giovedì 9 febbraio 2017

L'ondata moralistica degli onesti (?) Cinquestelle a Roma fa disastri nel settore immobiliare di proprietà del Comune

Iniziata da Marino, proseguita con apparente rinato vigore da Tronca, la moralizzatrice rimessa in discussione dell'uso del patrimonio comunale immobiliare, aveva subìto poi un stop dopo che alcuni soggetti intestatari di affitti delle migliaia di immobili del Campidoglio sul territorio comunale si erano rivolti al Tar, ottenendo una sospensione delle cartelle esattoriali o degli avvisi di sfratti, quando non degli sfratti esecutivi.

Venne allora l'impressione che sia Marino che il Commissario Tronca, quest'ultimo con più determinazione, apparente, del sindaco fatto dimettere, intendessero  mandare un segnale, senza la determinazione di  scendere nei singoli casi  per risolverli. Tutti, senza eccezione.
 Nella foga moralizzatrice si andarono a toccare anche delle onlus che si occupavano di settori di forte rilevanza sociale, fra queste anche quella che assicurava  sostegno ed assistenza a famiglie nelle quali  c'era qualche malato di sla; ma ve ne erano anche altre impegnate in settori altrettanto delicati e socialmente utili.

Il Tar allora aveva sospeso gli sfratti esecutivi, come abbiamo detto; nel frattempo sono trascorsi parecchi mesi e il Campidoglio degli onesti Cinquestelle, riprende ora le fila del discorso, senza aver nel frattempo fatto nulla per evitare che nel tritacarne della foga moralizzatrice (finta?)  finiscano anche soggetti che andavano preservati, lasciati fuori, addirittura protetti.

Non sappiamo se nei 43 miracoli ottenuti dai Cinquestelle a Roma, secondo la bibbia grillina, figuri anche la difesa di tali onlus ed il loro diritto, per ragioni di  sociale utilità, ad un trattamento di favore; o se questa è stata già segnata nella prossima lista di miracoli che ora santa Virginia, per bocca del suo profeta, dichiara di voler compiere a breve.
 Fatto sta che, alla ripresa delle grandi manovre immobiliari, quando ancora non s'è spenta l'eco degli sporchi affari  della coppia Scarpellini-Marra,  il Comune di Roma va ad importunare una associazione che si occupa di malati gravi, senza sentire ragioni.

P.S.  Un censimento - quello degli immobili  di proprietà del Comune di Roma e dei loro occupanti - più volte promesso e forse anche attuato, da quello che ci viene detto, non è stato ancora reso di pubblico dominio nella sua interezza, salvo casi rarissimi che dovevano servire di lezione; un secondo censimento ora viene promesso, sempre dal Comune di Roma, che a breve partirà, e riguarderà le buche delle strade, che sono tante,  anzi tantissime, meglio infinite, ed hanno bisogno di essere censite, prima di essere riparate. A  proposito sono stati già stanziati i fondi per eseguirlo questo censimento, ma ci vorrà del tempo. Poi si comincerà con la riparazione.
 Noi vorremmo suggerire un modo per risparmiare a Virginia Raggi proprio su questa mappatura, certamente necessaria, ma che  rischia di dover essere aggiornata, ora dopo ora, prima  che si proceda alla riparazione.
 Si muti l'oggetto del  censimento: si censiscano le strade senza buche. Così censendo, si fa prima, perchè forse si conterebbero sulle dita due mani non più, e così non c'è e più bisogno della mappatura delle buche, e si potrebbe immediatamente procedere alla loro riparazione.

Duello Balivo-Leotta. Pace fatta con annessa ritrattazione. Nuovo scivolone della Caterina giuliva

E' diventato per qualche ora il caso più discusso in Italia. E' intervenuta anche la De Filippi - oltre a noi che solitamente non ci occupiamo di moda e di mise - a difesa della Leotta che può vestirsi come le pare  e non c'è vestito obbligato per parlare di certi argomenti. Sante parole in bocca a Maria. Tutti in difesa di Diletta.

