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mercoledì 8 febbraio 2017

Non aspettando il Festival di Sanremo. Dallo spacco, vedo-non-vedo, di Diletta Leotta all'assenza di Beppe Vessicchio

Noi il Festival non lo aspettiamo,  non lo abbiamo mai aspettato, a differenza di tanti altri italiani, ma siamo ancora oggi costretti, per non essere accusati di 'abbandono del talamo' a sorbircelo, almeno in parte, perchè, a notte inoltrata, avevamo le dita anchilosate a furia di battere sulla tastiera del computer.

Non tanto, però, da impedirci di vedere lo 'spacco' vertiginoso e la 'strizzata' pettorale di una giornalista sportiva di Sky, venticinquenne, bionda avvenente, Diletta Leotta. La quale è andata da Conti a mostrasi, più che a parlare della sua disavventura: di quelle foto private, rubate e diffuse in rete, mai più sexy di quanto non fosse ieri sera, svestita da gran sera. E la Balivo, che a noi fa venire l'orticaria e c'ha la lingua lunga, gliele ha cantate di santa ragione. Bella, ti vai a lamentare in tv perché hanno rubato delle tue foto private, immaginiamo non caste, e poi  ti mostri all'Ariston, in formato più pruriginoso ed ammiccante,  a causa di quello spacco inguinale che tenevi bene aperto, allargandotelo ogni volta che lo spacco biricchino provava a chiudersi? Suvvia, c'era una bella differenza con quell'altro spacco, criticatissimo ed agognatissimo, di Belen. Altro che. Belen è una soubrette, mentre  tu Diletta sei una giornalista; e poi tu ce l'hai la farfallina, come Belen? Noi, nonostante i tuoi reiterati sforzi, non l'abbiamo vista.

Aggiungiamo  e precisiamo che Diletta Leotta, vestito a parte, ha tutto il diritto di denunciare - e bene ha fatto -  la violazione della sua privacy, e non è che un vestito un pò sexy, come il suo possa far riemergere la vecchia infame teoria che diceva: 'se l'è cercata'. Niente di tutto questo. Resta solo il fatto che Lei, ostentatamente ha  armeggiato con quel suo spacco vertiginoso, e basta. Ci viene da aggiungere solo che è eccessivamente spigliata - talento naturale - e gioca troppo a fare la pin-up. Ma ha solo 25 anni , crescerà.

Noi però, dopo aver omaggiato le grazie, bele -n in vista, della Diletta,  passiamo a dirvi qualche nostra impressione sul festival, impressione vecchia di anni, almeno da quando, dopo la maggiore età,  lo seguiamo, saltuariamente in tv.
 L'impressione generale che se ne ha, appena si fa un pò di attenzione, è di un Sanremo, fiera e festa del dilettantismo. Provate ad osservare, cominciamo da loro, i direttori - accenneremo, poi, anche al Vessicchio scomparso. Dirigono con le cuffie, per non sentire ciò che esce dall'orchestra e per ascoltare ciò che gli viene ordinato da chi dietro le quinte, nascosto agli occhi di tutti, dirige veramente.
 Il fenomeno, in tv, non è nuovo, se ci si ricorda  di quel centinaio di lolite, che si muovevano all'unisono, capeggiate da Ambra, la quale era telecomandata da Gianni Boncompagni, attraverso auricolare.

E non è nuovo neanche nella musica, in senso stretto. Alla prima, alla Fenice,  negli anni Cinquanta (1951), della Carriera  di Strawinsky, sul podio, visibile agli occhi del pubblico, c'era il compositore, ma a dirigere l'opera, ben nascosto agli occhi indiscreti del pubblico, c'era un direttore vero, Ferdinand Leitner che aveva concertato l'opera e che diresse, ufficialmente, senza il sotterfugio della prima, le succesive repliche dell'opera.
Ma in quel caso la ragione era esattamente opposta a quella sanremese. L'opera era troppo difficile da dirigere, perfino per lo stesso compositore, e perciò  ci si rivolse ad un vero direttore, senza togliere  a Strawinsky- come si sa abbastanza atteno ai soldi - anche il compenso da direttore, oltre che di autore.

A Sanremo, se uno guarda i direttori, si accorge che sono lì nel ruolo di  manichini, imbarazzanti ed imbarazzati, incapaci perfino di dare chiaramente il segnale dell'inizio o della fine. Loro battono solo il tempo, secondo le indicazioni che qualcuno, che ci capisce più di loro, impartisce via auricolare. E così è svelato l'arcano di quelle vistose cuffie, che in realtà nascondono microscopici auricolari.

Che il lavoro 'professionale'- che deve necessariamente esistere - a Sanremo sia svolto da altri, lo dimostra anche l'assoluta uniformità strumentale delle canzoni che sembrano tutte scritte dallo stesso autore,  da una all'altra variando solo la melodia e qualche volta anche il ritmo. E ciò perché gli 'arrangiatori', gli stessi per tutti - come si dice nella musica leggera sanremese, o 'strumentatori' come si direbbe in altri campi musicali - sono altri, sanno fare il loro mestiere e  ogni anno devono dare veste strumentale a quella linea melodica con accompagnamento: um pa pa, che dai più viene inviato ai selezionatori.

