"Michieletto e Livermore scrivono la lirica del futuro"
Il mezzosoprano Cecilia Bartoli stasera si esibisce con il pianista Lang Lang alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi

Il mezzosoprano Cecilia Bartoli canterà stasera alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi. Mercoledì ha fatto le prove a San Siro con cinque gradi e pioggia battente, tra pianoforti e strumenti avvolti nel cellophane, senza battere ciglio. È anche da questa disciplina che nasce una carriera costellata di primati: prima donna alla direzione artistica del Festival di Salisburgo, oggi al quarto mandato; prima donna a esibirsi nella Cappella Sistina; unica artista italiana ad aver conquistato cinque Grammy. Un record che nessuna collega, neppure nel pop - Laura Pausini compresa - ha mai raggiunto; a eguagliarlo è stato soltanto Luciano Pavarotti, però con un numero inferiore di nomination.
Sul palco olimpico canterà accompagnata dal pianista Lang Lang, in uno spettacolo firmato da Marco Balich, che vedrà alternarsi anche Andrea Bocelli, Laura Pausini, Mariah Carey, Ghali, i ballerini dell'Accademia della Scala e altri.
Chi l'ha chiamata per proporle la partecipazione?
"Damiano Michieletto, che cura la regia. Mi ha detto: Ceci, ti andrebbe di partecipare con me? Ho risposto subito sì. È un'avventura completamente nuova: non ho mai cantato in uno stadio, mentre molti degli altri artisti sì. Ho assistito alle prove di Mariah Carey: un'americana tostissima, di una professionalità impressionante. Mamma mia".
Conosceva Ghali?
"Me lo ha fatto scoprire mia nipote: Zia, devi ascoltarlo. È davvero interessante, ha una grande sensibilità melodica, cosa non scontata nel rap. Forse c'entra la sua origine tunisina, non lo so, ma c'è qualcosa che mi emoziona".
Potrebbero esserci collaborazioni pop anche in futuro?
"Se hanno valore artistico e un senso, perché no? Non sono mai stata contraria".
Sport invernali praticati? Lei è ormai salisburghese...
"Nessuno. Noi cantanti abbiamo un'ossessione: sudare e poi raffreddarci. Le corde vocali ne risentono. Temiamo il freddo, il caldo, l'aria condizionata".
Artisti e sportivi hanno molto in comune.
"Assolutamente. Dal pattinaggio allo sci c'è lo stesso virtuosismo che richiede il canto. Pensiamo a Rossini, l'imperatore del virtuosismo. E poi la disciplina: senza quella non vai da nessuna parte. Il talento è la base, ma senza tecnica per noi cantanti una carriera non dura più di dieci anni, fino ai trent'anni entra in campo la forza, poi non basta più. Vale anche nello sport".
A chi pensa?
"Da Federer a Djokovic".
Per non parlare della pianista Martha Argerich, a 84 anni, sostituisce ancora colleghi millenial all'ultimo momento.
"Lei è una fuoriclasse. Una leonessa. Abbiamo collaborato a Lugano. Unica difficoltà: è nottambula, voleva provare alle tre del mattino. Le chiesi una via di mezzo".
Il presidente Sergio Mattarella ha richiamato alla tregua olimpica.
"È un messaggio fondamentale. Stasera sarà un momento di pace, di condivisione tra popoli, sportivi e artisti di ogni nazionalità".
Da direttrice artistica all'Opéra di Montecarlo e a Salisburgo, quanto è difficile programmare oggi tra bandi e censure?
"Molti artisti pagano conseguenze che non dipendono da loro: sono vittime della politica. La situazione è molto delicata".
Nel 2027 saranno quarant'anni dal debutto. Cosa sta progettando?
"Qualcosa all'Opera di Roma, dove ho esordito, e forse a Berlino, il secondo teatro che mi accolse giovanissima".
Guardando indietro?
"Sono realista: gran parte della vita è passata. Ci sono state cose belle e brutte, ma l'arte è un balsamo, dà conforto".
"Lascia la spina, cogli la rosa", dice Händel in pieno Settecento.
"I testi barocchi sono luminosi, diretti, potentissimi nella loro semplicità".
Chi sta riscrivendo la lirica del futuro?
"Michieletto, sicuramente. E Davide Livermore, con cui lavoriamo a Montecarlo. Abbiamo fatto Wagner con strumenti storicamente informati nella buca d'orchestra e modernità assoluta in palcoscenico: una sfida affascinante".
E le voci?
"Molti giovani orientali. Tra gli italiani: Giovanni Sala e Mariangela Sicilia tra i giovanissimi, Buratto e Giannattasio per la generazione di mezzo. Un tempo eravamo di più".
Un grande rimpianto?
"Non aver lavorato con Carlos Kleiber. Mi chiamò, ma per un ruolo che non sentivo mio. Bisogna saper dire di no. I giovani sbagliano quando accettano ruoli pensando che in tre anni saranno pronti. Devi esserlo subito".
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