tanglewood, reso possibile dalla grande storia della Chigiana, e dalla sua odierna capacità di unire tradizione e innovazione. Questo progetto riprende l’intuizione geniale del conte Guidi Chigi Saracini, fondatore della Chigiana, geniale innovatore e precorritore dei tempi che, forse, oggi avrebbe messo in atto la nostra stessa strategia”.
Dal 2014 a oggi, l’Accademia ha messo in atto una strategia competitiva e un piano di sostenibilità che ne ha favorito la rinascita, in una situazione economicamente critica, a causa delle concomitanti crisi del settore bancario e dello spettacolo. In questo contesto, la Chigiana ha saputo rilanciare e profilarsi in modo più dinamico e competitivo, mettendosi al passo delle istituzioni europee che sono frattanto cresciute, sull’esempio della Chigiana stessa, in questi ultimi anni.
“In seguito alla crisi della banca Monte dei Paschi di Siena e di conseguenza della Fondazione MPS, precisa Angelo Armiento, riconfermato direttore amministrativo dell’istituzione, l’accademia ha dovuto far fronte a un dimezzamento del budget. Lo sforzo fatto negli ultimi anni è stato quello di cercare di mantenere l’elevata qualità delle attività con una minore disponibilità economica. E’ stato possibile svolgendo un efficientamento dei costi, della struttura, una razionalizzazione dell’offerta culturale, senza pregiudicarne la qualità, facendo fruttare al meglio il patrimonio gestito direttamente dall’accademia. Siamo riusciti a stimolare l’interesse di privati e pubblico, al tal punto che se prima la maggior parte dei contributi arrivavano dalla Fondazione, ora arrivano da pubblico e privati insieme. Il contributo, anche in termini di risorse umane e il sostegno della Fondazione restano comunque pilastri imprescindibili ai fini della realizzazione dei nostri obiettivi. Le difficoltà finanziarie incontrate non hanno quindi scoraggiato il lavoro dell’accademia che, al contrario, ha continuato a garantire, rilanciandola sul piano didattico e artistio, un’offerta di un alto livello”.
Tra i nuovi progetti in corso, spicca inoltre Giovani talenti italiani nel mondo, realizzato in partnership con il Ministero degli Affari Esteri, recentemente presentato dalla Farnesina agli Istituti Italiani di Cultura all’estero, che promuove l’attività concertistica dei migliori allievi italiani provenienti dai corsi dell’Accademia, che vengono invitati ad esibirsi nelle diverse, prestigiose sedi internazionali. I primi concerti si sono svolti nel 2017 a Bruxelles, Berlino, Vienna. Nel 2018, sono già stati fissati numerosi appuntamenti, come quello di Pechino (27 aprile), con la partecipazione di allievi delle classi di canto al concerto d’inaugurazione festival Meet in Beijing (il cui paese ospite d’onore è quest’anno l’Italia), in un galà dedicato a Rossini. Sono previsti altri due appuntamenti nello stesso festival, oltre concerti in Europa sin Oriente. Il quadro di nuove, importanti partnership internazionali è indicativo dello rinnovato slancio dell’istituzione, oggi più che mai votata all’apertura, a partire dal territorio, e all’internazionalità.
L’edizione 2018 del Premio Chigiana, riconoscimento che ha segnato le carriere dei maggiori solisti e direttori d’orchestra oggi in attività (tra cui Krystian Zimerman, Esa Pekka Salonen, Evgeny Kissin, Gidon Kremer) è quest’anno dedicato al canto lirico. Il vincitore del riconoscimento, non più decretato a tavolino da una giuria opinion leader, viene aggiudicato sul campo, a seguito di quattro sessioni eliminatorie che si svolgono quest’anno a New York, Firenze S. Pietroburgo e Seul, mentre la finale in forma di concerto si terrà in occasione dell’apertura del festival.
L’attività dell’Accademia Chigiana si sviluppa lungo l’arco di due mesi estivi in una proposta didattica comprensiva venti corsi specialistici (dedicati ai principali strumenti, oltre alla classe di direzione d’orchestra e a quella di composizione), che presentano altrettanti nomi della scena musicale internazionale, nella doppia veste di didatti e performer. Quest’anno, saranno ulteriormente promossi i progetti congiunti tra gli artisti ospiti della Chigiana, presenti nella doppia veste di docenti e interpreti per dare vita a un cartellone denso di progetti nuovi e originali, con l’apporto delle nuove energie che rappresentano la “meglio gioventù” musicale mondiale (studenti provenienti da 42 paesi).
Oltre all’apporto degli esponenti della precedente generazione (tra i docenti, permangono Accardo, Giuranna, Pichler), oggi appaiono nell’organico della Chigiana grandi nomi del panorama internazionale attuale, come Eliott Fisk (chitarra), David Geringas (violoncello), Kim Kashkashian (viola), oltre al direttore d’orchestra Daniele Gatti. A complemento della classe di composizione di Salvatore Sciarrino, nuovi corsi saranno dedicati alle forme più avanzate della creazione musicale contemporanea.
Il Chigiana International Festival & Summer Academy è un festival di produzione tematico e organizzato per filoni interni, diffuso sul territorio cittadino e nelle terre di Siena, che coinvolge in un sistema di collaborazioni articolato altre importanti istituzioni sul territorio tra cui l’OGI Orchestra Giovanile Italiana, sua orchestra residente durante i corsi di direzione d’orchestra (una caratteristica unica nel panorama didattico internazionale), l’ORT Orchestra Regionale della Toscana, l’Orchestra dei Conservatori della Toscana il Coro Guido Chigi Saracini, in collaborazione con l’Opera della Metropolitana del Duomo di Siena onlus, il CH3 Chigiana Children’s Choir, ma anche Siena jazz e il Conservatorio di musica Rinaldo Franci.
