Londra attende Anna Netrebko. L’11 settembre, il soprano russo aprirà la stagione della Royal Ballet and Opera con Tosca. Il suo ritorno sul palcoscenico del Covent Garden ha già acceso il dibattito: un gruppo di artisti e intellettuali ucraini, insieme ad alcuni parlamentari britannici, ha chiesto la cancellazione della sua partecipazione, accusandola di essere “un simbolo della propaganda culturale russa”. Il teatro londinese ha però confermato la presenza del soprano, sottolineando – anche attraverso le dichiarazioni del direttore musicale Jakub Hrůša – che la scelta si basa esclusivamente su criteri artistici e ricordando che Netrebko ha pubblicamente condannato la guerra in Ucraina.
La vicenda, che si inquadra nel graduale processo di normalizzazione dei rapporti tra il soprano e i principali teatri europei, richiama inevitabilmente l’altro grande teatro lirico internazionale: il Metropolitan Opera di New York, che ha invece deciso di proseguire sulla linea dura. Il direttore generale Peter Gelb ha recentemente ribadito la propria contrarietà al ritorno della cantante, citando la decisione del teatro londinese come esempio di una politica che il Met non intende seguire. Dimenticando così che la musica, come lo sport, dovrebbe restare uno spazio di espressione e confronto aperto a tutti, anche nei momenti più difficili.
Il conflitto tra Netrebko e il teatro newyorkese si è intanto spostato nelle aule di tribunale. Nel 2023 un arbitrato aveva già stabilito che l’istituzione aveva violato il contratto collettivo, disponendo un risarcimento di oltre duecentomila dollari. Il 30 luglio 2025 un giudice federale di Manhattan ha autorizzato la prosecuzione di una causa civile per discriminazione di genere e di nazionalità, rilevando come Netrebko fosse stata sospesa mentre altri cantanti russi, tutti uomini, avevano continuato a esibirsi nonostante i legami con Putin. Pochi giorni prima, il 24 luglio, il team legale del soprano aveva presentato un nuovo atto di citazione contro Peter Gelb e la dirigenza del Met, accusandoli di aver avviato una campagna mediatica diffamatoria volta a danneggiare la reputazione dell’artista e a scoraggiare altri dipendenti dal contestare l’istituzione.
Mentre il Met si presenta come custode inflessibile di principi etici, la sua recente intesa con l’Arabia Saudita solleva tuttavia interrogativi sulla coerenza – e sull’ipocrisia – di questa posizione. Come riportato da un precedente articolo di Connessi all’Opera (qui il link), l’accordo, firmato da Gelb, prevede che la compagnia newyorkese diventi ospite fisso della futura Royal Diriyah Opera House. Ogni inverno, per cinque anni, il Met terrà una tournée di tre settimane, affiancata da programmi di formazione e dalla commissione di una nuova opera. Il valore complessivo dell’intesa supera i cento milioni di dollari, cifra che garantirebbe al teatro un sostegno finanziario essenziale fino al 2032.
La contraddizione appare evidente. Il Met ha escluso un soprano che ha preso posizione contro la guerra, ma non in modo sufficientemente esplicito secondo le richieste del suo direttore, mentre accetta fondi e partnership da un Paese con documentate violazioni dei diritti umani: dalla soppressione della libertà di espressione alle discriminazioni sistematiche verso donne e minoranze, fino alle restrizioni sulla libertà artistica e culturale. Gelb ha difeso la scelta ricordando che “tutti i governi democratici intrattengono rapporti con l’Arabia Saudita” e che la priorità è la sopravvivenza dell’istituzione.
Questo stesso ragionamento può tuttavia essere applicato al caso Netrebko. Se i governi democratici mantengono relazioni con Riyadh, molti grandi teatri lirici dei Paesi occidentali ospitano senza problemi la cantante nei loro cartelloni. Una divergenza che evidenzia come il Met abbia scelto una linea di esclusione più rigida, sacrificando un’artista di fama mondiale in nome di una presunta coerenza politica che trova sempre meno riscontro nel resto del panorama operistico.
La contraddizione si fa ancora più stridente se si considera che il presidente statunitense Donald Trump ha recentemente accolto Vladimir Putin in Alaska con tutti gli onori, tappeto rosso e applausi inclusi. Se a livello diplomatico si intrattengono rapporti diretti con il leader del Cremlino, risulta paradossale che un teatro imponga a un artista standard di rigore etico e politico superiori a quelli richiesti ai governi.
Nel mondo dell’opera, dove le grandi istituzioni sono sempre più costrette a bilanciare ideali artistici e necessità economiche, il caso Netrebko e l’accordo saudita mostrano quanto fragile possa essere la linea di confine tra etica, politica e tornaconto finanziario. Il rischio, per un teatro come il Met, è che la missione artistica venga percepita come subordinata a interessi e scelte ideologiche che poco o nulla hanno a che vedere con la musica.

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