Per questa ragione, si parla tanto di Beppe Vessicchio (cieco da un occhio solo in un mondo di ciechi totali) - direttore, arrangiatore, compositore come si legge nel suo curriculum, dove manca qualunque informazione sui suoi studi - e di lui si nota l'assenza al festival di quest'anno.
Lui è di quelli che ci capisce un pò, e la sua assenza serve anche a non far sfigurare tutti gli altri. Ma la ragione ufficiale della sua assenza è la mancata accettazione al festival di alcuni brani da lui strumentati; secondo alcuni invece alla base della sua assenza ci sarebbe la contestazione di Vessicchio nei confronti della Rai che non gli avrebbe pagato alcuni suoi arrangiamenti, in uso al festival. Ma forse anche un'altra ragione, di opportunità, ci potrebbe essere, come quella di aver lavorato nella factory di Maria, Amici, dalla quale provengomo alcuni cantanti ed anche la copresentatrice del festival. Un pò troppo, per non considerare anche la possibile contestazione di conflitto di interessi.
Comunque la sua apparizione Vessicchio la farà a Sanremo, ma per parlare della sua nuova attività, quella di coltivatore diretto, raccontata nel suo recente libro: La musica fa crescere i pomodori. Poi in estate si vedrà a L'Aquila,  dove lavorerà con l' Istituzione Sinfonica Abruzzese, in una tournée nella regione, dirigendo colonne sonore. E qui si aprirà una altro capitolo nella vita professionale di Vessicchio, dilettante di genio, che si è fatto da solo.

giovedì 9 giugno 2016

Riabilitazione e riparazione sia. E riparazione e riabilitazione è stata per Michele Dall'Ongaro all'Aquila

Ci ha colpiti la notizia che nel recente, appena conclusosi, festival  musicale 'contemporaneo' , aquilano, organizzato dalle istituzioni musicali cittadine (Istituzione sinfonica abruzzese, Solisti aquilani, Barattelli e Conservatorio Casella, con gran peso di quest'ultimo) ci sia stata una serata monografica interamente dedicata alla musica di Michele Dall'Ongaro, con la presenza, in un pubblico dibattito, del compositore medesimo. Presenza doppia che doveva suonare agli occhi del mondo musicale aquilano, e del Conservatorio, ma anche e soprattutto a quelli del noto compositore, da oltre un anno al vertice dell'Accademia di Santa Cecilia, come una specie di riabilitazione e riparazione  della grave offesa recata al suo illustre nome dalla rivista ufficiale del Conservatorio che, dalla sua fondazione, si chiamava Music@,  ed era da noi diretta, e che ora si chiama Musica+, e non sappiamo da chi è diretta.
 Avendo assunto un potere, soltanto per certi versi, forse superiore a quello che aveva in RAI, Michele Dall'Ongaro gode anche oggi  di stuoli ( non numerosissimi, neppure nella stessa Accademia) di adulatori e questuanti, pronti a mettersi ai suoi piedi ed a scusarsi anche per colpe inesistenti.
 La grave colpa del Conservatorio e della rivista Music@, sarebbe stata l'aver denunciato come Dall'Ongaro, attraverso la RAI, amministrasse il suo potere nel mondo musicale. Come , direte? Non ci va di tornare su un argomento che tante volte abbiamo affrontato. Lo scrivemmo in un breve articolo nel 2007, che ferì mortalmente il compositore al punto da indurlo a denunciare noi (direttore della rivista ed autore del pezzo 'incriminato') e il Conservatorio ( editore della stessa) per  calunnia, con richiesta di danni sia a noi, i più salati, che al Conservatorio, in misura inferiore ma non irrilevante, per complessivi 150.000 Euro. Una cifra che può mettere paura e dissuadere, per il futuro, chiunque voglia mettere il naso nei traffici altrui. Le cause 'civili', con richiesta di danni, pur temerarie, fungono sempre da convincenti deterrenti.
 Poco più di un anno dopo ci fu il tremendo terremoto e sia noi che il direttore del Conservatorio, in considerazione della tragedia che ci aveva colpito (noi attraverso  mail che senz'altro Dall'Ongaro conserva - le conserva tutte -  il direttore con telefonata)  chiedemmo a Dall'Ongaro di ritirare la denuncia. La sua risposta fu NO. Lui voleva il sangue sia da noi che dal Conservatorio, anzi voleva i soldi di danni. La tragedia del terremoto era poca cosa di fronte all'offesa recatagli, svelando i tanti legami fra autori e interpreti trasmessi alla Radio ( Radio 3) e le sue 'prime' e 'successive' esecuzioni e commissioni presso istituzioni musicali legate a quegli stessi compositori, interpreti ed organizzatori.
 E che la nostra accusa corrispondesse al vero lo dimostrano due fatti. Primo: il calo verticale delle commissioni e prime esecuzioni di Dall'Ongaro ( salvo quelle aquilane, che vanno a colmare il vuoto recente), dopo che ha lasciato la RAI. Secondo: la sentenza del giudice del tribunale dell'Aquila, giunta in ritardo a causa del terremoto, nel novembre 2013, che ritenne l'accusa tentata dal Dall'Ongaro nei nostri confronti NON AMMISSIBILE. Aggiungendo che avevamo semplicemente esercitato il diritto di critica ( ci avevamo azzeccato, eccome!)  e che lo avevamo fatto in modi civili ed educati. Per Dall'Ongaro la sentenza a nostro favore, suonò come una seconda offesa. E perciò il Conservatorio e tutto il mondo musicale aquilano gli hanno chiesto doppiamente scusa e l'hanno riabilitato due volte, sebbene solo dopo quasi nove anni.
 Non eravamo presenti all'incontro con Dall'Ongaro, nè ai suoi trionfi musicali affidati all'Istituzione Sinfonica Abruzzese, guidata da Luisa Prayer ( che non appartiene alla cerchia degli interpreti ed organizzatori 'grati' a Dall'Ongaro: troppo volgare!), però chissà come avrebbe risposto se qualcuno gli avesse ricordato quella giusta  richiesta - ritiro della denuncia, dopo il terremoto - respinta con decisione, senza alcun ripensamento anche successivo.