Accademia e Festival, presieduti da Marcello Clarich, sono oggi un binomio unico nel suo genere, che unisce una straordinaria esperienza formativa alla possibilità, offerta ad studenti di già altissimo livello artistico, di inserirsi attivamente nella scena concertistica internazionale.
sabato 3 febbraio 2018
Vendite dei giornali ancora giù. Le edicole trasformate in bazar per sopravvivere ( da Blitz quotidiano)
Novembre 2017 è stato per le vendite in edicola dei quotidiani italiani un mese molto negativo. Il calo delle singole testate oscilla fra il 5 e il 20 per cento. Solo Il Giorno sembra in ripresa. PerRepubblica la situazione è tale che scrivendo mi vengono le lacrime agli occhi. Ha perso, da un anno all’altro, 29 mila copie, un 15%. Il clima è reso più splenetico dal battibecco cheap assaiche ha contrapposto grandi uomini di ieri a caporali e quaquaraqua di oggi. Ma i grandi uomini di ieri sono ormai pugili suonati.
Lo stile farebbe inorridire Totò e Peppino. Lo stile della soi disant sinistra italiana di oggi non è quello di Robert Morgenthau, procuratore distrettuale di Manhattan e nipote di quel tal Henry Morgentau, ministro delle finanze che voleva trasformare la Germania in un gigantesco campo di patate perché non si risollevasse più “Non credo che sia giusto prendere a calci uno che è già a terra”.
Emerge lo stato di degenerazione complessiva che si può tradurre solo in altre copie perse. Tutto fa male. Il tono sempre e comunque saccente, la confusione di linea, le oggettive contraddizioni fra le varie anime di quella che si ostina a definirsi sinistra e che costituisce la base dei tuoi lettori, gli scandaletti che non possono certo essere esorcizzati da maramaldesche prese di distanza da chi ti ha salvato in passato, ai cui voleri e disegni e ossessioni ti sei piegato per anni. Povero ingegner Carlo, come si diceva una volta negli scagni. Viene in mente il Vangelo, non si offenda Gesù Cristo del paragone, quando predisse a San Pietro che lo avrebbe rinnegato 3 volte prima che il gallo cantasse 2 volte. Così fu e così sembra essere anche se davanti non hai le lance romane e la polizia del Sinedrio ma al massimo Renzi e la Boldrini. Tutto contribuisce a alienare il favore della gente.
Le copie perse da Repubblica nell’ultimo paio di lustri sono davvero tante. Sono arrivati al punto che la somma di Stampa, 116.000 e Secolo XIX, 38.000, è quasi pari a tutta Repubblica. Ai bei tempi, Repubblica vendeva il doppio della somma dei due. Ha un bel dire Scalfari che a oltre 90 anni lui “se ne fotte”. Siamo ridotti a scommettere di quanto la sua creatura gli sopravviverà.
Guardate le tabelle qui sotto e piangete con me. Le difficoltà di Repubblica sono evidenziate dal confronto fra ottobre e novembre 2017. Sono state vendute rispettivamente 163.238 e 165.004 copie, un miglioramento di meno di 2 mila copie. Gli altri giornali hanno perso tutti qualcosa, da un mese all’altro. Inversione di tendenza?Effetto nuova grafica? Sembra proprio di no. Stando alle dichiarazioni ufficiali, il lancio del nuovo design ha dato 100 mila copia il primo giorno, 50 il secondo e via a scendere. 150 mila diviso 30 fa 5 mila copie medie al giorno. Se ne sono rimaste meno di 2 mila vuol dire che il calo da n mese all’altro ha superato quello del concorrente diretto e che la nuova grafica, alla fine, avrà effetto zero.
Solo i giornalisti si illudono che i lettori comprino i giornali per il loro layout. In questa confusione di idee risiede una delle cause della crisi editoriale italiana. Se la grafica diventa ideologia e prevale sui contenuti, la crisi è assicurata. Certo che la confezione può favorire l’acquisto. Ma se dentro la scatola bellissima ci sono i vermi, non compri più e chiedi i danni. I grafici sono entrati nei giornali in Italia col Giorno di Baldacci, Del Duca e Mattei, nel 1956. Si trattava di un progetto organico, di design e contenuti, mutuato dall’inglese Daily Express.
Poi negli anni ’60, il Corriere dello Sport fece da apripista. Piero Ottone, nel 1968, appena direttore del Secolo XIX, volle un grafico per mettere ordine nell’accozzaglia vecchio stile di articoli insaccati. Il Secolo XIX con Ottone schizzò da 80 a 120 mila copie, ma il propellente furono le notizie. Oggi il Secolo vende circa un quarto di quei tempi. Sarà anche colpa di internet, ma come fate a convincere i genovesi a pagare un euro e mezzo un giornale che una volta aveva fino a 9 articoli o notizie in una pagina e ora ne ha se va bene uno? E come la mettete con i torinesi, ancor più tirchi dei genovesi? I grafici alla Stampa sono entrati negli anni ’80 ma i danni sono stati irreversibili.
Due ultime note. Va male nel suo piccolo anche il Fatto, sceso a 31.561 copie da oltre 35 mila. Sono copie tutte perse nel 2017. Siamo stufi di profeti. Specie se al posto di Allah c’è Beppe Grillo. Galleggia il Corriere della Sera. Sceso a 190.191 copie, ne ha perse solo poche centinaia da un mese all’altro, ne ha perse 10 mila da un anno all’altro, un 5% contro il 15% perso da Repubblica, ormai la differenza fra i due ex big è di 25 mila copie. Perché? Vogliamo notizie non crociate.
Ed ecco la tabella ormai consueta, desunta da Ads, l’istituto che da 40 anni certifica le tirature e le vendite dei giornali in Italia. Per ogni testata ci sono 3 righe. Si riferiscono rispettivamente a ottobre 2017, ottobre 2016 e settembre 2017. Clicca qui per i dati precedenti.
