domenica 8 febbraio 2026

Milano-Cortina 2026 n.13. Tutti contro Pausini. Lei con l'Inno di Mameli non c'entra ( da Screen World, di Alba Rossi)

 

L’Inno di Mameli che nessuno può toccare: perché Laura Pausini ha scatenato l’Italia intera

La cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 doveva essere un momento di celebrazione collettiva, un abbraccio corale allo sport e all’orgoglio nazionale. Eppure, a distanza di ore dall’evento che ha riempito lo stadio di San Siro, l’Italia si è ritrovata divisa non per una medaglia controversa o un episodio arbitrale, ma per un’esibizione musicale. Laura Pausini, una delle voci più riconosciute del belcanto italiano nel mondo, si è trovata al centro di una tempesta social dopo aver interpretato l’Inno di Mameli durante la cerimonia inauguraleLa sua performance, tecnicamente impeccabile e carica di pathos, ha scatenato una valanga di critiche che l’hanno costretta a disattivare i commenti su Instagram.

Ma cosa è successo esattamente? E perché una cantante del calibro della Pausini, abituata ai palchi internazionali e ai riconoscimenti globali, si è ritrovata sotto accusa per aver cantato l’inno nazionale? La risposta risiede in una caratteristica unica del Canto degli Italiani, un brano che funziona come collante sociale proprio perché trasparente, collettivo e immune a qualsiasi tentativo di personalizzazione. Laura Pausini ha fatto quello che ogni grande interprete farebbe: ha messo del suo. Ha modulato gli acuti, inserito gorgheggi su “l’Italia chiamò“, allungato il “che porga la chioma” con una nota sostenuta che avrebbe fatto brillare qualsiasi altra canzone. Ha sostituito le trombe squillanti della partitura originale di Michele Novaro con violini morbidi e orchestrazioni solenni. Ha indugiato sull’Italia dopo il “Fratelli” iniziale, creando una pausa drammatica dove milioni di cervelli italiani si aspettavano già di sentire “L’Italia s’è desta“. In sintesi, ha donato carattere, stile e singolarità a un inno che nasce e vive volutamente privo di questi elementi.

Il problema non è tecnico né artistico. La Pausini ha cantato benissimo, come sempre. Il problema è che l’Inno di Mameli appartiene a quella categoria di opere che Umberto Eco definiva “prevedibili per contratto“: brani che ci piacciono proprio perché tutto va esattamente dove sappiamo che deve andare. Non c’è spazio per sorprese, per interpretazioni personali, per colpi di scena. La loro forza risiede nella ripetizione fedele, nella certezza che ogni nota, ogni parola, ogni pausa sarà identica a quella che ricordiamo. È un rito collettivo, non uno spettacolo. Questa caratteristica rende l’Inno di Mameli praticamente intoccabile, un miracolo di funzionamento sociale in un Paese notoriamente anti-patriottico. Come cantava Rino Gaetano cinquant’anni fa in Sfiorivano le viole: “Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tuttora in voga“. Quella frase, apparentemente semplice, coglie l’essenza del fenomeno: è l’unico simbolo patrio che tutti gli italiani riconoscono e rispettano, l’unico momento in cui un popolo frammentato e campanilista si ritrova unito. Toccarlo significa rompere l’incantesimo.

Non è la prima volta che qualcuno ci prova e fallisce. Giuseppe Verdi stesso cadde nella stessa trappola. A metà Ottocento, nientemeno che Giuseppe Mazzini gli chiese di comporre un inno che sostituisse quello di Mameli, considerato ancora provvisorio in attesa di qualcosa di più ufficiale. Verdi ci mise tutto se stesso e compose Suona la tromba, un brano straordinario, pieno di pathos e tecnicamente superiore. Peccato che nessuno lo ricordi. L’inno di Mameli, scritto da un ventenne e musicato quasi per caso, ha resistito a tutto e a tutti proprio perché funziona a un livello collettivo e non artistico. La reazione social è stata immediata e spietata. Migliaia di utenti hanno commentato la performance con toni che spaziavano dalla critica costruttiva all’indignazione. Molti hanno parlato di tradimento di Mameli, di versione rovinata, di interpretazione fuori luogo. Anche personaggi pubblici si sono espressi: Selvaggia Lucarelli, sempre pungente, ha scritto su Instagram: “A Laura Pausini è rimasta da fare solo la cover di buon compleanno e rovinerà pure buon compleanno“. Un commento sarcastico che sintetizza il sentimento diffuso: esistono canzoni che non si possono reinterpretare, pena la perdita della loro essenza.

Laura Pausini, il giorno dopo l’esibizione, ha pubblicato un post su Instagram ringraziando tutti coloro che hanno collaborato con lei all’evento. Anche quel messaggio è stato bersagliato dalle critiche, tanto da costringerla a chiudere i commenti. Una mossa drastica per un’artista abituata al dialogo con i fan, ma comprensibile di fronte a una marea di polemiche che non accennava a placarsi. La vicenda ha messo in ombra altri aspetti della cerimonia, comprese le gaffe del telecronista Paolo Petrecca, direttore di RaiSport, e il trattamento televisivo riservato a Ghali. Il rapper, che ha recitato una poesia di Gianni Rodari durante l’evento, non è mai stato inquadrato in primo piano dalla regia e il suo nome non è mai stato pronunciato in telecronaca. Un caso che ha generato ulteriori polemiche e che Ghali stesso ha commentato amaramente sui social: “Pace? Armonia? Umanità? Non ho sentito niente di tutto questo ieri sera, ma l’ho sentito attraverso i vostri messaggi“.

Ma è interessante notare che Mariah Carey, altra superstar presente alla cerimonia, è riuscita a evitare la trappola. Chiamata a cantare Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno, la diva americana ha messo da parte quasi tutti i suoi celebri gorgheggi, cedendo solo sul finale quando ormai il brano era passato indenne. Il risultato? Nessuna polemica. La Carey ha capito, forse istintivamente, che esistono canzoni intoccabili anche oltre i confini nazionali. Questa vicenda solleva una questione più ampia sul rapporto tra arte e simboli collettivi. Quante cover di successo conosciamo dei Beatles? Chi oserebbe cantare a modo suo Bohemian Rhapsody dei Queen? Perché nessuno ha mai osato stravolgere Nel blu dipinto di blu? I brani più celebri, quelli entrati nell’immaginario collettivo, non sono emendabili. Fanno parte di un patrimonio condiviso che tollera al massimo piccole variazioni timbriche ma non reinterpretazioni sostanziali.

L’Inno di Mameli appartiene a questa categoria, con l’aggravante di essere un simbolo nazionale. Non è semplicemente una canzone bella o famosa: è l’unico momento in cui un Paese diviso su tutto si ritrova unito. Modificarlo significa toccare qualcosa di sacro, rompere un patto non scritto che tiene insieme milioni di persone. Laura Pausini, con tutta la sua bravura e le sue intenzioni, ha violato inconsapevolmente questo patto. La polemica, a ben vedere, non è contro di lei come artista. Nei bar, nelle case, sui social, in pochi hanno messo in discussione la sua capacità vocale o il suo talento. La critica è rivolta alla scelta di personalizzare ciò che deve rimanere impersonale, di aggiungere stile a ciò che funziona proprio perché ne è privo. Un errore comprensibile per una cantante abituata a lasciare il segno con ogni esibizione, ma fatale quando applicato all’Inno di Mameli.

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