mercoledì 22 aprile 2020

Federico Fellini parla della musica e di Nino Rota (da Paese Sera, 7 luglio 1979)


            Federico Fellini. Intervista sulla musica e su Nino Rota


                                                   

                          Dove va la Musica quando finisce ?


In occasione del centenario della nascita di Fellini, ripubblichiamo questa intervista che, nella forma attuale, può considerarsi inedita; poiché prima d’ora è stata pubblicata soltanto un’altra volta e in forma ridotta, su Paese Sera (sabato 7 luglio 1979) qualche mese dopo la morte di Nino Rota, in tempi drammatici . Il mondo e l’Italia erano distratti da ben altre, più gravi storie: morte di due papi, uccisione di Aldo Moro ecc… ecc… L’intervista passò quasi inosservata. 
Incontrammo Fellini - impegnato al montaggio della ‘Città delle donne’, film realizzato all’indomani di ‘Prova d’orchestra’, e primo film senza la musica di Rota - a Cinecittà,  soprattutto per ‘parlare di Nino’.

                         di Pietro Acquafredda


“L’incontro con Rota non fu un casuale sodalizio, ma un incontro del destino: qualcosa che già esisteva nella mia decisione, nella mia scelta obbligatoria, coatta. L’incontro con Nino era una di quelle premesse perché la mia vocazione a realizzare storie per immagini si realizzasse” - confessa Fellini. Nino Rota era scomparso da pochi mesi e Federico Fellini, che stava ultimando il montaggio della ‘Città delle donne’- realizzato all’indomani di ‘Prova d’orchestra’- primo film senza la musica di Rota, ci ricevette a Cinecittà per parlarci del suo ‘amico magico’.

Rota aveva già cominciato a scrivere le musiche per ‘La città delle donne’ prima di morire?

No. Il giorno della sua scomparsa ( 10 aprile 1979 ndr.) dovevamo vederci nel pomeriggio - l’appuntamento veniva rimandato da mesi. Il film prevedeva delle sequenze per le quali ci doveva essere una musica pronta, perché andavano girate su certi ritmi, certe cadenze. In più c’erano un paio di sequenze propriamente musicali, nel senso ‘rivistaiolo’ del termine, con delle soubrettine che cantano. E poi verso il finale compare un’orchestrina rock di femministe scatenate molto aggressive e violente.

A suo parere, Rota non ha mai pensato di rompere il sodalizio?

Non mi sembra, anche perché nonostante andasse dicendo che non avrebbe più lavorato per il cinema, questo era riferito solo agli altri registi e non a me. Nel mio caso non parlerei di pura e semplice collaborazione. Già quando cominciavo a pensare ad un nuovo film, Rota ne era parte integrante.

Mi permetta di chiederle se la stretta collaborazione di Rota con il cinema non possa aver nociuto alla fama che si era guadagnato scrivendo musica strumentale, non destinata alle immagini.

E’ una domanda per la quale dovrei sentirmi profondamente offeso. Mi sembra che a Nino, dall’aver lavorato nel cinema, e nel mio in particolare, in film che hanno avuto grande successo, sia venuta la forza e la fiducia che possono scaturire da un successo. Non credo che il suo prestigio di musicista, ne sia uscito ridotto, per aver scritto ‘La pappa col pomodoro’ o tutti i miei film; se non in chi ha idee moralistiche e rigide sui fatti dell’arte. Occorre sempre guardare alla vitalità di una cosa, nel giudicarla. Sia che scrivesse le marcette per i miei film, o una messa solenne, un’opera od una sinfonia, Nino era musicista autentico che esprimeva nella maniera più naturale un sentimento nella musica. E aveva anche compreso che nel cinema la musica può essere protagonista a patto che diventi capillarmente legata, totalmente intrecciata all’immagine di cui, in certo modo, fa parte. La musica è come la luce, un riflettore in più che non si accende in teatro, sapendo che viene data da un a frase, da un’atmosfera musicale.

Come ha fatto in pochissimo tempo, e a film quasi ultimato, a scegliere Bacalov, successore di Rota?

Ho avuto sott’occhio per settimane e settimane un elenco di musicisti più o meno noti, più o meno famosi; ho ascoltato, ho chiesto consigli…alla fine mi sono ricordato che Nino – che parlava sempre bene di tutti – un paio di volte mi parlò con molta simpatia di Bacalov. Solo su questo suggerimento di Nino l’ho cercato. Io non avevo mai sentito la musica di Bacalov, non sapevo neppure che esistesse. Poi ci siamo visti alcune volte ed abbiamo cominciato a lavorare insieme. Con lui ho dovuto nuovamente imparare a lavorare con un musicista. Nino ti dava sempre la sensazione che la musica la componevi tu e che lui era soltanto un paio di mani in più che tu avevi. Questo suo modo di lavorare mi ha abituato ad un’invadenza fatta di interventi continui che ora devo assolutamente moderare.