Questo il quadro complessivo dei giornali a diffusione nazionale:
Dario Dario che hai combinato, chiedono studiosi ed addetti ai lavori al Ministro Franceschini
Questa volta, nell'immediato, a fare danni non è Francechini, bensì il Consiglio di Stato il quale , in Italia, in combina con i vari Tar, in diverse occasioni ha detto tutto ed il contrario di tutto, anche contraddicendosi e smentendo con una sentenza ciò che aveva affermato con una sentenza precedente.
I guai Franceschini li ha fatti prima, quando ha deciso di affidare i gioielli della corona museale italiana a direttori stranieri, cercati attraverso una 'manifestazione di interesse' internazionale, che è e non è un concorso, le cui procedure furono espletate da una commissione - presieduta dall'amico Paolo Baratta, riconfermato proprio da Franceschini presidente a vita della Biennale di Venezia - in maniera non proprio inattaccabile ed ineccepibile e non proprio pubblica. Già allora si disse che la procedura voluta da Franceschini non era corretta. Quando poi il Ministro nominò i nuovi direttori, molti dei quali erano stranieri, ci furono ricorsi al Tar contro alcune di quelle nomine da parte di aspiranti esclusi. Il Tar ed anche il Consiglio di Stato decisero che quelle nomine erano regolari, salvo poi accorgersi che non era così; e, perciò, il Consiglio di Stato ha rimesso in discussione la precedente decisione, per il fatto che una vecchia legge stabilisce che incarichi dirigenziali di carattere, rilevanza ed interesse nazionali, a salvaguardia degli stessi interessi del nostro paese, non possono essere affidati a stranieri. Perché potrebbero non salvaguardarli, tali interessi, come dovrebbero.
Verrebbe da chiedersi perché il Consiglio di Stato non si sia accorto prima di quella legge e se ne accorga solo ora, gettando nello scompiglio e nell'incertezza i nostri più importanti musei e siti archeologici. Non solo. Il consiglio di Stato prima ha rimesso in discussione tutto, poi, però, ha pensato che era meglio rimandare la sentenza definitiva in tale delicata materia, all'Assemblea generale della Corte, e perciò l'ha convocata per metà aprile. Fino a quella data tutta la materia resta incerta, e nuovamente 'sub judice'.
Molti attribuiscono la responsabilità di tutti questi guai anche a Franceschini, perché gli uffici legislativi dei Ministeri - compreso il suo, che per decenni è stato amministrato dall'enfant prodige, che evidentemente tale non era, Salvo Nastasi - fanno spesso le leggi con i piedi, essendo molti dei titolari di tali incarichi amministrativi ( affidati anche agli stessi membri del Consiglio di Stato) impreparati al compito di formulare nuove leggi, avendo a mente tutte quelle precedenti, con le quali non devono confliggere. E così si offre materia a chiunque per ricorsi, quasi giornalieri, contro ogni nuova legge, contro ogni decisione ministeriale.
Franceschini grida allo scandalo: nessuno più si fiderà dell'Italia... cosa penseranno di noi nel mondo... non siamo affidabili ecc... E solo perchè ha affidato la gran parte degli incarichi di direttore dei musei a stranieri che, però, secondo gli addetti ai lavori in nessun caso sono di 'prima fascia', mentre le istituzioni che si affidano loro sono fra le più importanti d'Italia e del mondo. E per sostenere la sua correttezza, che zoppica, inutile non ammetterlo, Franceschini tira in ballo che alcune istituzioni di grande prestigio nel mondo sono affidate a italiani. Vero.
Poi però Franceschini non spiega come mai abbai fatto ricorso a direttori stranieri per i nostri gioielli, tutti meno uno - Colosseo e Foro - dove ci ha messo una sua dipendente, Alfonsina Russo. Che qualcuno spiega senza mezzi termini: il ministero ha voluto mettere le mani sul monumento, e sito annesso, che ha gli introiti più sostanziosi in Italia( si parla di una sessantina di milioni di Euro)
(A tale proposito Andre Mazziotti, presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, con interrogazione del 16 novembre 2015, chiedeva al Ministro di conoscere l'esatto ammontare degli introiti del Colosseo, ed anche i particolari di due concessioni più volte rinnovate: la prima a Mondadori Electa, per alcuni servizi museali, in vigore dal lontano 1997; la seconda , per la biglietteria, a CoopCulture. Analoga richiesta veniva anche dalla Corte dei Conti).
Coloro i quali da tempo criticano il pasticcione Franceschini, padre di una riforma che era meglio non fare, fra cui lo storico Tomaso Montanari ed il giornalista Vittorio Emiliani, presidente del 'Comitato italiano per la bellezza', però, non hanno mia alzato un dito contro la svendita delle nostre istituzioni musicali agli stranieri, contro la quale noi, da tempo, ci battiamo? Quante volte abbiamo denunciato l'assenza cronica di artisti italiani fra quelli ospiti delle nostre istituzioni musicali? Ci sono intere stagioni musicali - come quelle dell'Accademia di Santa Cecilia e dell'Orchestra sinfonica nazionale della Rai con sede a Torino - nelle quali gli artisti italiani sono come mosche bianche, nonostante che essi siano di bravura pari, se non anche superiore, a quelli stranieri. Passi Montanari, ma Vittorio Emiliani, che segue la musica più del critico, ed è a conoscenza di questo, come mai non ha in nessun caso levato una qualche protesta contro tale malcostume che ci danneggia enormemente, forse quanto o più di quanto non ci danneggiano i direttori stranieri dei nostri più importanti musei?
