Paolo Crepet: «Meglio l'incontro con un mimo o con un anziano del porto che i tablet. Abbiamo paura di non riempire il tempo dei giovani»
Paolo Crepet è in giro per l'Italia con il suo spettacolo "Il reato di pensare”. Uno spettacolo che prende spunto dal suo ultimo libro. La parola che piace tanto al psicologo oggi è "consolazione. Perché «consolare è unire aspettative, ripensamenti, inciampi, attese. Raggiungere soddisfazione e contentezza assieme ad altri, condividere sconfitte e ribaltamenti. Significa preservare un’anima frammentata dalle folate improvvise della vita, condividendole con chi può intuirle...».
Le paure
Nel libro, spiega a Il Secolo XIX ci sono molti passaggi personali. «Ho bisogno che la gente mi consoli e la gente ha bisogno di essere consolata anche da me.
Per questo faccio ciò che ho deciso di fare. Anch’io ero e sono spaventato da un mondo che fatico a riconoscere e forse anche ad amare, ma poi mi convinco ad andare come i vecchi marinai che non sanno sedersi sui moli ad aspettare il nulla».I ragazzi e i social
Crepet si augura fortemente che questa volta la politica metta in pratica misure serie per tutelare i ragazzi dai social, contro questa ondata di violenza e odio. «Spero sia la volta buona, a tanti educatori e genitori manca la riflessione sui danni ai nostri ragazzi. In Norvegia, ad esempio, sono stati i primi a introdurre la tecnologia a scuola. E poi si sono accorti che oltre un quinto dei ragazzi non sa leggere i sottotitoli di un film. Se abiti a Oslo non è un problema da poco: i film doppiati non sono molti. Hanno fatto marcia indietro».
Il tempo libero
Ma nemmeno lui sa se togliere tablet e telefonini agli adolescenti sia totalmente possibile «Intanto - ripete a Il Secolo XIX - iniziamo a pensarci. E smettiamo di aver paura di liberare il loro tempo. Temiamo forse di non poterlo riempire? Inventiamoci qualcosa». E fa anche degli esempi: «Meglio l’incontro con un anziano che ha lavorato al porto per una vita, che una lezione di tecnologia. Racconterà di quando a 20 anni si imbarcava per scoprire il mondo, i ragazzi inizieranno a pensare che le storie degli altri sono interessanti, da ascoltare e da capire. Alle elementari chiamiamo un mimo. Inutile? Anzi: sarà quel signore strano che non parla ma riesce lo stesso a comunicare». Per Paolo Crepet «i giovani devono imparare a comunicare. Anche il disagio, se serve».
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