| Nella notte è partito l’«attacco finale» a Gaza City, così lo definisce il governo di Israele. Un’invasione massiccia, preceduta dalla distruzione di palazzi e dall’«esortazione» alla popolazione perché lasci la capitale della Striscia e si sposti a Sud. La strategia di Benjamin Netanyahu è contestata dallo stesso capo di Stato maggiore, e soprattutto dalle famiglie degli ostaggi in mano a Hamas, che in queste ore stanno manifestando sotto la residenza del premier israeliano a Gerusalemme. Ma ha la totale copertura americana. Settecentodieci giorni dopo l’inizio della guerra scatenata dal pogrom di Hamas del 7 ottobre ’23 (1.200 morti, 250 rapiti), e passata rapidamente da legittima autodifesa di Israele a evidenti crimini contro la popolazione palestinese - 64 mila morti secondo le autorità di Gaza, molti di più secondo organizzazioni ed esperti internazionali, la stragrande maggioranza civili, almeno 20 mila minorenni -, la guerra più lunga in cent’anni di conflitti arabo-israeliani non vede una conclusione vicina. Né uno spiraglio che faccia immaginare una soluzione umanamente e politicamente sostenibile. L’altra guerra senza fine - l’Ucraina aggredita dalla Russia oltre tre anni e mezzo fa - assume intanto contorni minacciosi anche per la nostra parte d’Europa - per noi -, con Mosca che dice di sentirsi già in guerra con la Nato, e il ministro della Difesa Crosetto che ammette che a una guerra l’Italia è «impreparata». E poi un’ultimora terribile, con la morte dello sciatore Matteo Franzoso dopo l’incidente subito in Cile; quella, incredibile, di un’anziana che a Milano si è vista cadere addosso un aspirante suicida; ma anche la storia bella di un altro milanese, Iliass Aouani, medaglia di bronzo nella maratona ai Mondiali di atletica. E altre cose che vale forse la pena leggere e sapere oggi. Benvenuti alla Prima Ora di martedì 16 settembre. La «conquista totale» di Gaza Bagliori di guerra nella notte di Gaza (Ap)
L’attacco massiccio, le incognite, gli scenari: punto per punto. - «È solo l’inizio» Nella notte l’esercito israeliano (Idf, Israeli Defense Force) ha avviato una massiccia invasione di Gaza City con aerei, droni, missili ed elicotteri: la più estesa in quasi due anni di guerra. «Questa operazione è solo l'inizio», hanno avvertito i vertici militari. Tank e corpi speciali sono avanzati fino ad Al Jalaa, nel cuore della città, dove dovrebbe essere nascosta la maggior parte degli ostaggi (si ritiene che quelli ancora vivi siano 22).
- L’esodo nella notte Si tratta, scrive Francesco Battistini, della «spallata finale ai palestinesi che non vogliono - e nella maggior parte dei casi non possono - andarsene dal capoluogo. Trecentomila sono già scappati, altri 650 mila no». Il portavoce dell’Onu Stephane Dujarric ha sottolineato che «cercare sicurezza a Gaza in questo momento è impossibile, la maggior parte delle persone non è in grado di fuggire, anche per i costi. O sceglie di non farlo, perché è stata sfollata già troppe volte». Ma nella notte le bombe israeliane hanno fatto riprendere l’esodo, con massicci spostamenti verso sud ed est.
- Un attacco preparato da tempo La distruzione sistematica di Gaza City, ricorda Greta Privitera, è partita a inizio agosto, «attraverso bombardamenti aerei e bulldozer che spostano terra e detriti, che demoliscono edifici, che livellano». È questa strategia, più che gli attacchi aerei, che ha portato alla distruzione della città, ha spiegato la Cnn mostrando le immagini satellitari scattate tra il 9 agosto e il 5 settembre.