I guai Franceschini li ha fatti prima, quando ha deciso di affidare i gioielli della corona museale italiana a direttori stranieri, cercati attraverso una 'manifestazione di interesse' internazionale, che è e non è un concorso, le cui procedure furono espletate da una commissione - presieduta dall'amico Paolo Baratta, riconfermato proprio da Franceschini presidente a vita della Biennale di Venezia - in maniera non proprio inattaccabile ed ineccepibile e non proprio pubblica. Già allora si disse che la procedura voluta da Franceschini non era corretta. Quando poi il Ministro nominò i nuovi direttori, molti dei quali erano stranieri, ci furono ricorsi al Tar contro alcune di quelle nomine da parte di aspiranti esclusi. Il Tar ed anche il Consiglio di Stato decisero che quelle nomine erano regolari, salvo poi accorgersi che non era così; e, perciò, il Consiglio di Stato ha rimesso in discussione la precedente decisione, per il fatto che una vecchia legge stabilisce che incarichi dirigenziali di carattere, rilevanza ed interesse nazionali, a salvaguardia degli stessi interessi del nostro paese, non possono essere affidati a stranieri. Perché potrebbero non salvaguardarli, tali interessi, come dovrebbero.
Verrebbe da chiedersi perché il Consiglio di Stato non si sia accorto prima di quella legge e se ne accorga solo ora, gettando nello scompiglio e nell'incertezza i nostri più importanti musei e siti archeologici. Non solo. Il consiglio di Stato prima ha rimesso in discussione tutto, poi, però, ha pensato che era meglio rimandare la sentenza definitiva in tale delicata materia, all'Assemblea generale della Corte, e perciò l'ha convocata per metà aprile. Fino a quella data tutta la materia resta incerta, e nuovamente 'sub judice'.
Molti attribuiscono la responsabilità di tutti questi guai anche a Franceschini, perché gli uffici legislativi dei Ministeri - compreso il suo, che per decenni è stato amministrato dall'enfant prodige, che evidentemente tale non era, Salvo Nastasi - fanno spesso le leggi con i piedi, essendo molti dei titolari di tali incarichi amministrativi ( affidati anche agli stessi membri del Consiglio di Stato) impreparati al compito di formulare nuove leggi, avendo a mente tutte quelle precedenti, con le quali non devono confliggere. E così si offre materia a chiunque per ricorsi, quasi giornalieri, contro ogni nuova legge, contro ogni decisione ministeriale.
Franceschini grida allo scandalo: nessuno più si fiderà dell'Italia... cosa penseranno di noi nel mondo... non siamo affidabili ecc... E solo perchè ha affidato la gran parte degli incarichi di direttore dei musei a stranieri che, però, secondo gli addetti ai lavori in nessun caso sono di 'prima fascia', mentre le istituzioni che si affidano loro sono fra le più importanti d'Italia e del mondo. E per sostenere la sua correttezza, che zoppica, inutile non ammetterlo, Franceschini tira in ballo che alcune istituzioni di grande prestigio nel mondo sono affidate a italiani. Vero.
Poi però Franceschini non spiega come mai abbai fatto ricorso a direttori stranieri per i nostri gioielli, tutti meno uno - Colosseo e Foro - dove ci ha messo una sua dipendente, Alfonsina Russo. Che qualcuno spiega senza mezzi termini: il ministero ha voluto mettere le mani sul monumento, e sito annesso, che ha gli introiti più sostanziosi in Italia( si parla di una sessantina di milioni di Euro)
(A tale proposito Andre Mazziotti, presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, con interrogazione del 16 novembre 2015, chiedeva al Ministro di conoscere l'esatto ammontare degli introiti del Colosseo, ed anche i particolari di due concessioni più volte rinnovate: la prima a Mondadori Electa, per alcuni servizi museali, in vigore dal lontano 1997; la seconda , per la biglietteria, a CoopCulture. Analoga richiesta veniva anche dalla Corte dei Conti).
Coloro i quali da tempo criticano il pasticcione Franceschini, padre di una riforma che era meglio non fare, fra cui lo storico Tomaso Montanari ed il giornalista Vittorio Emiliani, presidente del 'Comitato italiano per la bellezza', però, non hanno mia alzato un dito contro la svendita delle nostre istituzioni musicali agli stranieri, contro la quale noi, da tempo, ci battiamo? Quante volte abbiamo denunciato l'assenza cronica di artisti italiani fra quelli ospiti delle nostre istituzioni musicali? Ci sono intere stagioni musicali - come quelle dell'Accademia di Santa Cecilia e dell'Orchestra sinfonica nazionale della Rai con sede a Torino - nelle quali gli artisti italiani sono come mosche bianche, nonostante che essi siano di bravura pari, se non anche superiore, a quelli stranieri. Passi Montanari, ma Vittorio Emiliani, che segue la musica più del critico, ed è a conoscenza di questo, come mai non ha in nessun caso levato una qualche protesta contro tale malcostume che ci danneggia enormemente, forse quanto o più di quanto non ci danneggiano i direttori stranieri dei nostri più importanti musei?
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Il Corriere del Mezzogiorno ha a che fare con la nomina di Laura Valente alla Fondazione 'Donnaregina'? Ma quando mai
La lettura del nostro precedente post ha suscitato immediate reazioni e precisazioni, nonostante che di Laura Valente, è inutile discutere o mettere in dubbio la vastissima preparazione acquisita in molte università del mondo, la professionalità e i risultati raggiunti in ogni campo in cui si è impegnata negli anni.
Che c'entra allora il Corriere del Mezzogiorno? Perchè si chiama in causa, a giustificazione della sua nomina recente, anche l'edizione campana del noto quotidiano milanese, il Corriere della Sera'?
Perchè - dice qualcuno, ben informato delle vicende anche private della Valente - Lei è la compagna di Enzo D' Errico, che dal 2015 è direttore del 'Corriere del Mezzogiorno', succedendo ad Antonio Polito, promosso vicedirettore del 'Corriere della Sera' .
