Una sontuosa cerimonia d’apertura a due bracieri, a quattro piste, come nei grandi spettacoli di un tempo: l’Arco della Pace a Milano e Piazza Dibona a Cortina d’Ampezzo, ma anche Predazzo e Livigno, giusto per creare un effetto multiplo di diversità e unità, l’essenza stessa del rito. Se le Olimpiadi di Parigi 2024 avevano avuto il grande coraggio di rompere la sacralità dello stadio e dell’iconografia tradizionale e di scegliere tutta la Ville Lumière, Senna compresa, come scenario ineguagliabile, anche qui non c’è stata paura di quella retorica che, da sola, sa mescolare grandi città e territori alpini, lo sport e la Storia, il pop e tradizione.
Via all’Olimpiade «diffusa», via al balletto che celebra Amore e Psiche e alla fantasmagoria di colori, via all’opera lirica «diretta» da Matilda De Angelis ma anche a Raffaela Carrà: il tono è fiabesco, pieno di simbolismi visivi, di quell’eccellenza che vorremmo fosse sempre il nostro marchio di riconoscimento. Non per caso il presidente Sergio Mattarella arriva su un tram d’epoca (l’epoca di quando avevamo vent’anni e belle speranze), l’inno di Mameli è affidato a Laura Pausini e «L’infinito» di Leopardi a Pierfrancesco Favino.
Mariah Carey canta in un italiano stentato il terzo inno nazionale, «Nel blu dipinto di blu». Toccante il tributo a Giorgio Armani, con un défilé tricolore che ha celebrato il legame tra Milano e l’alta moda.
Non è facile costruire uno spettacolo con una sfilata di 92 delegazioni, alcune delle quali veramente esigue, ma ci pensano le atlete e gli atleti a ricreare quello spirito gioioso e vitale che dovrebbe rappresentare l’idea che, pur in competizione, tutti gli Stati del mondo si incontrano pacificamente attraverso lo sport.
Lo spettacolo, il «monster show» ideato da Balich Wonder Studio, è efficace, ci emoziona e ci coinvolge. Per una sera ci dimentichiamo che l’Armonia del titolo appare sempre più un’utopia. Per questo lo leggiamo come un rito simbolico che unisce tradizione, cultura, valori umani e spirito sportivo: con le bandiere, i discorsi ufficiali di Giovanni Malagò e Kirsty Coventry, soprattutto gli ultimi tedofori e l’accensione dei due bracieri che portano luce nella notte delle nostre paure, come si è augurata Charlize Theron.
Poco prima, le divertenti esibizioni di Sabrina Impacciatore e Brenda Lodigiani (meglio il giochino del linguaggio del corpo che il musical). 70 anni fa, la sobria cerimonia di Cortina 1956 fu uno spartiacque, un prezioso biglietto da visita: per la prima volta l’Italia si presentava come un Paese capace di progettare una manifestazione internazionale, a pochi anni dalla fine di una guerra persa, per riconquistare la credibilità perduta. Oggi Milano Cortina è la nostra story per dire al mondo che l’Italia vuole ancora essere al centro della comunità internazionale con grande orgoglio.
La telecronaca della Rai è stata affidata a un imbarazzato Paolo Petrecca, a Stefania Belmondo e allo scrittore Fabio Genovesi che, per fortuna, ha saputo dare profondità e senso al racconto, salvandolo. Il trio, molto professionale, di Eurosport era composto da Luca Gregorio, Massimiliano Ambesi e dal regista teatrale Davide Livermore. Ci sarà tempo e luogo per parlarne. Tecnicamente, la sincronizzazione dei diversi luoghi è riuscita.
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