lunedì 9 febbraio 2026

Antonello da Messina avquistato dallo Stato? ( da Il Giornale dell'Arte, di Davide Landoni)

 Lo sguardo di Cristo, ferito e silenzioso, incontra il nostro attraverso cinque secoli e mezzo di storia; il respiro trattenuto di un santo nel deserto, immerso in una natura aspra e luminosa, risuona all'improvviso nelle nostre orecchie. Da queste due visioni vicine e lontane, come un’apparizione rarissima, si ripresenta a noi un doppio capolavoro di Antonello da Messina, pronto a scrivere una nuova pagina della sua storia, in asta, a New York. Una vendita che si candida già come una delle più significative dell'intero 2026.

Il piccolo, prezioso pannello bifacciale «Ecce Homo» / «San Girolamo nel deserto», realizzato intorno al 1460-1465, sarà infatti uno dei lotti di punta della vendita Master Paintings di Sotheby’s, in programma il 4 febbraio 2026, durante la Masters Week. La stima, tra i 10 e i 15 milioni di dollari, riflette non solo l’altissimo livello qualitativo dell’opera, ma anche un dato oggettivo ed estremamente significativo. Di Antonello da Messina sopravvivono appena una quarantina di dipinti, quasi tutti custoditi in musei. Le occasioni di vederne uno sul mercato si contano sulle dita di una mano; quelle di incontrarne uno di questo calibro, quasi irripetibili. È soltanto la seconda volta, in una generazione, che un’opera dell'artista di tale importanza appare in asta. La precedente, per intenderci, è oggi al Louvre.

Antonello da Messina, nato in Sicilia e formatosi a Napoli, fu il grande ponte tra il Rinascimento italiano e le innovazioni della pittura nordica. Il suo breve ma decisivo soggiorno a Venezia lasciò un’impronta profonda, destinata a influenzare maestri come Giovanni Bellini e, più tardi, Giorgione. Sensibilissimo alla pittura a olio - che Giorgio Vasari, forse erroneamente, gli attribuì come “invenzione” in Italia - Antonello seppe sfruttarne le potenzialità per raggiungere una finezza tonale e una verità psicologica allora senza precedenti.

Sul recto del pannello si dispiega l’Ecce Homo, uno dei temi più intensi e ricorrenti nella carriera dell’artista. Cristo è presentato come “uomo”, appunto,  prima ancora che come figura divina. Giovane, ma vulnerabile, con il corpo che sembra sussultare sotto il peso della sofferenza. Le gocce di sangue solcano il volto e il petto, la corda stringe il collo, la corona di spine grava sulla testa. Non c’è idealizzazione, ma una dolorosa immediatezza. Lo sguardo, calmo e diretto, incontra quello dello spettatore oltre un parapetto di pietra inciso con la scritta “INRI”, un espediente che richiama la pittura fiamminga ma che Antonello trasforma in qualcosa di radicalmente nuovo. Come ha scritto lo specialista Andrea Bayer, non esiste un vero parallelo nordico per l’intensità espressiva e il coinvolgimento emotivo di questo Cristo.

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