Non ha pensato di rivolgersi ad un musicista d’avanguardia, in Italia ve ne sono tanti, piuttosto che ad uno ‘specializzato’, seppure più pratico della musica da film?

Non sono affatto un esperto in fatto di musica. Tutt’altro. Sono ignorantissimo. Forse posso avere una sensibilità musicale, ma la mia ignoranza in fatto di musica è totale. Non ascolto musica e, di conseguenza, non conosco neppure i nomi dei musicisti d’avanguardia. Per me il musicista d’avanguardia è quello che fa la musica giusta per le immagini che faccio io. Non posso scegliere in funzione di qualcosa che non conosco.

Non si è mai sorpreso a riflettere sulla musica, sulla cui magia esiste una letteratura ricchissima ed antica quanto il mondo?

Si, spesso. E mi sono spesso chiesto: dove va la musica quando finisce? Può sembrare una battuta di finta poeticità, in effetti contiene un grande interrogativo di natura filosofica: dove va a finire tutto quello che di viscerale, di sentimentale, di fantastico la musica ha suggerito; in quale dimensione ritorna, quando la musica finisce?

Ha provato a vivere in prima persona l’esperienza musicale, visto che ne è così attratto teoricamente?

 I concerti in generale, le poche volte che mi hanno trascinato da ragazzino, mi hanno suggerito sempre un’atmosfera vagamente ricattatoria, minacciosa, perfino cimiteriale. Mi hanno stampato dentro qualcosa che sa di ricatto moralistico. Non sono in grado di capire e sentire la grande musica; ma, essendo estremamente suggestionabile dall’atmosfera e dall’ambiente del concerto – una chiesa, un oratorio od una sala – e dalle persone che vi assistono – vecchi per la gran parte, preti, gente con lo spartito in mano che mi fanno venire in mente un tribunale, la resa dei conti - ho deciso di starne alla larga. Per non parlare dell’opera, del melodramma. Ho tre o quattro ricordi traumatici al riguardo. Anche lì mi distraggo moltissimo, perché per qualche attimo di genialità vi sono ore ed ore di cose che non capisco. Per esempio, non capisco perché si debba cantare; io non sono affascinato da questo fenomeno curioso nazionalpopolare, espressione ‘italiana’ al massimo. L’opera rappresenta il tipico ‘miracolo’ italiano, perché riesce a far convivere sette od otto cose che andrebbero per loro conto: la musica, il libretto, i cantanti, la scenografia dipendente dagli estri dello scenografo di turno, i costumi, il direttore d’orchestra. Insomma, per tornare al discorso iniziale, la musica mi ‘invade’ perché non ho difese di alcun genere e allora preferisco non ascoltarla. Tutta la musica. Anche quella di carattere più festevole mi mette in uno stato di depressione canina, mi viene da urlare alla luna e quindi non lavoro più.

Non farebbe un film del genere ‘Fantasia’ disneyano, con la musica protagonista?

Certo che lo farei, anche perché oggi il ‘cromatismo musicale’ poggia su basi scientifiche. C’è anche qualche sensitivo capace di trasformare in una serie di esplosioni, di atmosfere colorate i suoni che uno produce con uno strumento. Ma una simile operazione rischierebbe di diventare troppo soggettiva, giacchè è difficile misurare quanto di emozione e di inconscio personale interviene nella percettività. Non ci ho mai pensato, ma sono sicuro che, abbandonandosi al rapimento ed al risucchio della musica, si potrebbero trarre dai suoni delle gradazioni cromatiche, delle situazioni…

Un film sulla vita di un musicista sarebbe più facile e meno soggettivo?

Non ho mai fatto film su persone realmente esistite, perché mi sembra un’operazione estremamente indelicata, mostruosa. Non capisco come si possa riproporre la vita di qualcuno ed ancor meno la sua vita psichica o la sua vita fantastica. E perché, comunque, si finirebbe per parlare di se stessi, anche parlando, per esempio, di Beethoven. Volevo , invece, fare per la televisione un ritrattino di Nino, perché lui era un personaggio veramente straordinario. E ne avevo perfino programmato la lavorazione. Poi non se ne è fatto nulla. Avrei voluto parlare di lui e con lui soprattutto per tentare di entrare anch’io in quel contatto medianico che ogni giorno, nell’ora vespertina, Nino stabiliva, a buon diritto, con l’universo musicale di cui lui era uno tra i primi @

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