martedì 24 febbraio 2015

Renzi parla di scuola ad una platea distratta ed insensibile alla musica che viene proposta da un'orchestra di giovani, la JuniOrchestra di S.Cecilia. Una vergogna denunciata al Corriere della Sera

Il papà di una giovanissima orchestrale della JuniOrchestra dell'Accademia di Santa Cecilia - una delle pochissime iniziative veramente innovative del'Accademia che, siamo sicuri, lascerà il segno, più dell'Opera Studio - prende carta e penna e scrive al 'Corriere della Sera', la cui direzione ritiene di dover mettere in grande evidenza la sua lettera. Perché anche un giornale, a differenza di Renzi e dei suoi ascoltatori,  si rende conto che non si può andare a parlare di scuola, delle novità che il suo gabinetto intende apportarvi, fra le quali anche l'introduzione dello studio della musica, e poi fottersene di una orchestra di giovani, ben preparata e fatta venire apposta lì, per far vedere - ascoltare - che cosa anche i ragazzi possono fare se stimolati e ben educati.Il pubblico chiacchiera, si muove e qualche idiota urta i giovani strumentisti, come non si accorgesse neppure della loro presenza.
 Renzi a questo evidentemente non ci arriva. Ma non possiamo fargliene una colpa, per lo meno non solo a lui; perché non è una novità in Italia, dove le istituzioni e coloro che le governano non hanno la benché minima infarinatura musicale, e perciò agiscono, di conseguenza, calpestando la musica che in tanti paesi è alla base dell'educazione dei giovani.
 Ricordate la riunione del G8 che  l'ex pianista  da crociera, Berlusconi, volle a L'Aquila a seguito del terremoto, togliendola alla Sardegna dove aveva fatto costruire una cattedrale, ora ancora deserta, per ospitarlo? Beh, in quella occasione, la serata dell'arrivo dei capi di Stato e di governo si doveva concludere, come da programma e calendario, con un concerto, per il quale un'orchestra aquilana( Ist.Sinf. Abruzzese con il suo direttorino) s'era preparata e con essa alcuni noti solisti.
 I capi di Stato e di governo furono accolti al loro ingresso nel sito della famosa Caserma da una lunga serie di marchingegni elettronici (olofoni), inventati da Michlangelo Lupone, che  diffondevano i suoni degli inni nazionali, al passaggio dei capi di Stato, i quali inni si fondevano poi in una sinfonia di inni, alla fine del percorso. Ci par di ricordare che le cose andassero così.
Ricordiamo,invece, con precisione che l'orchestra ed i solisti attesero per molto tempo che  i capi di Stato ed il loro seguito entrassero nel grande auditorium per dar via al concerto. Nessuno entrò, e dopo qualche ora di ritardo, l'orchestra con un pubblico raccogliticcio - fra il quale non c'era ovviamente il Berlusca, l'ex pianista da piano bar in crociera, - eseguì qualche frammento del programma previsto, per non andarsene muta come era entrata. Ecco cosa succede in Ialia.
 Al contrario, quando si insediò il presidente americano, Obama,  alla cerimonia venne invitato anche uno che si chiama Yo Yo Ma, il grande violoncellista; egli attento  lo ascoltò mentre suonava.
Noi dagli stranieri non impariamo mai nulla di buono e se vogliamo imitarli, preferiamo imitarli nei vizi.