Di contro, con la Balivo non sono stati teneri in tanti, rimproverandole di fare una trasmissione di m.... della quale potrebbe anche vergognarsi; e il vestito non conta. A questo coro ci uniamo anche noi - i suoi vestiti restano fuori - che qualche pezzetto della Caterina abbiamo ogni tanto guardato. Troppo disinvolta, troppo sicura di sè, troppo sbarazzina, mentre riempie di banalità su banalità l'ora e più - quanto dura - la sua trasmissione.

Anche alcuni giornali non hanno sfruttato l'occasione per sorvolare sulla disputa; la Balivo, e con Lei tanti altri, ce l'hanno con la Leotta, perché è la più bella, ed è anche brava.
Liquidare così la faccenda è sbagliato. Perché, pure su un palcoscenico di maschere umane e canore, di addobbati totali, come Sanremo,  è opportuno vestirsi  a seconda del mestiere che si fa.

Concludendo, quando si fa una trasmissione di m... - come è stata definita quella della Balivo da alcuni osservatori - non c'è  vestito che possa salvarla; al contrario, quando ci si spende per una  giusta causa, ogni vestito va bene, anche se scopre. Giusta osservazione, ma consentiteci di restare della nostra idea sulla opportunità di avere contegni ed abiti adeguati alle singole occasioni e ai diversi ruoli.

A proposito,  già altre volte abbiamo notato la mise fuori luogo di certe giornaliste ( ci sarebbe da dire anche sulle soubrette, ma si vestano come vogliono, non ci interessa!). Ci viene in mente il caso di una giornalista del Tg3, molto tempo fa, che si era presentata con un tailleur scuro, taglio classico, castigatissimo, su una camicetta di seta chiara, sbottonatissima al contrario; costretta, mentre leggeva le notizie, a muoversi con circospezione per evitare ... Pensammo allora che una giornalista, quando legge o dà notizie, deve avere un atteggiamento, anche nel vestito, adatto al mestiere che fa. E da allora non abbiamo avuto ripensamenti sull'argomento.
 Certo che non è vietato alle giornaliste di essere belle e tanto meno di essere anche intelligenti - merci ambedue rarissime in combinazione, e non solo nel recinto giornalistico, in tutti i sessi presenti sulla faccia della terra - ma nello svolgimento del loro lavoro non c'è bisogno che mettano in mostra tutte le grazie del loro corpo; anzi è opportuno che rimandino tale messa in mostra ad altre occasioni, dove sicuramente avranno molti più estimatori soddisfatti.

Questo almeno si potrà dire, oppure dicendolo, incorriamo necessariamente nella scomunica di santa Maria che a Sanremo ha celebrato con tutti i suoi chierichetti ed avrebbe desiderato portarsi appresso anche Vessicchio?

P.S. I giornali segnalano un secondo scivolone, nella medesima serata, della povera Balivo, dopo quello sulla Leotta. Colto al volo, si ascolta, in un breve video, un sonoro nel quale  la bella e ... Caterina dire di Ricky Martin: "sei bono ma sei frocio! Caterì statte zitta, perchè devi far sapere a tutti quanto sei...

P.P.S. La chiacchiera sulla storia del tweet della Balivo continua. Ancora. Il Corriere, per non dire che la Diletta poteva anche vestirsi meglio, e non con il primo straccio che gli era capitato mettendo il naso nel suo guardaroba, per giunta logoro e con evidenti ampi tagli prodotti dalle tarme, scrive che forse l'efficacia del suo messaggio, sacrosanto ed utilissimo, potrebbe essere stata vanificata da quel suo vestito che ha catturato maggiormente l'attenzione del grande pubblico televisivo.
Su Repubblica, la protofemminista Elena Stancanelli, oltre che dare della st...upidina alla Caterina, non vuole sentire ragioni, e rivendica il diritto per qualunque donna di vestirsi (o svestirsi) come e quando crede, diritto ancor più inviolabile sul palco di Sanremo dove s'è vista gente d'ogni risma perfino vestita con appena uno straccetto che a malapena copriva le parti intime. E se alla Leotta quella sera, per puro divertimento, gli andava di vestirsi come s'è vestita, che ve ne frega? Non considera, però, neppure lontanamente, la Stancanelli, che Diletta così vestendosi, più che reclamare il diritto a vestirsi come le pare, perpetua l'idea della donna 'oggetto', dalla cui testa l'idea di aspirare comunque a fare la pin-up, che esibisce le sue grazie, non la toglie nessuno.

mercoledì 8 febbraio 2017

Perchè le casette in legno, 700 e in buone condizioni, del terremoto dell'Umbria del 1997, non si utilizzano in Abruzzo?

