giovedì 2 settembre 2021

Caro Daniele Del Giudice, ADDIO!

  Daniele Del Giudice che noi conoscemmo  verso la fine del 1978, quando muovevamo i primi passi nel giornalismo a Paese Sera, se ne è andato all'età di 72 anni. Era malato da molti anni e viveva ormai separato dal mondo, a Venezia.

Negli anni Ottanta, quando era già famoso dopo l'esordio letterario con 'Lo stadio di Wimbledon', gli chiedemmo di scrivere un 'Caro Pianoforte' - una rubrica che ebbe tanto successo e seguito - per la nostra rivista Piano Time, che gentilmente e generosamente ci scrisse.

 Lo ripubblichiamo, a mò di ringraziamento e saluto  ( P.A.)




Caro Pianoforte

Quasi mai, nel pianoforte, mi rendo conto di quanto è distante il suono dalle mani. Con gli strumenti a fiato c'è ancora una contiguità, addirittura la forma della bocca, e anche la nota del violino è lunga quanto il braccio. Nel lento distacco della musica dal corpo è il pianoforte il vero avvenimento: per la prima volta, suonando, sto seduto di fronte al suono, e in fondo sono soltanto il più vicino degli ascoltatori.
 A me sembrava facile perché ogni nota ha un posto. Anzi, nel pianoforte, ogni nota è un posto, non un punto; e poiché il suono   che non abbia già il suo posto nella tastiera non esiste, tutti gli altri sono contemporaneamente possibili e reali, quindi individuali.
 Nel violino o nella tromba non sarei mai riuscito a vedere le note: il fatto che non esistano senza le dita, e dunque la loro totale virtualità in base alla diversa posizione su una sola corda o  su un unico condotto d'aria, rende per me quegli strumenti  sintetici e abbreviati, forse per questo portatili.
 Il pianoforte appartiene invece alla stessa famiglia cui appartengono il ragionamento, i caratteri tipografici o la lingua tedesca: associazione e meccanica sempre più complessa di elementi visibili, tutti predisposti. Molto più sfuggenti erano per me le ragioni del mito, come del resto quelle del flauto. Non immaginavo che il carattere esplicito del pianoforte spostasse semplicemente la soglia da cui comincia l'elaborazione e la fantasia; però mi piaceva e mi piace anche adesso, che proprio lo strumento più separato dal corpo, più demoltiplicato e più convenzionale ( ultimo nato nell'orchestra, il più moderno,  e l'unico di colore nero) assommasse in sé la maggiore gamma armonica, ed arrivasse per una via tutta sua, meccanica e combinatoria, a quelle sorgenti oscure, profondamente irrazionali e passionali, cui attingono gli altri strumenti  più intuitivi.
 Del resto il pianoforte è il solo che consente nella stessa battuta musicale di dire e negare, di dire e commentare, di decidere per una possibilità e simultaneamente per un'altra possibilità appena diversa, e variata. Le mani vanno ciascuna per proprio conto, e anche i piedi, che servono a prolungare una nota come la luce di una stella morta, anticipando in questa azione combinata la guida delle automobili e degli aerei.
Per le sue ante e i suoi sportelli era l'armadio della musica. Ancora oggi la cosa più stupefacente è il tempo che rimane chiuso, invisibile nell'abitudine come tutti gli altri mobili, fino ai momenti più dolorosi, in cui il ritmo interiore cessa e bisogna precipitarsi a produrre quello esterno.
                                                      Daniele Del Giudice





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