L'accusa ed il sospetto non sono di questi giorni, e dunque non riguardano specificamente la nomina freschissima della Valente alla Fondazione 'Donnaregina' . Risalgono a qualche mese fa. Ma lei subito rispose a tono. Il contratto al Corriere del Mezzogiorno, contratto più manageriale che giornalistico, me lo fece Antonio Polito, prima che il mio compagno D'Errico assumesse la direzione del giornale. In quei mesi, prima del ritorno come direttore a Napoli, D'Errico lavorava nella sede centrale del quotidiano a Milano, nel settore delle iniziative culturali in territorio nazionale ed anche nel coordinamento delle edizioni locali del quotidiano. Dunque la risposta secca è: non mi ha assunta il mio compagno! Semmai un compagno del suo compagno che nella testata nazionale aveva un ruolo importante, replicano le male lingue. Anche questo non contò?
Sì, ma cosa c'entra questo con De Luca e la recente nomina della Valente? Il governatore campano, Crozza-De Luca, bizzarro e pittoresco, non sottovaluta la stima e l'appoggio di un quotidiano importante . E perciò la nomina della Valente alla 'Donnaregina', dopo quella al 'Ravello Festival', non fa che rinsaldare i vincoli fra Crozza-De Luca e Valente-Corriere del Mezzogiorno-D'Errico.
Chi dovesse ancora nutrire qualche dubbio su tali insani intrecci, possibili, fra politica e stampa, legga il 'Corriere del Mezzogiorno' e vedrà con i propri occhi se D'Errico ed il giornale da lui diretto siano mai stati teneri con De Luca. MAI, parola di D'Errico-Valente! Ma potrebbero cominciare ora. Certo, ma non si fa il processo alle intenzioni.
Che c'entra allora il Corriere del Mezzogiorno? Perchè si chiama in causa, a giustificazione della sua nomina recente, anche l'edizione campana del noto quotidiano milanese, il Corriere della Sera'?
Perchè - dice qualcuno, ben informato delle vicende anche private della Valente - Lei è la compagna di Enzo D' Errico, che dal 2015 è direttore del 'Corriere del Mezzogiorno', succedendo ad Antonio Polito, promosso vicedirettore del 'Corriere della Sera' .
L'accusa ed il sospetto non sono di questi giorni, e dunque non riguardano specificamente la nomina freschissima della Valente alla Fondazione 'Donnaregina' . Risalgono a qualche mese fa. Ma lei subito rispose a tono. Il contratto al Corriere del Mezzogiorno, contratto più manageriale che giornalistico, me lo fece Antonio Polito, prima che il mio compagno D'Errico assumesse la direzione del giornale. In quei mesi, prima del ritorno come direttore a Napoli, D'Errico lavorava nella sede centrale del quotidiano a Milano, nel settore delle iniziative culturali in territorio nazionale ed anche nel coordinamento delle edizioni locali del quotidiano. Dunque la risposta secca è: non mi ha assunta il mio compagno! Semmai un compagno del suo compagno che nella testata nazionale aveva un ruolo importante, replicano le male lingue. Anche questo non contò?
Sì, ma cosa c'entra questo con De Luca e la recente nomina della Valente? Il governatore campano, Crozza-De Luca, bizzarro e pittoresco, non sottovaluta la stima e l'appoggio di un quotidiano importante . E perciò la nomina della Valente alla 'Donnaregina', dopo quella al 'Ravello Festival', non fa che rinsaldare i vincoli fra Crozza-De Luca e Valente-Corriere del Mezzogiorno-D'Errico.
Chi dovesse ancora nutrire qualche dubbio su tali insani intrecci, possibili, fra politica e stampa, legga il 'Corriere del Mezzogiorno' e vedrà con i propri occhi se D'Errico ed il giornale da lui diretto siano mai stati teneri con De Luca. MAI, parola di D'Errico-Valente! Ma potrebbero cominciare ora. Certo, ma non si fa il processo alle intenzioni.
Campania. Fondazione 'Donnaregina' per le Arti Contemporanee. Nuovo CdA. Tacciano le malelingue
Per poco non siamo stati tratti in inganno anche noi, leggedo la composizione del nuovo CdA della Fondazione 'Donnaregina' di Napoli, da cui dipende anche il famoso 'Museo Madre', appena nominato da Vincenzo De Luca, pittoresco governatore campano, sodale di Renzi e Nastasi, e nemico giurato del sindaco De Magistris.
Era stata la presenza di Ferdinando Pinto a trarci in inganno. A prima vista l'avevamo attribuita alle apparenti eccentriche, ma in realtà non disinteressate, scelte del governatore Maurizio Crozza, in arte Vincenzo De Luca. Da dove l'avrà pescato il governatore l'ex manager del Petruzzelli? Il ricorso ad internet ha chiarito e dissipato l'equivoco. Il Ferdinando Pinto che Crozza-De Luca ha nominato nel CdA della 'Donnaregina' con l'ex manager del Teatro Petruzzelli di Bari ha in comune soltanto il nome; in effetti si tratta di un giurista, PD militante, fedelissimo di De Luca, che l'ha voluto, dopo le sue dimissioni a Sorrento nell'amministrazione cittadina, nel CdA, insieme ad una industriale campana, Maria Letizia Magaldi, e a quella che è impossibile non considerare sua beniamina, Laura Valente, nominata presidente della Fondazione.
E, infatti, è la carriera di quest'ultima che sta facendo più scalpore in queste ore. Molti pensano che Laura Valente sia una pischella, entrata nelle grazie di De Luca, un pò come, a livello nazionale, molti vanno malignando a proposito di Maria Elena Boschi e Matteo Renzi, dimenticando che De Luca da questo lato non ha mai destato sospetti, e che la sua indole lo porta a preferire a qualunque scivolata sentimentale, le fritture di pesce, il gioco politico-amministrativo dell'asso pigliatutto' e le nomine molto molto 'familiari'- vedi anche l'ascesa di suo figlio, forte del detto napoletano che dice: meglio comandare che fottere.