- Il dramma dei 22 ostaggi Inizia la «conquista totale» della città annunciata da Netanyahu. L’esercito assicura che «la prima preoccupazione è per i 22 ostaggi ancora vivi». Ma proprio i militari hanno fatto ripetutamente presente che l’invasione non è certo il modo più indicato per liberarli. Ieri si è sparsa la voce che Hamas intenda farli uscire dai tunnel per usarli come scudi umani, ma sarebbe il suo suicidio definitivo e nulla e nessuno sarebbe più risparmiato. A farlo presente è stato Donald Trump in persona: «Spero che si rendano conto di che cosa accadrà se decidono di fare una cosa del genere: un’atrocità mai vista prima, non permettete che accada, altrimenti tutto sarà possibile».
- La protesta dei familiari Il Forum delle famiglie dei rapiti si è radunato nella notte sotto la residenza del premier per contestare la sua scelta: «Questa settecentodecima notte a Gaza potrebbe essere l’ultima nella vita degli ostaggi che sopravvivono a malapena, e l’ultima notte in cui sarà possibile localizzare e restituire quelli già uccisi, per una degna sepoltura. Il primo ministro sta consapevolmente scegliendo di sacrificarli sull’altare delle considerazioni politiche».
- Il dramma dei 2 milioni di civili Si stima che quasi due milioni di abitanti della Striscia, il 90% del totale, sia stato costretto a sfollare, molti più di una volta. Centinaia di migliaia di palestinesi sono stati concentrati nella cosiddetta area umanitaria di Muwasi, dove la densità delle tende è insostenibile, in particolare per le donne. Le organizzazioni umanitarie denunciano fame e carestia come deliberate strategie di Israele. Le condizioni igieniche e sanitarie sono insostenibili. Gli eccidi avvengono su base quotidiana nell’ordine di decine di persone, spesso durante la distribuzione del cibo.
- Ma cosa vuole Netanyahu? Sul piano strategico nessuno lo capisce. Il paradosso è che il suo principale contestatore è il capo di Stato maggiore Eyal Zamir, che gli obbedisce ma non tace: «Il premier non ci ha detto quale sarebbe stata la fase successiva. Non abbiamo saputo a che cosa prepararci. Se vogliono un governo militare, allora dovrebbero dirlo». L’esercito, cioè, vede con raccapriccio l’idea di dover amministrare la Striscia nei prossimi mesi o anni, e chiede una soluzione politica. Perché Zamir, come i suoi predecessori, ritiene impossibile la vittoria totale: «Siamo impegnati a raggiungere gli obiettivi della guerra così come sono stati definiti dal gabinetto di sicurezza. Ma non ci s’illuda: Hamas non sarà sconfitta militarmente, o in termini di capacità di governo, nemmeno dopo quest’operazione per conquistare Gaza City». L’esercito ha come priorità la liberazione degli ostaggi, e sa che finora gli ostaggi sono stati salvati solo con accordi, scambi di prigionieri, tregue.
- E allora, ancora: cosa vuole Netanyahu? Come scritto e riscritto, vuole una guerra permanente che tenga in piedi la sua coalizione di governo, in cui gli estremisti sono decisivi. È disposto ad accettare il crescente isolamento internazionale perché l’appoggio totale di Trump gli dà, dice, la forza di una «Super-Sparta». Il prezzo è il rischio di rottura anche con gli arabi moderati: l’attacco in Qatar per uccidere i capi di Hamas (missione semi-fallita) ha suscitato una reazione collettiva e lo Stato ebraico è di nuovo percepito come la prima minaccia. L’Egitto è in fibrillazione: teme che Israele deporti la popolazione di Gaza nel suo territorio.
- Ma un’alternativa ci sarebbe? Sì. Gli Stati arabi sono pronti da tempo a farsi carico della ricostruzione di Gaza e di una transizione che la riporti sotto il governo dell’Autorità nazionale palestinese, vogliono l’esclusione di Hamas dal potere e sono gli unici in grado ottenerla. E sono pronti da tempo alla piena normalizzazione dei rapporti con Israele se accetta uno Stato palestinese. Che è la soluzione auspicata da tutti, tranne Israele e Stati Uniti. Dunque la meno probabile. Ma l’alternativa è una catastrofe umanitaria inaccettabile...
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