NINO ROTA e LA PUGLIA
A distanza di più di quarant’anni dalla sua morte, ancora non conosciamo
abbastanza del rapporto umano e artistico intercorso tra Nino Rota e la
Puglia. Rapporto intenso vissuto a misura della civiltà musicale di una
felice terra d’adozione visto che essa condurrà il musicista, nato a Milano
nel 1911, a coltivare lungo i suoi anni di intensa attività compositiva sia un
interesse per la riscoperta dei musicisti pugliesi di nascita appartenenti alla
scuola napoletana del XVIII secolo, sia una predisposizione al
“travestimento” in chiave colta del patrimonio musicale popolare della
regionale adriatica.
Ma è al Giovannino Rota, rampollo di una nota famiglia della borghesia
intellettuale milanese che dobbiamo riferirci mentre la precoce sua
formazione musicale si nutriva del magistero di Pizzetti e Castelnuovo-
Tedesco a Milano, Toscanini, Fritz Reiner e Rosario Scalero al Curtis
Institute di Filadelfia dove egli vive ed è Amico di Menotti, Samuel
Barber e Aaron Copland; e soprattutto di Alfredo Casella a Roma, suo
vero mèntore e maestro. Un apprendistato che ben presto sfocia nella
carriera d’insegnante allorché nel 1937, a soli ventisei anni, gli si apre
davanti un’opportunità davvero modesta visti quei lusinghieri presupposti:
trasferirsi a Taranto presso il periferico Liceo Musicale come docente non
di ruolo di Armonia principale. D’un sol colpo e tradendo lusinghiere
aspettative, egli sceglie di trasferirsi da Milano a Taranto, da uno dei centri
più vivaci e impegnati della musica europea del ‘900 a una città che non
doveva certo brillare per attività e gratificanti prospettive musicali. Fatto
sta che il giovane maestro, accompagnato da quel personaggio
fondamentale della sua vita che fu la madre Ernestina Rinaldi, passa in
Puglia e vi rimane subito e stabilmente nel 1939 e sino al 1974: Rota per
quarant’anni di fila insegna dunque a Bari e poi diventa direttore del locale
Conservatorio. Il maestro si circonda di un corpo docente che egli stesso
seleziona in quanto gentile, dolce e ironico padre-padrone dell’istituto
statale; fa sì che da Bari passino come maestri di Conservatorio alcuni tra i
più bei nomi del concertismo italiano di quegli anni, i quali saranno
fondamentali per la crescita di due generazioni di musicisti pugliesi:
Luigi Celeghin e Adamo Volpi (organisti, il secondo titolare d’organo alla
basilica di Loreto); Luciano Amadori (primo contrabbasso alla ‘Scarlatti’
di Napoli), Raffaele Gervasio (compositore e già allievo di violino di
Gioconda De Vito), Giuseppe Scotese, Aldo Tramma e Franco Medori
(valenti pianisti), Franco Tamponi e Dino Asciolla (eccellenti violinisti e
violisti, il secondo componente del celebre Quartetto Italiano), Aldo
Ferraresi (spalla dell’orchestra S.Carlo), Franco Petracchi (famoso
contrabbassista), Ludmilla Kutnezov (docente di violino), Bice e Franco
Antonioni (docenti di violino), Michele Marvulli (pianista finalista ad una
edizione del premio di Ginevra) Gabriele Ferro (direttore d’orchestra di
spolvero internazionale.)
L’impostazione di un prezioso lavoro di qualificazione su basi nazionali
del corpo docente (che si riverbererà, alla distanza, nella scuola pianistica
barese di oggi con l’eccellente livello dei pianisti Rana, Lupo, Arciuli,
Bax) fa il paio con il progetto di costruzione di una grande sala da concerti
annessa al conservatorio (l’attuale Auditorium che porta il suo nome), e d'una
gemmazione di sedi periferiche su cui si fonda un vero e proprio
movimento musicale, duraturo in Puglia e nella vicina Basilicata, grazie
proprio alla nascita di sedi distaccate a Monopoli, Matera e Rodi
Garganico.
Quella che abbiamo in breve documentato come una scelta di vita del Rota
direttore di Conservatorio non poté non risentire della frequentazione con
sonorità, melodie folkloriche e popolari che egli ebbe sicuramente modo
di conoscere e da cui si dipartono taluni toni della sua produzione colta
applicata al linguaggio cinematografico. Come è per la sua sinfonia detta
Tarantina, insieme alla Ouverture La Fiera di Bari e alla Ballata per
corno e orchestra Castel del Monte
Dunque una popolarità sentita, mai demagogica, di una “sua” Puglia che
diventa per lui, musicista oramai proiettato in riconoscimenti
internazionali con un premio Oscar conquistato nel 1975 (Padrino II)
qualcosa di più intimo, espressione di un mondo segreto e amato, luogo
degli umili e dei semplici, dei pescatori del borgo marinaro di Torre a
Mare che lo indicano come uno di quelli che “sta con il naso all’insù”
mentre si confonde tra di loro per ascoltare, sulla cassarmonica dalle cento
luminarie, le bande di Gioia del Colle e di Squinzano, di Acquaviva delle
Fonti e Ceglie Messapica, di Ruvo, Conversano e Carovigno. Come dice
la sua biografia, a dodici anni, durante un soggiorno a Parigi egli aveva
frequentato il gran Circo Medrano e aveva metabolizzato un elemento del
proprio, come dell'altrui mondo infantile: il circo, e soprattutto la musica
da circo. Da qui una passione, e poi una sorta di manìa condivisa con
Federico Fellini: citare nella musica per film marce e marcette, sostanze
sonore di bande, quasi magico gioco della memoria che sa accomunare il
regista della provincia romagnola al musicista della provincia pugliese,
grazie ad uno stile inconfondibile che fa della citazione musicale popolare
il prodotto sonoro di un musicista conservatore e nostalgico; tutt’al più
una sorta di Poulenc italiano o di Satie cattolico, dunque fuori moda,
inattuale, nella sua scomoda e inspiegabile attualità (Lele d’Amico). Un
“Peter Pan della musica italiana” si disse di lui, con una non tanto nascosta
ironia. E non è certo un caso che ciò sia più avvertibile allorché la sua
musica filmica si sposa con l’immagine felliniana di cui riveste sogni e
ricordanze (Amarcord, film che sorprendentemente esce nello stesso anno
di American Graffiti di George Lucas). Eppure Rota non si limitò a
testimoniare una dipendenza dai frequentati modelli della banda di cui
molti esempi si possono ascoltare isolandoli dalle sequenze di film
felliniani come Le notti di Cabiria, Fellini 8/12, Amarcord, Giulietta degli
spiriti, I Clowns.
(Avvertenza: questo mio articolo riprende, ma solo per pochi paragrafi, il mio libro del 2020 dal
titolo “NINO ROTA: L’ingenuo candore di un musicista".
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