Laura Valente, che nel suo profilo reca in primo piano la qualifica di 'Musicologa, Giornalista' ,appartiene, prima che al 'giro De Luca', a quello che fa capo a Muti ( ha lavorato all'ufficio stampa della Scala, ai tempi,) ed a Nastasi ( con il quale De Luca condivide l'allergia per De Magistris, ma che è poi lo stesso di Muti), fedelissimo del direttore e di Renzi, via Dario Nardella. Infatti è stato Nastasi a chiamarla al Teatro San Carlo, al tempo del suo 'commissariamento', avviato nel 2007 e sfociato poi nella creazione del 'MeMus' (Museo del Teatro), nel quale un posto di rilievo con profumatissimo compenso, Nastasi assegnò, in seguito, alla sua mogliettina, Giulia Minoli, sposata nel 2010, la quale aveva lavorato anche a L'Aquila, a fianco della Valente, nelle manifestazioni promosse da Nastasi, Minoli e Bertolaso, e che ebbero ospite d'eccezione Muti, nel settembre del 2009, dopo il tragico terremoto.
C'è anche il giornalismo, come rammenta giustamente il suo curriculum, nell'attività della Valente. Tale vocazione, però, è stata successivamente abbandonata per un ruolo manageriale in 'Casa Corriere' , una fondazione nata all'interno dell'omonima testata, edizione napoletana. che organizza eventi e trova anche i fondi per realizzarli.
Ora, con questo curriculum e relativo bagaglio di esperienze, è ovvio che Laura Valente faccia gola a tutti. Non c'è altra ragione, come vorrebbero insinuare le malelingue, anche perchè Laura Valente non è in cerca di incarichi e successo, ma una signora che si è fatta da sola, passo dopo passo, in anni di duro lavoro, e che per questo stimola ogni giorno gli appetiti di tutti nel settore della cultura, nel cui firmamento Lei brilla al pari di una stella luminosa.
E, infatti, presiede, da musicologa prestata alla danza, il 'Premio Positano' - non abbiamo appurato se anche in questo caso per volere e disposizione di Crozza-De Luca - è 'a mezzo servizio' ( l'altra metà è affidata ad Alessio Vlad: lei si occupa di danza mentre Vlad di musica) della direzione artistica del Ravello Festival, da quando è diventato feudo di De Luca, ed ora anche presidente della nota Fondazione 'Donnaregina' napoletana, dalla quale dipende il celebre museo dedicato all'arte contemporanea, 'Museo Madre'.
La musicologa e giornalista ('laureata in management della cultura a New York', corso di dottorato quinquennale (?) - come si legge anche nel suo curriculum), alla notizia della nomina, accolta con grande sorpresa, perché davvero non se l'aspettava, ha dichiarato, bravissima ma modesta come sempre: "Ringrazio il presidente De Luca per la fiducia riposta in una professionalità come la mia... nei prossimi giorni tracceremo le linee da seguire perché il Museo 'Madre' e tutte le attività legate alla Fondazione 'Donnaregina' possano acquisire nuovi orizzonti e ulteriore prestigio".
Malelingue invidiose, zitte e mosca!
Era stata la presenza di Ferdinando Pinto a trarci in inganno. A prima vista l'avevamo attribuita alle apparenti eccentriche, ma in realtà non disinteressate, scelte del governatore Maurizio Crozza, in arte Vincenzo De Luca. Da dove l'avrà pescato il governatore l'ex manager del Petruzzelli? Il ricorso ad internet ha chiarito e dissipato l'equivoco. Il Ferdinando Pinto che Crozza-De Luca ha nominato nel CdA della 'Donnaregina' con l'ex manager del Teatro Petruzzelli di Bari ha in comune soltanto il nome; in effetti si tratta di un giurista, PD militante, fedelissimo di De Luca, che l'ha voluto, dopo le sue dimissioni a Sorrento nell'amministrazione cittadina, nel CdA, insieme ad una industriale campana, Maria Letizia Magaldi, e a quella che è impossibile non considerare sua beniamina, Laura Valente, nominata presidente della Fondazione.
E, infatti, è la carriera di quest'ultima che sta facendo più scalpore in queste ore. Molti pensano che Laura Valente sia una pischella, entrata nelle grazie di De Luca, un pò come, a livello nazionale, molti vanno malignando a proposito di Maria Elena Boschi e Matteo Renzi, dimenticando che De Luca da questo lato non ha mai destato sospetti, e che la sua indole lo porta a preferire a qualunque scivolata sentimentale, le fritture di pesce, il gioco politico-amministrativo dell'asso pigliatutto' e le nomine molto molto 'familiari'- vedi anche l'ascesa di suo figlio, forte del detto napoletano che dice: meglio comandare che fottere.
Laura Valente, che nel suo profilo reca in primo piano la qualifica di 'Musicologa, Giornalista' ,appartiene, prima che al 'giro De Luca', a quello che fa capo a Muti ( ha lavorato all'ufficio stampa della Scala, ai tempi,) ed a Nastasi ( con il quale De Luca condivide l'allergia per De Magistris, ma che è poi lo stesso di Muti), fedelissimo del direttore e di Renzi, via Dario Nardella. Infatti è stato Nastasi a chiamarla al Teatro San Carlo, al tempo del suo 'commissariamento', avviato nel 2007 e sfociato poi nella creazione del 'MeMus' (Museo del Teatro), nel quale un posto di rilievo con profumatissimo compenso, Nastasi assegnò, in seguito, alla sua mogliettina, Giulia Minoli, sposata nel 2010, la quale aveva lavorato anche a L'Aquila, a fianco della Valente, nelle manifestazioni promosse da Nastasi, Minoli e Bertolaso, e che ebbero ospite d'eccezione Muti, nel settembre del 2009, dopo il tragico terremoto.
C'è anche il giornalismo, come rammenta giustamente il suo curriculum, nell'attività della Valente. Tale vocazione, però, è stata successivamente abbandonata per un ruolo manageriale in 'Casa Corriere' , una fondazione nata all'interno dell'omonima testata, edizione napoletana. che organizza eventi e trova anche i fondi per realizzarli.