 Da giorni circola in rete una interessante petizione, che anche noi abbiamo immediatamente firmato, avviata da Federica Caltagirone -  ha niente da spartire con la ben nota famiglia di costruttori romani? solo per sapere, nulla da ridire, e magari la conosciamo anche indirettamente - che in alcune settimane ha superato, se ricordiamo bene, le 30.000 firme.

Cosa dice la petizione? Con 50.000 firme si vuole ufficialmente chiedere alle autorità competenti di prendere le 700 e passa casette in legno, utilizzate per il terremoto del 1997,  e che ora si trovano in Umbria e sono in buone condizioni, e portarle in Abruzzo , Marche e Lazio, ad uso degli attuali terremotati.

Se ciò che dice Federica Caltagirone e cioè che ci sono - ripetiamo- oltre 600 casette in legno, in buone condizioni, immediatamente disponibili, e che basterebbe forse smontarle e trasferirle nei luoghi ora devastati dal terremoto, e a nessuno è venuto in mente di procedere al trasferimento, la storia ha dell'incredibile. Possibile che nessuno ci abbia pensato e che di dovere non sappia della disponibilità di quelle strutture che vanno utilizzate ora per non lasciarle marcire ed inutilizzabili per qualunque altra futura emergenza?

Che le autorità  benchè sappiano, fanno orecchie da mercante non è  raro in Italia; ma che nessun giornale e nessuna tv accenni alla cosa è davvero strano, anzi grave. Che aspettano?

Abbia riletto la petizione dove Federica Caltagirone, Verona, precisa che non ci sarebbe neanche bisogno di spostarle le casette, perchè non sono tanto lontane dai luoghi dell'attuale terremoto, e sicuramente verrebbero preferite dai terremotati alle mille altre soluzioni, più disagiate. Immediatamente si potrebbero, con pochissimi lavori, ospitare 3000 persone sfollate. Non è poco.

P.S. Ci siamo sbagliati. In rete c'è una ampia e lunga discussione sull'argomento. Intervengono soprattutto politici ed amministratori. Si possono spostare, sostiene qualcuno; non si possono spostare sostengono altri, e comunque spostarle costerebbe quasi quanto costruirle ex novo in loco . Ma ai tempi di realizzazione nessuno pensa? Sono vicine dice uno, sono lontane  un altro. Insomma, come sempre c'è ampia discussione, alla fine della quale si ricomincia. E la discussione continua.

Non aspettando il Festival di Sanremo. Dallo spacco, vedo-non-vedo, di Diletta Leotta all'assenza di Beppe Vessicchio

Noi il Festival non lo aspettiamo,  non lo abbiamo mai aspettato, a differenza di tanti altri italiani, ma siamo ancora oggi costretti, per non essere accusati di 'abbandono del talamo' a sorbircelo, almeno in parte, perchè, a notte inoltrata, avevamo le dita anchilosate a furia di battere sulla tastiera del computer.

Non tanto, però, da impedirci di vedere lo 'spacco' vertiginoso e la 'strizzata' pettorale di una giornalista sportiva di Sky, venticinquenne, bionda avvenente, Diletta Leotta. La quale è andata da Conti a mostrasi, più che a parlare della sua disavventura: di quelle foto private, rubate e diffuse in rete, mai più sexy di quanto non fosse ieri sera, svestita da gran sera. E la Balivo, che a noi fa venire l'orticaria e c'ha la lingua lunga, gliele ha cantate di santa ragione. Bella, ti vai a lamentare in tv perché hanno rubato delle tue foto private, immaginiamo non caste, e poi  ti mostri all'Ariston, in formato più pruriginoso ed ammiccante,  a causa di quello spacco inguinale che tenevi bene aperto, allargandotelo ogni volta che lo spacco biricchino provava a chiudersi? Suvvia, c'era una bella differenza con quell'altro spacco, criticatissimo ed agognatissimo, di Belen. Altro che. Belen è una soubrette, mentre  tu Diletta sei una giornalista; e poi tu ce l'hai la farfallina, come Belen? Noi, nonostante i tuoi reiterati sforzi, non l'abbiamo vista.

