Si collocano esattamente al principio e alla conclusione dell’iter, i due punti ancora oscuri nella grazia concessa il 18 febbraio scorso dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Nicole Minetti. Il caso politico-istituzionale è deflagrato dopo l’inchiesta di Thomas Mackinson sul Fatto Quotidiano, in seguito alla rivelazione dell’atto presidenziale da parte della trasmissione televisiva Mi Manda Rai Tre (10 aprile). Il provvedimento del Quirinale ha sollevato dai servizi sociali la Minetti, ex consigliere della Regione Lombardia e condannata in via definitiva a 3 anni 11 mesi per i processi Ruby-bis (le “olgettine” delle feste di Silvio Berlusconi ad Arcore) e peculato sui rimborsi regionali, con la motivazione di lasciarla libera di muoversi per accudire il figlio adottivo, un minore uruguayano che soffre di una grave patologia congenita.
La prima ombra riguarda l’adozione avvenuta in Uruguay, dove convivono la Minetti e il compagno, Giuseppe Cipriani (erede della dinastia dell’Harry’s Bar di piazza San Marco a Venezia e ceo di Casa Cipriani, catena di hotel e ristoranti di lusso sparsi in venti città, da Ibiza a New York). Il 19 luglio 2024 il Tribunale dei minorenni di Venezia dichiara «efficace» la procedura certificata nel febbraio del 2023 dai giudici sudamericani di Maldonado Nuevo. Stando a quanto riporta Libero (29/4), nel decreto si legge che la coppia viveva stabilmente in Uruguay da oltre due anni, e che il bambino «si trovava in stato di abbandono sin dalla nascita, con “separazione definitiva dai genitori biologici i quali sono stati dichiarati decaduti dalla responsabilità genitoriale”». Nulla osta, dunque, per il riconoscimento della potestà genitoriale. I genitori naturali, infatti, sarebbero stati in condizioni di tale povertà che il figlio sarebbe stato affidato all’Istituto per Bambini e Adolescenti dell’Uruguay (INAU). Secondo il Fatto, Minetti e Cipriani avrebbero intentato causa in sede civile per far decadere la potestà ai genitori biologici, circostanza smentita dalla Minetti. Contraddizione tuttora aperta, invece, quella sulle cure al Boston Childrens’ Hospital, in cui il bambino si troverebbe tuttora dopo stato operato nel 2021. Come poteva essere preso in cura negli Stati Uniti fin dal 2021, se l’adozione sarebbe stata approvata due anni dopo? Sia come sia, al San Raffaele di Milano e al Policlinico di Padova, secondo la difesa della Minetti, avrebbero sconsigliato l’operazione. Ma da Padova il direttore di Neurochirurgia Pediatrica, Luca Denaro, ha ribadito di non aver mai avuto contatti con la Minetti.
La novità arriva dal giornale online FM Gente, nell’articolo del 28 aprile intitolato “Una adopción en Maldonado por parte de multimillonario italiano y un ‘perdón’ de la Justicia”. Yuria Troche, l’avvocatessa uruguayana che si occupò inizialmente del minore, fra il 2021 e il 2022, vi dichiara che sì, «furono rispettati tutti i requisiti legali richiesti», sottolineando anche che «l’Uruguay è molto geloso nel concedere adozioni e molto garantista». Ma aggiungendo pure, testuale, «a dire il vero non ricordo con certezza» se fossero stati presi in considerazione i precedenti della Minetti. Vale a dire il fatto che già nel 2019 l’ex igienista dentale, celebre per essersi recata nottetempo alla Questura di Milano, il 27 maggio 2010, per sottoscrivere l’affido dell’allora 17enne Karyma, alias “Ruby Rubacuori”, spacciata per la nipote del dittatore egiziano Mubarak, era stata confermata rea di favoreggiamento della prostituzione dalla Cassazione.
Le precisazioni e amnesie della legale si inseriscono in un contesto di polemiche che hanno proprio recentemente coinvolto l’INAU in polemiche sui criteri di accoglimento delle richieste di adozione. Il responsabile d’ufficio, Dario Moreira, è stato destituito non più tardi di due settimane fa. Inoltre, anche il capitolo donazioni lascia adito a dubbi. Sempre FM Gente riporta che Minetti e Cipriani ne avrebbero erogate diverse, a favore dell’istituto d’infanzia, almeno a leggere le carte sulla grazia. Ma, sempre al giornale, l’ex direttore dipartimentale di Maldonado, Daniel Guadalupe, sostiene il contrario: «Non ho mai saputo nulla di donazioni di queste persone». Quel che è certo è che quando, all’inizio del 2023, la coppia italiana ottiene di adottare il bambino, sul capo della Minetti pendeva da quattro anni una sentenza passata in giudicato per un reato, rispetto alla maternità, particolarmente sgradevole. Senza contare le altre già note stranezze oltre Atlantico succedutesi via via negli anni: dall’ultima, la scomparsa a metà febbraio di quest’anno della 29enne madre biologica, alla misteriosa morte della seconda avvocatessa locale coinvolta nella pratica, Mercedes Nieto, trovata carbonizzata in casa con il marito il 20 giugno 2024, fino al profilo di Cipriani, imprenditore definito nell’istanza “lontano da contesti di devianza” benché, secondo testimonianze menzionate dal Fatto, nella tenuta “Gin Tonic” a Punta del Este non si ospitassero per beneficenza solo gli orfani dell’INAU ma anche party non dissimili dalle serate da belle époque berlusconiana (le plurime citazioni di Cipriani negli Epstein files, invece, parlano di finanziamenti che avrebbe ricevuto dal faccendiere pedofilo, il che di per sé non rileva, in relazione all’episodio in questione).