Ora, con questo curriculum e relativo bagaglio di esperienze, è ovvio che Laura Valente faccia gola a tutti. Non c'è altra ragione, come vorrebbero insinuare le malelingue, anche perchè Laura Valente non è in cerca di incarichi e successo, ma una signora che si è fatta da sola, passo dopo passo, in anni di duro lavoro, e che per questo stimola ogni giorno gli appetiti di tutti nel settore della cultura, nel cui firmamento Lei brilla al pari di una stella luminosa.
E, infatti, presiede, da musicologa prestata alla danza, il 'Premio Positano' - non abbiamo appurato se anche in questo caso per volere e disposizione di Crozza-De Luca - è 'a mezzo servizio' ( l'altra metà è affidata ad Alessio Vlad: lei si occupa di danza mentre Vlad di musica) della direzione artistica del Ravello Festival, da quando è diventato feudo di De Luca, ed ora anche presidente della nota Fondazione 'Donnaregina' napoletana, dalla quale dipende il celebre museo dedicato all'arte contemporanea, 'Museo Madre'.
La musicologa e giornalista ('laureata in management della cultura a New York', corso di dottorato quinquennale (?) - come si legge anche nel suo curriculum), alla notizia della nomina, accolta con grande sorpresa, perché davvero non se l'aspettava, ha dichiarato, bravissima ma modesta come sempre: "Ringrazio il presidente De Luca per la fiducia riposta in una professionalità come la mia... nei prossimi giorni tracceremo le linee da seguire perché il Museo 'Madre' e tutte le attività legate alla Fondazione 'Donnaregina' possano acquisire nuovi orizzonti e ulteriore prestigio".
Malelingue invidiose, zitte e mosca!
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venerdì 2 febbraio 2018
Trovaroma: Daniele Gatti SULLE NOTE di Schumann. Smettiamola con simili idiozie.
Non c'è verso per farli desistere, ma noi continueremo questa lotta solitaria fino a quando non riusciremo a sconfiggere il becero nemico che si nasconde nella banalità e nell'imprecisione linguistica.
Anni fa scoprimmo dove era il difetto: dove cioè nascevano e chi diffondeva certe idiozie linguistiche che poi leggevamo esaltate e, in coro, su tutti i giornali. Quelle espressioni le coniava nientemeno che la stessa Accademia di Santa Cecilia, dando notizia della sua attività concertistica. Per tanto tempo, leggevamo sui giornali espressione di questo tipo: il pianista tal dei tali affonderà le sue mani nei tasti del pianoforte di... Chopin ; il violinista tal dei tali, a sua volta, affonderà l'archetto nelle corde, oppure. il direttore tal dei tali alzerà la bacchetta ecc...
I giornali, contando sull'autorevolezza della fonte, riprendevano i comunicati dell'Accademia così come venivano loro inviati e li riproducevano tali e quali, senza mai domandarsi - per carità: non disturbare il can che dorme.... - se quelle espressioni erano giuste, e soprattutto se una storica accademia musicale poteva esprimersi con tanta approssimazione e inutile fantasia; quando sarebbe stato più semplice e più preciso dire e scrivere : il pianista tal dei tali suonerà musiche di Chopin. La bellezza della normalità e proprietà linguistica non era colta né dal compilatore né dal riproduttore di simili scemenze.
Negli ultimi tempi i giornali di una società editrice, si sono distinti anche nell'uso di un inglesismo, nuovo di conio per la lingua italiana scrivendo del direttore d'orchestra, chiamato 'conduttore', e della sua attività sul podio, che è quella di 'condurre' . Per fortuna che l'insano temine viene limitatamente usato da due sole penne forbite ed in evidente possesso dell'inglese, come vogliono dimostrare ai lettori.
Adesso, e da tempo, è invalsa anche un'altra cattiva abitudine, nella quale si segnala soprattutto La Repubblica e l'inserto del giovedì del giornale il Trovaroma.
Per annunciare il concerto di un direttore e le musiche in programma il Trovaroma usa scrivere, perfino in copertina, imbrattandola linguisticamente: tizio o caio sulle note o sulle arie di questo o quel compositore. Tralasciando il fatto che 'arie' a proposito di certo repertorio è proprio fuori luogo, anzi errato, ci piacerebbe sapere perchè il tale direttore si pone 'sulle note', quando potrebbe anche darsi il caso che preferisca porsi 'sotto le note' o a addirittura ' nelle note' . In tale abbondanza di idiozie liguistiche ci risulta difficile assegnare la palma di quella più idiota ad una delle tre.
Ci preme invece invitare gli illustri redattori di quel settimanale romano di ricorrere sempre, d'ora in avanti, soltanto ad una espressione, la più appropriata, come quella classica: tizio o caio dirige musiche di...
Il peggio anche nell'uso di espressioni linguistiche non è mai un progresso, come possono pensare gli sprovveduti.
E poi a Daniele Gatti, ottimo direttore, questi giorni a Roma per dirigere due delle quattro Sinfonie di Schumann, vorremmo consigliare di smettere di ricordare - lo fa tutte le volte che viene intervistato sulla piazza romana - che lui per un periodo ha avuto un incarico stabile a Roma: direttore dell'Orchestra di Santa Cecilia; che questo accadeva quando aveva trent'anni circa ed era perciò giovane, privo ancora dell'esperienza che, ovviamente, gli è venuta con gli anni; e che quel primo incontro, anche a causa della sua giovinezza ed inesperienza, non fu certamente dei migliori nella ormai lunga carriera di direttore. Questo lo ha detto e ridetto. E' ora di voltar pagina. Perché se proprio vuol dire come andarono allora le cose, dica che i bravi ma terribili professori d'orchestra dell'Accademia a lui che consideravano un 'pischello' fecero una guerra dura, facendogli vedere, come si dice a Roma, 'i sorci verdi'. Quante volte ci è capitato di assistere alle prove d'orchestra e notare singoli professori trasformarsi in cecchini che puntavano i loro strumenti contro il podio, pronti a far fuoco, alla prima défaillance del direttore.