Aggiungiamo  e precisiamo che Diletta Leotta, vestito a parte, ha tutto il diritto di denunciare - e bene ha fatto -  la violazione della sua privacy, e non è che un vestito un pò sexy, come il suo possa far riemergere la vecchia infame teoria che diceva: 'se l'è cercata'. Niente di tutto questo. Resta solo il fatto che Lei, ostentatamente ha  armeggiato con quel suo spacco vertiginoso, e basta. Ci viene da aggiungere solo che è eccessivamente spigliata - talento naturale - e gioca troppo a fare la pin-up. Ma ha solo 25 anni , crescerà.

Noi però, dopo aver omaggiato le grazie, bele -n in vista, della Diletta,  passiamo a dirvi qualche nostra impressione sul festival, impressione vecchia di anni, almeno da quando, dopo la maggiore età,  lo seguiamo, saltuariamente in tv.
 L'impressione generale che se ne ha, appena si fa un pò di attenzione, è di un Sanremo, fiera e festa del dilettantismo. Provate ad osservare, cominciamo da loro, i direttori - accenneremo, poi, anche al Vessicchio scomparso. Dirigono con le cuffie, per non sentire ciò che esce dall'orchestra e per ascoltare ciò che gli viene ordinato da chi dietro le quinte, nascosto agli occhi di tutti, dirige veramente.
 Il fenomeno, in tv, non è nuovo, se ci si ricorda  di quel centinaio di lolite, che si muovevano all'unisono, capeggiate da Ambra, la quale era telecomandata da Gianni Boncompagni, attraverso auricolare.

E non è nuovo neanche nella musica, in senso stretto. Alla prima, alla Fenice,  negli anni Cinquanta (1951), della Carriera  di Strawinsky, sul podio, visibile agli occhi del pubblico, c'era il compositore, ma a dirigere l'opera, ben nascosto agli occhi indiscreti del pubblico, c'era un direttore vero, Ferdinand Leitner che aveva concertato l'opera e che diresse, ufficialmente, senza il sotterfugio della prima, le succesive repliche dell'opera.
Ma in quel caso la ragione era esattamente opposta a quella sanremese. L'opera era troppo difficile da dirigere, perfino per lo stesso compositore, e perciò  ci si rivolse ad un vero direttore, senza togliere  a Strawinsky- come si sa abbastanza atteno ai soldi - anche il compenso da direttore, oltre che di autore.

A Sanremo, se uno guarda i direttori, si accorge che sono lì nel ruolo di  manichini, imbarazzanti ed imbarazzati, incapaci perfino di dare chiaramente il segnale dell'inizio o della fine. Loro battono solo il tempo, secondo le indicazioni che qualcuno, che ci capisce più di loro, impartisce via auricolare. E così è svelato l'arcano di quelle vistose cuffie, che in realtà nascondono microscopici auricolari.

Che il lavoro 'professionale'- che deve necessariamente esistere - a Sanremo sia svolto da altri, lo dimostra anche l'assoluta uniformità strumentale delle canzoni che sembrano tutte scritte dallo stesso autore,  da una all'altra variando solo la melodia e qualche volta anche il ritmo. E ciò perché gli 'arrangiatori', gli stessi per tutti - come si dice nella musica leggera sanremese, o 'strumentatori' come si direbbe in altri campi musicali - sono altri, sanno fare il loro mestiere e  ogni anno devono dare veste strumentale a quella linea melodica con accompagnamento: um pa pa, che dai più viene inviato ai selezionatori.

