Ora corrente 0:33
/
Durata 5:30
0
«Torneranno a Scampia, le case si stanno costruendo. Il Comitato Vele non mollerà». Francesca Comencini non ha dubbi: chi, nel 2024, è stato costretto ad abbandonare le proprie abitazioni a seguito del tragico crollo di un ballatoio della Vela Celeste, tornerà lì. Ha incontrato alcuni di loro, raccogliendone testimonianze e ricordi ne “La diaspora delle Vele”. Un documentario, dal 9 febbraio su Sky Documentaries e NOW, che intreccia memoria e presente per andare oltre la cronaca e riflettere su identità, appartenenza e diritto alla casa. Cosa racconta del concetto di comunità il suo documentario? «L'importanza di sentirsi parte di qualcosa. È una necessità degli esseri umani e a Scampia questa cosa c'è». Scampia è vista come il fallimento dello Stato. Eppure mostra che lì uno Stato c'è ed ha il volto di chi vi abita... «Il comitato di quartiere ha creato una comunità che si auto-organizza. È la prova che gli uni senza gli altri non trovano mai soluzioni, che la democrazia diretta è fondamentale, ma ha bisogno di dialogo. E di istituzioni che sappiano ascoltare veramente. È un lungo percorso». È entrata nella Vele con “Gomorra” e ci è tornata ora che sono disabitate. Rispetto a un possibile pregiudizio iniziale, con che tipo di emozione è andata via? «In realtà, non sono andata lì con un pregiudizio. Sono passati molti anni dalla prima stagione di “Gomorra” e Scampia è cambiata totalmente. Accendere dei riflettori su dei luoghi è sempre una buona cosa, anche se all'epoca molte persone si sono lamentate di questa stigmatizzazione». Il cinema ha il potere di far cambiare prospettiva? «Racconta la complessità, che non c'è il bene e il male, che in luoghi in cui ci sono molte criticità, ci sono anche centinaia di vite esattamente come quelle di tutti. I ragazzini vanno a scuola con i problemi, gli amori, i sogni, le speranze. Tutto è mischiato e più complesso di ciò che si crede». Entra nelle nuove case di chi viveva nelle Vele, tutti con una nostalgia fortissima di quel luogo. Com'è stato incontrarli? «Non rinnegano da dove vengono e ne sono fieri. Quando sono andati via le hanno ricoperte di scritte chiamandole alla seconda persona: “Tu sei stato il mio rifugio”. È l'importanza di un diritto fondamentale, quello di una casa, e non lo dimenticano. Vogliono tornare lì perché lì è la loro storia e comunità». C'è un luogo che per lei ha la stessa importanza? «Forse quello in cui sono ora. Sono andata via per 20 anni da Roma e adesso sono tornata. Ne sono contenta». (di Manuela Santacatterina)
Nessun commento:
Posta un commento