Potrebbe dirlo chiaramente, tanto si è messo al riparo da nuovi attacchi, premettendo che l'orchestra di oggi è quasi interamente rinnovata e che solo pochissimi dei professori dell'epoca siedono ancora in orchestra, e che su di essa la 'cura Pappano' ha fatto miracoli.
Tutte queste cose le abbiamo imparato a memoria e potremmo ripetergliele a Gatti prima che lui apra bocca. Però ci sorge un dubbio. Il dubbio che Gatti non ne parli tutte le volte, ma che siano i giornalisti, ogni volta, a confezionare un nuovo articolo con una nuova dichiarazione (magari assusnta dai comunicati stampa) e riciclando quanto avevano scritto la volta precedente. Non sarebbe la prima volta, e per Gatti in particolare, neanche il primo caso.
Anni fa scoprimmo dove era il difetto: dove cioè nascevano e chi diffondeva certe idiozie linguistiche che poi leggevamo esaltate e, in coro, su tutti i giornali. Quelle espressioni le coniava nientemeno che la stessa Accademia di Santa Cecilia, dando notizia della sua attività concertistica. Per tanto tempo, leggevamo sui giornali espressione di questo tipo: il pianista tal dei tali affonderà le sue mani nei tasti del pianoforte di... Chopin ; il violinista tal dei tali, a sua volta, affonderà l'archetto nelle corde, oppure. il direttore tal dei tali alzerà la bacchetta ecc...
I giornali, contando sull'autorevolezza della fonte, riprendevano i comunicati dell'Accademia così come venivano loro inviati e li riproducevano tali e quali, senza mai domandarsi - per carità: non disturbare il can che dorme.... - se quelle espressioni erano giuste, e soprattutto se una storica accademia musicale poteva esprimersi con tanta approssimazione e inutile fantasia; quando sarebbe stato più semplice e più preciso dire e scrivere : il pianista tal dei tali suonerà musiche di Chopin. La bellezza della normalità e proprietà linguistica non era colta né dal compilatore né dal riproduttore di simili scemenze.
Negli ultimi tempi i giornali di una società editrice, si sono distinti anche nell'uso di un inglesismo, nuovo di conio per la lingua italiana scrivendo del direttore d'orchestra, chiamato 'conduttore', e della sua attività sul podio, che è quella di 'condurre' . Per fortuna che l'insano temine viene limitatamente usato da due sole penne forbite ed in evidente possesso dell'inglese, come vogliono dimostrare ai lettori.
Adesso, e da tempo, è invalsa anche un'altra cattiva abitudine, nella quale si segnala soprattutto La Repubblica e l'inserto del giovedì del giornale il Trovaroma.
Per annunciare il concerto di un direttore e le musiche in programma il Trovaroma usa scrivere, perfino in copertina, imbrattandola linguisticamente: tizio o caio sulle note o sulle arie di questo o quel compositore. Tralasciando il fatto che 'arie' a proposito di certo repertorio è proprio fuori luogo, anzi errato, ci piacerebbe sapere perchè il tale direttore si pone 'sulle note', quando potrebbe anche darsi il caso che preferisca porsi 'sotto le note' o a addirittura ' nelle note' . In tale abbondanza di idiozie liguistiche ci risulta difficile assegnare la palma di quella più idiota ad una delle tre.
Ci preme invece invitare gli illustri redattori di quel settimanale romano di ricorrere sempre, d'ora in avanti, soltanto ad una espressione, la più appropriata, come quella classica: tizio o caio dirige musiche di...
Il peggio anche nell'uso di espressioni linguistiche non è mai un progresso, come possono pensare gli sprovveduti.
E poi a Daniele Gatti, ottimo direttore, questi giorni a Roma per dirigere due delle quattro Sinfonie di Schumann, vorremmo consigliare di smettere di ricordare - lo fa tutte le volte che viene intervistato sulla piazza romana - che lui per un periodo ha avuto un incarico stabile a Roma: direttore dell'Orchestra di Santa Cecilia; che questo accadeva quando aveva trent'anni circa ed era perciò giovane, privo ancora dell'esperienza che, ovviamente, gli è venuta con gli anni; e che quel primo incontro, anche a causa della sua giovinezza ed inesperienza, non fu certamente dei migliori nella ormai lunga carriera di direttore. Questo lo ha detto e ridetto. E' ora di voltar pagina. Perché se proprio vuol dire come andarono allora le cose, dica che i bravi ma terribili professori d'orchestra dell'Accademia a lui che consideravano un 'pischello' fecero una guerra dura, facendogli vedere, come si dice a Roma, 'i sorci verdi'. Quante volte ci è capitato di assistere alle prove d'orchestra e notare singoli professori trasformarsi in cecchini che puntavano i loro strumenti contro il podio, pronti a far fuoco, alla prima défaillance del direttore.
Potrebbe dirlo chiaramente, tanto si è messo al riparo da nuovi attacchi, premettendo che l'orchestra di oggi è quasi interamente rinnovata e che solo pochissimi dei professori dell'epoca siedono ancora in orchestra, e che su di essa la 'cura Pappano' ha fatto miracoli.
Tutte queste cose le abbiamo imparato a memoria e potremmo ripetergliele a Gatti prima che lui apra bocca. Però ci sorge un dubbio. Il dubbio che Gatti non ne parli tutte le volte, ma che siano i giornalisti, ogni volta, a confezionare un nuovo articolo con una nuova dichiarazione (magari assusnta dai comunicati stampa) e riciclando quanto avevano scritto la volta precedente. Non sarebbe la prima volta, e per Gatti in particolare, neanche il primo caso.
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