Per questa ragione, si parla tanto di Beppe Vessicchio (cieco da un occhio solo in un mondo di ciechi totali) - direttore, arrangiatore, compositore come si legge nel suo curriculum, dove manca qualunque informazione sui suoi studi - e di lui si nota l'assenza al festival di quest'anno.
Lui è di quelli che ci capisce un pò, e la sua assenza serve anche a non far sfigurare tutti gli altri. Ma la ragione ufficiale della sua assenza è la mancata accettazione al festival di alcuni brani da lui strumentati; secondo alcuni invece alla base della sua assenza ci sarebbe la contestazione di Vessicchio nei confronti della Rai che non gli avrebbe pagato alcuni suoi arrangiamenti, in uso al festival. Ma forse anche un'altra ragione, di opportunità, ci potrebbe essere, come quella di aver lavorato nella factory di Maria, Amici, dalla quale provengomo alcuni cantanti ed anche la copresentatrice del festival. Un pò troppo, per non considerare anche la possibile contestazione di conflitto di interessi.
Comunque la sua apparizione Vessicchio la farà a Sanremo, ma per parlare della sua nuova attività, quella di coltivatore diretto, raccontata nel suo recente libro: La musica fa crescere i pomodori. Poi in estate si vedrà a L'Aquila,  dove lavorerà con l' Istituzione Sinfonica Abruzzese, in una tournée nella regione, dirigendo colonne sonore. E qui si aprirà una altro capitolo nella vita professionale di Vessicchio, dilettante di genio, che si è fatto da solo.

martedì 7 febbraio 2017

Walter Veltroni, o dell'arte del 'riciclo', fuori della raccolta differenziata.

Ripeteremmo cose dette e ridette di Walter Veltroni, se dicessimo che il suo proposito di andare a lavorare in Africa, una volta abbandonato l'agone politico, per fare  finalmente qualcosa di socialmente utile, è definitivamente naufragato, a favore di ben altre occupazioni, frutto di riciclo continuo, fuori della differenziata.

Prima i romanzi, poi il cinema ( chi l'ha visto oltre il pubblico televisivo che potrebbe anche averli graditi i suoi film/documentari?), poi i programmi televisivi  Rai (da flop, nonostante i costi, perchè vecchi, nostalgici, in una parola: inutili) ed infine il lavoro come commentatore sportivo, da tifoso calcistico, sul 'Corriere dello Sport', dove pubblica una serie di interviste a star del calcio in panchina.

Fermo restando che chiunque può proporsi per qualunque lavoro,  anche il più diverso da quello svolto  prima, sta al datore di lavoro affidarglielo o meno, anche Uolter ha l'umano diritto di proporsi, dopo l'esodo dalla politica, in campi che lo appassionano? No, perchè è evidente che quale che sia il campo nel quale egli si presenti a cercar lavoro, egli non viene trattato come qualunque aspirante bravo quanto lui se non di più. Di giornalisti bravi che fanno il lavoro di giornalisti ce ne è un' infinità, ancor di più oggi che i giornali sono in crisi e molti, anche bravi, sono a spasso; ma di politici che si propongono per fare ora i romanzieri, poi i cineasti, poi gli autori televisivi ed anche i commentatori sportivi non ve ne sono tanti, anzi non v'è che Veltroni ( ci sarebbe forse anche Franceschini che scrive romanzi a getto continuo) che, per questa ragione, diventa merce rara, ricercata e di conseguenza, anche ben remunerata.

A chi però non vien da pensare che se Uolter non  andasse a fare, continuamente, i suoi bisogni nel prato del vicino, farebbe spazio a tanti giovani bravi, dal futuro incerto, dei quali anche lui si finge paladino,  ma che  non hanno le sue stesse chances di ex politico, forse anche già pensionato di Stato; e che, se lo facessero, gli tirerebbero le pietre e li caccerebbero a male parole?  E' questa per noi l'anomalia.  Che non si conclude qui.