Il secondo punto cieco investe la gestione delle domande di grazia. Nello specifico, non c’è dubbio che la responsabilità dell’istruttoria sia del Ministero della Giustizia, e che in concreto gli accertamenti dovesse svolgerli la Procura Generale competente, quella di Milano. A confermarlo è stata l’ultima decisione in materia della Corte Costituzionale, nel 2006. Dove però la Consulta precisò che, come si legge sullo stesso sito del Quirinale, il Capo dello Stato non svolge una funzione meramente «formale». Tanto che effetto immediato di quella sentenza della suprema Corte fu l’istituzione di un Ufficio apposito, denominato “Affari dell’Amministrazione della Giustizia”, deputato fra le altre cose alle pratiche di commutazione delle pene (attualmente, il Comparto Grazie è presieduto da Enrico Gallucci, coadiuvato da tre dipendenti amministrativi). Ora, la dinamica prevede che l’organo giudiziario, in questo caso la Procura meneghina, dovesse fornire un parere documentato non vincolante al ministro Guardasigilli, ovvero a Carlo Nordio, il quale poi doveva formulare la proposta. Ma nell’esercitare la clemenza (un residuo premoderno del potere assoluto dei sovrani, per inciso) il Capo dello Stato «ha potestà decisionale» perché «organo super partes e “rappresentante dell’unità nazionale”, estraneo al “circuito” dell’indirizzo politico-governativo». Una potestà funzionale a soddisfare «solo straordinarie esigenze umanitarie».
Tradotto in parole semplici, all’emergere di notizie che hanno fatto dire alla procuratrice generale milanese, Francesca Nanni, «siamo stati diligenti, ma magari non perspicaci», Mattarella non poteva non chiedere di acquisire con «urgenza» riscontri sulla «supposta falsità degli elementi» addotti dai legali della Minetti quando, nel luglio 2025, la richiesta di grazia gli fu inoltrata. Non perché sia la Presidenza della Repubblica a dover verificare per statuto le evidenze empiriche, ma perché ad essa spetta il sigillo finale della scelta. Una scelta che resta tuttavia non tipizzata, come dicono i giuristi. Il Capo dello Stato sceglie da una rosa per ragioni, come abbiamo visto, umanitarie, e di carattere straordinario. Nei suoi due mandati, Mattarella ha concesso 71 atti di clemenza (36 nell’ultimo, come si evince dalla tabella pubblicata online) su un totale di 4230 istanze esaminate. Ma la gravità dell’affaire Minetti consiste appunto nel rischio che sia delegittimato l’istituto stesso della grazia, e ciò, evidentemente, metterebbe in discussione i margini di discrezionalità con cui viene elargita. La giustizia somministrata quando si annulla o si commuta una pena è infatti di tipo “sostanziale”, al di là cioè di quel che si è stabilito e formalizzato nei tribunali al termine dei gradi di giudizio previsti.
Tale “sostanzialità”, che altro non è che il senso di giustizia, si rovescia nell’interrogativo che sta agitando l’opinione pubblica: posto che la Minetti è una cittadina con i diritti e i doveri di tutti i cittadini, perché a lei sì e a tanti altri no? Come si spiega la preferenza per lei, visto che i servizi sociali che avrebbe dovuto scontare sono, di norma, limitati a qualche giorno della settimana, e comunque non sette giorni su sette? Essendo il suo un nome che richiama un passato oggettivamente imbarazzante per le istituzioni, non sarebbe stato più prudente chiedere eccezionalmente un plus di attenzione prima, e non dopo aver fatto cadere su di lei la clementia quirinalis? Oppure è un destino cui siamo tenuti a piegarci in eterno, l’italico gioco dello scaricabarile, mentre qui è evidente che la sottovalutazione si è propagata lungo tutta la filiera decisionale, dall’inizio alla fine, dall’Uruguay ai nostri magistrati, passando per Largo Arenula fino agli addetti preposti al Colle i quali, forse, una red flag all’ultimo miglio avrebbero anche potuto alzarla?
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