martedì 14 ottobre 2025

Nino Rota e la Puglia ( da l'Edicola, di Pierfranco Moliterni)

                                              NINO ROTA  e LA PUGLIA


A distanza di più di quarant’anni dalla sua morte, ancora non conosciamo

abbastanza del rapporto umano e artistico intercorso tra Nino Rota e la

Puglia. Rapporto intenso vissuto a misura della civiltà musicale di una

felice terra d’adozione visto che essa condurrà il musicista, nato a Milano

nel 1911, a coltivare lungo i suoi anni di intensa attività compositiva sia un

interesse per la riscoperta dei musicisti pugliesi di nascita appartenenti alla

scuola napoletana del XVIII secolo, sia una predisposizione al

“travestimento” in chiave colta del patrimonio musicale popolare della

regionale adriatica.

Ma è al Giovannino Rota, rampollo di una nota famiglia della borghesia

intellettuale milanese che dobbiamo riferirci mentre la precoce sua

formazione musicale si nutriva del magistero di Pizzetti e Castelnuovo-

Tedesco a Milano, Toscanini, Fritz Reiner e Rosario Scalero al Curtis

Institute di Filadelfia dove egli vive ed è Amico di Menotti, Samuel

Barber e Aaron Copland; e soprattutto di Alfredo Casella a Roma, suo

vero mèntore e maestro. Un apprendistato che ben presto sfocia nella

carriera d’insegnante allorché nel 1937, a soli ventisei anni, gli si apre

davanti un’opportunità davvero modesta visti quei lusinghieri presupposti:

trasferirsi a Taranto presso il periferico Liceo Musicale come docente non

di ruolo di Armonia principale. D’un sol colpo e tradendo lusinghiere

aspettative, egli sceglie di trasferirsi da Milano a Taranto, da uno dei centri

più vivaci e impegnati della musica europea del ‘900 a una città che non

doveva certo brillare per attività e gratificanti prospettive musicali. Fatto

sta che il giovane maestro, accompagnato da quel personaggio

fondamentale della sua vita che fu la madre Ernestina Rinaldi, passa in

Puglia e vi rimane subito e stabilmente nel 1939 e sino al 1974: Rota per

quarant’anni di fila insegna dunque a Bari e poi diventa direttore del locale

Conservatorio. Il maestro si circonda di un corpo docente che egli stesso

seleziona in quanto gentile, dolce e ironico padre-padrone dell’istituto

statale; fa sì che da Bari passino come maestri di Conservatorio alcuni tra i

più bei nomi del concertismo italiano di quegli anni, i quali saranno

fondamentali per la crescita di due generazioni di musicisti pugliesi:

Luigi Celeghin e Adamo Volpi (organisti, il secondo titolare d’organo alla

basilica di Loreto); Luciano Amadori (primo contrabbasso alla ‘Scarlatti’

di Napoli), Raffaele Gervasio (compositore e già allievo di violino di

Gioconda De Vito), Giuseppe Scotese, Aldo Tramma e Franco Medori

(valenti pianisti), Franco Tamponi e Dino Asciolla (eccellenti violinisti e

violisti, il secondo componente del celebre Quartetto Italiano), Aldo

Ferraresi (spalla dell’orchestra S.Carlo), Franco Petracchi (famoso

contrabbassista), Ludmilla Kutnezov (docente di violino), Bice e Franco

Antonioni (docenti di violino), Michele Marvulli (pianista finalista ad una

edizione del premio di Ginevra) Gabriele Ferro (direttore d’orchestra di

spolvero internazionale.)

L’impostazione di un prezioso lavoro di qualificazione su basi nazionali

del corpo docente (che si riverbererà, alla distanza, nella scuola pianistica

barese di oggi con l’eccellente livello dei pianisti Rana, Lupo, Arciuli,

Bax) fa il paio con il progetto di costruzione di una grande sala da concerti

annessa al conservatorio (l’attuale Auditorium che porta il suo nome), e d'una 

gemmazione di sedi periferiche su cui si fonda un vero e proprio

movimento musicale, duraturo in Puglia e nella vicina Basilicata, grazie

proprio alla nascita di sedi distaccate a Monopoli, Matera e Rodi

Garganico.

Quella che abbiamo in breve documentato come una scelta di vita del Rota

direttore di Conservatorio non poté non risentire della frequentazione con

sonorità, melodie folkloriche e popolari che egli ebbe sicuramente modo

di conoscere e da cui si dipartono taluni toni della sua produzione colta

applicata al linguaggio cinematografico. Come è per la sua sinfonia detta

Tarantina, insieme alla Ouverture La Fiera di Bari e alla Ballata per

corno e orchestra Castel del Monte

Dunque una popolarità sentita, mai demagogica, di una “sua” Puglia che

diventa per lui, musicista oramai proiettato in riconoscimenti

internazionali con un premio Oscar conquistato nel 1975 (Padrino II)

qualcosa di più intimo, espressione di un mondo segreto e amato, luogo

degli umili e dei semplici, dei pescatori del borgo marinaro di Torre a

Mare che lo indicano come uno di quelli che “sta con il naso all’insù”

mentre si confonde tra di loro per ascoltare, sulla cassarmonica dalle cento

luminarie, le bande di Gioia del Colle e di Squinzano, di Acquaviva delle

Fonti e Ceglie Messapica, di Ruvo, Conversano e Carovigno. Come dice

la sua biografia, a dodici anni, durante un soggiorno a Parigi egli aveva

frequentato il gran Circo Medrano e aveva metabolizzato un elemento del

proprio, come dell'altrui mondo infantile: il circo, e soprattutto la musica

da circo. Da qui una passione, e poi una sorta di manìa condivisa con

Federico Fellini: citare nella musica per film marce e marcette, sostanze

sonore di bande, quasi magico gioco della memoria che sa accomunare il

regista della provincia romagnola al musicista della provincia pugliese,

grazie ad uno stile inconfondibile che fa della citazione musicale popolare

il prodotto sonoro di un musicista conservatore e nostalgico; tutt’al più

una sorta di Poulenc italiano o di Satie cattolico, dunque fuori moda,

inattuale, nella sua scomoda e inspiegabile attualità (Lele d’Amico). Un

“Peter Pan della musica italiana” si disse di lui, con una non tanto nascosta

ironia. E non è certo un caso che ciò sia più avvertibile allorché la sua

musica filmica si sposa con l’immagine felliniana di cui riveste sogni e

ricordanze (Amarcord, film che sorprendentemente esce nello stesso anno

di American Graffiti di George Lucas). Eppure Rota non si limitò a

testimoniare una dipendenza dai frequentati modelli della banda di cui

molti esempi si possono ascoltare isolandoli dalle sequenze di film

felliniani come Le notti di Cabiria, Fellini 8/12, Amarcord, Giulietta degli

spiriti, I Clowns.

(Avvertenza: questo mio articolo riprende, ma solo per pochi paragrafi, il mio libro del 2020 dal

titolo NINO ROTA: L’ingenuo candore di un musicista".

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