lunedì 9 febbraio 2026

Iran. Nobel Narges Mohammadi, condannata ad altri 6 anni di carcere. Manca solo che la impicchino o la seppelliscano viva ( Rai.it)

 

Nobel per la pace all'iraniana Narges Mohammadi

Si aggiungono altri sei anni di carcere alla condanna già gravosa inferta alla premio Nobel per la pace iraniana Narges Mohammadi da parte delle autorità giudiziarie iraniane. A renderlo noto oggi, il suo avvocato, Mostafa Nili.

L'accusa mossa alla 53enne attivista è di "raduno" e  "collusione" - riferisce Iran International - per attività di propaganda. Una sorta di accusa di cospirazione. Alla pena si aggiunge il divieto di due anni di lasciare l'Iran e di due anni d'esilio nella città di Khosf, nella provincia orientale del Khorasan meridionale.

Il 12 dicembre scorso, Mohammadi fu arrestata e picchiata dai Pasdaran a Mashhad dove è detenuta, nel nord-est dell'Iran mentre partecipava alle esequie di Khosrow Alikordi, un noto avvocato dei diritti umani trovato morto nel suo ufficio in circostanze sospette. Il suo arresto considerato arbitrario dagli attivisti per i diritti umani, è avvenuto prima dell'inizio dell'ondata di proteste antigovernative che hanno scosso recentemente l'Iran.

Più volte processata e incarcerata negli ultimi 25 anni, Mohammadi è paladina dei diritti umani specie contro l'uso della pena di morte e contro l'obbligo del velo per le donne e per aver denunciato la ‘tortura bianca’ nelle carceri iraniane. Ha trascorso la maggior parte degli ultimi due decenni detenuta nel famigerato carcere di Evin a Teheran, dove sono imprigionati i detenuti politici. Solo nel dicembre 2024, le autorità iraniane sospesero temporaneamente la sua pena per consentirle di riprendersi da un intervento chirurgico. A dicembre il nuovo arresto.

Il 5 febbraio la fondazione che porta il suo nome, ha riferito che l'attivista aveva iniziato un ennesimo sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione considerata illegale e per le sue pessime condizioni carcerarie. Nessun diritto a telefonare e vedere i suoi avvocati, oltre a quello di ricevere visite.

La cartella clinica di Mohammadi è purtroppo gravosa: “attacchi di cuore, dolori al petto, pressione alta, nonché problemi al disco spinale e altre malattie, la sua continua detenzione è pericolosa per la sua vita e costituisce una violazione delle leggi sui diritti umani”, si legge nella nota della Fondazione. E' dunque necessario che Mohammadi “possa accedere costantemente al suo team medico e continuare le cure”, un diritto non proprio garantito ai detenuti nella Repubblica islamica.

"Siamo profondamente preoccupati per la sua vita" ha detto da Parigi, dove vive, il figlio Ali Rahmani, co-presidente assieme alla sorella della Fondazione che porta il nome della madre

Col rifiuto di permetterle di comunicare con l'esterno, spiegano i suoi sostenitori, Teheran silenzia una delle voci critiche più autorevoli.

Mohammadi ha vinto il Nobel per la Pace nel 2023, per la sua ventennale lotta per i diritti umani, in particolare quelli delle donne, nella Repubblica islamica. Nel 2022 sostenne con forza le proteste scatenate dalla morte in custodia avvenuta per un velo messo male di Mahsa Amini.

Nella sua lunga lotta Mohammadi ha spesso fatto ricorso a tattiche di disobbedienza civile come proteste organizzate, sit-in e, appunto, scioperi della fame. 

Proprio a causa dei lunghi periodi di detenzione, nel 2023 il Nobel le venne conferito 'in absentia'. A ritirare il premio ad Oslo, furono i suoi suoi figli gemelli, Kiana e Ali Rahman, allora appena diciassettenni. Lessero le parole fatte uscire di nascosto dalla prigione di Evin dalla madre: "Il popolo iraniano, con perseveranza, supererà la repressione e l'autoritarismo. Non abbiate dubbi, questo è certo".

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