In base ai trattati dell’Ue, gli Stati membri possono porre il veto alle decisioni che toccano il cuore della loro sovranità: politica estera, fiscalità, allargamento e bilancio. Gli stessi trattati definiscono l’Unione come un’unione di Stati sovrani, non una federazione, e nessun governo dovrebbe essere costretto ad accettare decisioni contrarie ai propri interessi fondamentali.
Questa base giuridica è solida. L’articolo 31, paragrafo 1, del Trattato sull’Unione europea impone l’unanimità per le decisioni di politica estera e di sicurezza. L’articolo 4, paragrafo 2, obbliga l’Ue a rispettare l’identità nazionale degli Stati membri. Il veto non è una scappatoia: esiste legittimamente per scelta.
Il problema nasce quando viene usato per strappare concessioni.
Non esistono garanzie formali che distinguano tra un veto legittimo, a tutela della sovranità, e un veto usato come leva su questioni non collegate. Gli Stati membri presentano sistematicamente ogni veto come una difesa della propria sovranità. L’Ungheria, per esempio, ha bloccato aiuti all’Ucraina o sanzioni contro la Russia (21 volte su 38 dossier dal 2011), giustificando ufficialmente queste mosse nello stesso modo degli altri Paesi.
Ma per abolire il veto serve l’unanimità, e questo intrappola il blocco in un circolo in cui la riforma sembra irraggiungibile.
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