Sta per aggiungersi alla lista dei prati altrui nei quali ogni giorno va a fare i suoi bisogni, un nuovo indirizzo.  Quello della Lega calcio,  dove si accuccerebbe da Presidente. Pure lì? Lui ha dato la sua disponibilità, ma ci sta ancora riflettendo, anche se la sua elezione, per le ben note ragioni di prima, anche lì è assicurata.
Possibile che  in così breve tempo abbia imparato tanti nuovi mestieri, per i quali anche Lui ha predicato dal pulpito professionalità?
No, Semplicemente, perchè  succederebbe a lui ciò che successe al suo predecessore Beretta. Giornalista economico Rai, ed anche direttore di Rai 1, per grazia di ricevuta ( ancora se lo ricordano quando a testa bassa camminava nei corridoi di viale Mazzini muro muro. Perchè?) finì per volontà di quel genio di Montezemolo  a Direttore generale di Confindustria, e di lì alla Lega Calcio, dopo un corso accelerato per cambiare indirizzo.

La stessa cosa accade a Veltroni il quale pretenderebbe, se decide alla fine di fare il Presidente della Lega Calcio, un direttore generale operativo, dichiarando apertamente che lui non vuole avere grattacapi da amministratore, lui vuole svolgere solo mansioni di rappresentanza. Come del resto gli accadeva di svolgere, in prevalenza, quando sedeva in Campidoglio. Dove pare che ogni mattina chiedesse ai suoi collaboratori, non quale fosse l'agenda dei lavori o dei problemi della giornata, ma dove andare a mostrarsi, quel giorno per presenziare a questa o quella inaugurazione, posa della prima pietra, commemorazione, celebrazione, festa, convegno.  Anche noi ne siamo stati testimoni oculari: nei giorni della inaugurazione dell'Auditorium Parco della Musica, il  re dei presenzialisti,  ce lo ricordiamo inchiodato ad una poltrona per ore, anzi giorni, superando perfino Gianni Letta che in questo ruolo non lo frega nessuno.

P.S.Alla fine Veltroni pare abbia rinunciato a candidarsi alla presidenza della Lega calcio. Non  ci sono le condizioni- ha spiegato. Continuerà invece a fare  l'ex politico, il romanziere, il cineasta, l'autore televisivo, il commentatore sportivo. Ha rinunciato definitivamente anche al suo trasloco in Africa, dove certamente vivrebbe meglio che in Italia, con la pensione da parlamentare.

Il Leone senza il quale il cavallo Rai, stramazzato a terra, non riuscirebbe a rialzarsi

 Leone e cavallo: due animali che difficilmente potrebbero convivere, dividere la stessa  stalla, o gabbia, figuriamoci la stessa mangiatoia, senza azzannarsi o mollare calci micidiali. Ci sono riusciti due esemplari, del tutto speciali : il Leone, Giancarlo ed il Cavallo di Messina, simbolo di casa Rai.
Ambedue hanno condiviso,  forse rubandosi la biada, la stessa mangiatoia, per 33 anni, da quando cioè il Leone umano, figlio dell'allora Presidente della repubblica, entrò nell'azienda di viale Mazzini, non certo per l'intervento del padre. Semplicemente per meriti suoi: aveva poco più di vent'anni ed era già giornalista - poco mancò che lo chiamassero a dirigere un giornale. Se non un giornale all'inizio di carriera,  un'azienda alla fine, come  gli è capitato in Rai, salendo su su in casa del cavallo.

Ed ora dopo 33 anni di servizio, alla età di anni sessanta - prepensionato si direbbe di un qualunque mortale, con lo scivolo - esce dalla Rai, che dichiara di avere sempre nel cuore. Ma che lascia perchè altre sfide professionali lo attendono, anzi lo chiamano.
Perfino noi, alla fine del suo servizio, non sempre onorato, ma sempre sostenuto dal  suo padrino eccellente, il solito Letta, Gianni - dal quale ha imparato la lezione 'cardinalizia'- avremmo qualcosa da rimproverargli, ma non lo facciamo; perchè cose di poco conto, mentre di ben più grandi  errori ha la responsabilità - e questi in varie occasioni  chi di dovere gli ha rinfacciato.

