Venezi alla Fenice, le Fondazioni liriche non ci stanno: “Avete scelto una donna come marketing?”
In una nota, le Fondazioni liriche chiedono che la politica smetta di interferire con le scelte di ambito culturale. E rispondono per le rime al soprintendente della Fenice: "Quindi pensate che una donna possa servire da marketing?"
“La solidarietà unitaria delle lavoratrici e dei lavoratori delle Fondazioni lirico-sinfoniche italiane nei confronti dei colleghi della Fenice non nasce per caso. È una risposta condivisa a un problema sistemico: quello delle ingerenze politiche che da anni attraversano trasversalmente la vita e la governance dei teatri d’opera in Italia”. Lo manda a dire il Comitato nazionale delle Fondazioni lirico sinfoniche (che dà voce ai lavoratori dei teatri) sul tormentone delle polemiche attorno alla nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale de la Fenice.
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LE FONDAZIONI CONTRO LE INGERENZE DELLA POLITICA
La presa di posizione è in un comunicato affidato ai social dal titolo “Quando la politica dirige l’orchestra“. Perchè “la politica è ovunque, nei teatri. È politica la nomina dei sovrintendenti. È politica la scelta di commissariare una Fondazione, spesso per buchi di bilancio che derivano dal sottofinanziamento strutturale del settore, non necessariamente da cattiva gestione. È politica la decisione di tagliare i fondi alla cultura, investendo invece in armamenti”. E invece “manca del tutto una politica culturale. La recente nomina di Beatrice Venezi alla direzione musicale della Fenice ne è un esempio emblematico: calata dall’alto, senza trasparenza né confronto, in nome di una logica mediatica prima ancora che artistica”.
“QUINDI UNA DIRETTICE DONNA PUÒ FUNZIONARE DA MARKETING?”
Il Comitato nazionale delle Fondazioni lirico sinfoniche osserva anche che il sovrintendente della Fenice, Nicola Colabianchi, ha giustificato la scelta dichiarando che Venezi “oltre a essere un maestro bravissimo, è giovane e donna e può consentire alla Fenice di tratteggiare percorsi nuovi e di attrazione per i giovani”: questa sua frase “sottintende che il genere possa fungere da leva di marketing. Ma una donna in un ruolo apicale non dovrebbe avere un valore ‘promozionale’: dovrebbe essere una professionista da valutare per il merito, non per l’appeal. E usare l’essere donna come fattore strategico di immagine non è emancipazione, è sessismo travestito da modernità”.
“CHIEDIAMO RISPETTO PER LA COMPETENZA DEL LAVORO CULTURALE”
Detto questo, i lavoratori delle Fondazioni “non si stanno schierando contro la destra, come alcuni vorrebbero far credere. Stanno reagendo contro la politica che da anni governa la cultura con criteri di potere e consenso, che si sia chiamata Franceschini o si chiami oggi Giuli. Noi stiamo chiedendo rispetto per la competenza, per la qualità, per la dignità del lavoro culturale. E lo stiamo facendo insieme, con una voce sola”.

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