Ora la Rai non si libera di Giancarlo Leone, per il quale ad ogni giro di poltrone, occorreva industriarsi a trovare una collocazione onorevole per non scontentare il suo padrino; anzi non se ne libera, nonostante egli segua il richiamo di altre sirene,  perché non se ne può liberare e lo richiama con contratti di consulenza. Ma perché se ne va allora? Qualcuno dice perché era stato, nonostante il padrino, messo un pò da parte; perché aveva commesso errori madornali nel suo  ultimo incarico di cooordinamento palinsesti; ed anche perchè non tollerava il taglio consistente del suo stipendio, quasi dimezzato per l'adeguamento al tetto massimo fissato in 240.000 Euro, lui che ne prendeva quasi il doppio.

Qualcuno ha chiesto conto a Campo Dall'Orto della faccenda. Perchè mai - si è chiesto - il direttore generale o si rivolge a personale esterno, o richiama pensionati eccellenti, quando invece potrebbe mettere al loro posto, personale qualificato ed ancora attivo, ma al momento senza incarico, presente negli alti gradi Rai? Campo Dall'orto non h ancora risposto, nè si sa se risponderà mai.

Chissà perchè, ma la storia del Leone che se ne va dalla Rai - per la quale la sua uscita è una manna ed una sorta di liberazione - come ha fatto capire chiaramente il cavallo che ora è finalmente felice di papparsi tutta la biada, ci fa venire in mente l'uscita dalla Rai di un altro personaggio con cognome importante, Angela  Buttiglione, sorella del filosofo. Di tale episodio già tante volte abbiamo scritto. Ma lo facciamo ancora una volta perché emblematico. Lei uscì da direttrice di qualche cosa  con lauta pensione ed ancor più lauta buonuscita. Perché  una buonuscita tanto lauta? Perchè la Rai si assicurava così, pagando cioè di più, che Lei non avrebbe fatto concorrenza alla Rai, mettendo a disposizione di altri, in conflitto con l'azienda televisiva pubblica, la sua altissima professionalità. Noi invece abbiamo sempre dato una diversa lettura di quella lauta buonuscita. La Rai desiderava ringraziarla della sua andata via.
 E mentre la Buttiglione viene accompagnata alla porta e la porta subito chiusa a chiave dopo la sua uscita, per il timore che rientri, Leone quando è già sull'uscio viene rincorso e tirato dentro con la giacca costretto a rientrare, dietro lauto compenso. E le sfide professionali esterne? Devono attendere

Moni Ovadia a Radio 3 - 'ad alta voce' - inciampa sull'accento

Moni Ovadia che tutti conosciamo e stimiamo come attore, ed anche come cittadino impegnato nelle lotte civili, sta leggendo in queste settimane - e chissà quando finirà - quello che si può definire il romanzo del secolo (scorso), e cioè il super romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa, vendutissimo, tradotto in tutte le lingue ed anche in una versione cinematografica.

Radio 3 da anni è impegnata nella diffusione dei grandi testi della letteratura affidata alla lettura, ad alta voce - come recita il titolo della fortunata rubrica - ad attori e personaggi famosi.

A Moni Ovadia è toccato il romanzo di Umberto Eco, per il quale il celebre e coltissimo attore avrebbe dovuto prevedere che ci scappasse qualche 'latinorum', premunendosi con una settimana di ripetizione, ad opera di qualche benedettino, discendente dei tanti presenti nel romanzo. Evidentemente, a causa della sua frenetica attività - lo si trova ormai ad ogni angolo di strada  - non ne ha avuto il tempo, o forse - ma questo ce lo farebbe scendere nella nostra considerazione - ha pensato di cavarsela anche senza.

E mal gliene ne incolse.  Leggendo oggi il romanzo di Eco, ad un certo punto, il testo recita: l'abate o chi per lui, non ricordiamo, 'aveva appena finito di recitare il 'Benedicìte',  ed ha spostato l'accento  di una sillaba verso destra, quando invece la pronuncia esatta è 'Benedìcite'.

A voler essere fiscali potremmo anche dire: come mai nessuno dei presenti alla registrazione si è accorto dello scivolone, imperdonabile nella lettura del coltissimo romanzo di Eco e per uno come Ovadia? Mentre fiscali non  ce la sentiamo di essere con chi assisteva alla registrazione, con Ovadia, sì, lo siamo, perchè egli doveva sapere dove cade l'accento, sul quale lui è inciampato.